Pubblichiamo qui – integralmente – la prefazione all’ultimo libro di Ettore Beggiato, “1797: la Serenissima e l’occupazione napoleonica“. La prefazione, firmata da Alvise Fontanella, indaga le cause del paradosso italiano: perché, tra tutti i Paesi europei vittime di Napoleone, l’Italia è il solo che invece di onorare chi difese la propria Patria, onora ammira ed incensa l’invasore?
Ecco la prefazione di Fontanella al libro di Beggiato
Il processo a Napoleone, quello, c’è già stato. Fu solennemente celebrato più di vent’anni fa, nel 2003, su auspicio dei benemeriti Gigio Zanon e Paolo Borsetto, in una Venezia scandalizzata per avere, il Comune e la Cassa di Risparmio, vergognosamente sborsato un prezzo spropositato per ricomprarsi la statua dell’Attila che tradì, devastò e cancellò la Repubblica Serenissima.

E la Corte, formata da illustri magistrati, accolse già allora le richieste della pubblica accusa, rappresentata dagli avvocati Lorenzo Fogliata e Giuseppe Frigo, riconoscendo le indubbie responsabilità di Napoleone, criminale di guerra, nella devastazione e nella rovina della Serenissima.
Un processo a Napoleone vivente
Questa nuova fatica di Ettore Beggiato non è un nuovo processo a Napoleone, celebrato secoli dopo nell’incolpevole contumacia del reo, ma un processo antico. Un processo a Napoleone vivente, presente con la sua Armée d’Italie nelle terre dell’ahimé neutrale Serenissima. Un processo a Napoleone regnante, nel pieno della sua potenza. E a sfilare sui banchi di questo processo non sono giuristi, concetti, parole e sentimenti contemporanei, ma testimoni dell’epoca. Persone viventi, nobili e villani, preti o schiavoni, fini rimatori o diaristi più o meno incolti. Gente vera, che vide con i suoi propri occhi l’arrivo dei francesi, che in qualche caso riponeva nei sedicenti liberatori la speranza di veder rinnovato e modernizzato l’ordinamento della Repubblica. Gente che vedeva dalle finestre di casa, terrorizzata, scandalizzata, cosa facevano in città le truppe di Napoleone e i collaborazionisti veneti.
Una moltitudine di testimonianze
La messe di documenti che Ettore Beggiato, con un lavoro di anni, ha riportato alla luce del sole, fa veramente paura. Perché qui non si tratta – non si tratta soltanto – dell’eroe, del singolo, dell’uomo eccezionale che consapevolmente si sacrifica per la Patria veneta, combattendo e morendo per difenderla dall’invasore. Qui siamo di fronte ad un campo sterminato, a una moltitudine di persone di ogni ceto sociale, vecchi e giovani, ignoranti od istruiti, osti e contesse, frati e contadini, che hanno lasciato come potevano, in lettere, diari, in fogli sparsi, in documenti ecclesiastici, in informative a parenti lontani preoccupati di cosa stesse accadendo, una testimonianza assolutamente corale su quale fosse il reale atteggiamento della popolazione, su cosa pensasse il popolo veneto.
Giuramenti di fedeltà a Venezia
Di più: non siamo di fronte soltanto a una moltitudine di individui, ma a una distesa sterminata di comunità organizzate, di città come Bergamo, Salò, Udine, e tante altre, e poi di paesi, di intere vallate, di Patrie intere come il Friuli o l’Istria. Di assemblee, di parlamenti, di consigli di valle. Di comitati civici, di consessi di piccoli feudatari, di rappresentanti di arti e mestieri, di congregazioni, di parrocchie. Città, paesi, assemblee e parlamenti che coprono praticamente l’intero territorio della Repubblica, dalla Lombardia Veneta fino alla Dalmazia, attraverso la Venezia, la Patria del Friuli, la Carnia, fino a Muggia, all’Istria, fino alle isole come Cherso.
Viva San Marco!
Tutte queste assemblee, delle quali Ettore Beggiato riporta al sole la cronaca dalla polvere di poco frequentati archivi, invariabilmente si chiudono col grido “Viva San Marco”, con giuramenti di fedeltà a Venezia che non possono non commuovere perché spesso pronunciati in faccia al nemico.
Non chiedevano che di combattere
Ma non si tratta soltanto di parole: dalle città, dalle valli, dalle comunità arrivano soldati, decine e decine di migliaia di uomini che non chiedono che di arruolarsi, di combattere per Venezia, di respingere l’invasore francese.
Le collette per la guerra contro l’invasore
Arrivano soldi: la colletta volontaria più vasta della storia è stata radunata dai sudditi della Serenissima per difendere la Patria nell’ora suprema. Contadini, mercanti, osti, conventi, parrocchie, medici, ricchi e poveri, in tutti i territori della Serenissima, non obbligati da alcuno, e anzi spesso invitati da Venezia a star cheti e non infastidire i francesi, si tassano, danno l’oro alla Patria, lo raccolgono, lo inviano alla Capitale perché possa sostenere le spese della guerra contro l’invasore.
In Friuli devolvono lo stipendio
E commuove leggere che perfino i nobili friulani, spesso mugugnanti – e giustamente – contro l’aristocrazia veneziana che non apriva loro le porte del governo dello Stato, anche loro si tassano per salvare la Serenissima. Ancor più commuove il dono dei poveri, dei tanti che non avendo denari da inviare a Venezia, s’indebitano, prendono a prestito soldi, lire, ducati e talleri per contribuire alla Causa, o devolvono addirittura, direttamente, il loro stipendio e lo fanno versare nelle casse dello Stato.
Le Insorgenze nascono da qui
Dunque il luminoso rosario delle Insorgenze già sgranato in memorabili libri dello stesso Beggiato e di altri, tra i quali mi piace ricordare soprattutto Francesco Maria Agnoli, il rosario di episodi di sangue, degli eroi che armati di niente scesero in strada a combattere l’Armata di Napoleone, delle migliaia e migliaia di martiri che affrontarono di petto il Nemico, che si ribellarono contro la dittatura dei giacobini nel nome della Fede e della Patria dei padri, nasce da qui. Quelle Insorgenze, quegli eroi sono la punta di diamante di un sentimento diffuso e corale, che ha coinvolto, da un estremo all’altro, tutte le genti della Repubblica, tutte impegnate a tentare di dare un altro corso alla Storia.
Tutte le comunità volevano San Marco
Questo libro, in tutta evidenza, è figlio di una ricerca che ha stupefatto lo stesso Autore che la compiva. Perfino uno studioso come Beggiato, che da decenni frequenta questi campi di ricerca, non immaginava di trovare una messe così imponente di storie, di testimonianze, di documenti, di voci vive di persone e comunità che, tutte, volevano San Marco, a costo della loro vita, a costo dei propri beni, e combatterono l’invasore con tutte le forze che avevano.
Altri due imputati
Non è, questo libro, soltanto un processo a Napoleone celebrato dalle sue vittime, non è soltanto il racconto dei suoi crimini orrendi, delle ruberie, delle distruzioni. Sul banco degli accusati, alla fine di tante testimonianze, ci sono altri due imputati.
Venezia sperava che la bufera passasse
Il primo è Venezia, la Capitale. Il Senato Veneto, i nobili che per tanti secoli ressero la millenaria Repubblica, e la ressero bene. Ma nell’ora in cui tutto si decideva, mentre in tutti i territori della Serenissima scoppiavano rivolte contro i francesi, mentre le città e i paesi si svenavano per finanziare la difesa della Patria, mentre osti, frati, donne, contadini e nobili di campagna si facevano massacrare per Venezia, Venezia girò il capo dall’altra parte. Il Doge e molti patrizi veneti speravano, si sa, che la bufera napoleonica passasse e che gli antichi Stati fossero restaurati, e cercavano di superare la tempesta col minor danno. Col senno del poi, è troppo facile giudicarli per questa scommessa perduta.

Come hanno potuto dormire la notte?
Ma quando da Verona, da Bergamo, dalle città e dai paesi insorti, arroccata nelle case e dietro le mura sotto il tiro dei cannoni francesi, una popolazione intera grida, stringe la bandiera e tende le braccia alla propria Capitale, supplicando l’arrivo di rinforzi, di quelle fedeli truppe Schiavone che non chiedevano di meglio che di andare a combattere, come può un governo abbandonare il popolo alla feroce rappresaglia di Napoleone, di più: come può incassare il frutto delle collette, dei sacrifici fatti per difendere la Serenissima, e non utilizzarlo, non metterlo a servizio della Resistenza? Come hanno potuto dormire la notte, quei nobili, quel Doge, quel veneto governo immobile, sapendo che nei Dominii il popolo si immolava per Venezia? Da veneziano, ho sempre sentito questa come la più grande colpa, la più grande vergogna: e in questo recente 1997, quando i Serenissimi, anche loro, si sono immolati per Venezia, ebbi la conferma che ancora una volta l’amore all’antica Repubblica spinto fino al sacrificio di sé, veniva dalla campagna, dal Veneto profondo e fedele a San Marco.
Ultras del nazionalismo italiano
Il secondo imputato è l’Italia, sono quelli che Beggiato, con felice pennello, dipinge come “ultras” del nazionalismo italiano. Tra loro ci sono, purtroppo, storici laureati, docenti illustri, maestri di pensiero e tanti, tanti maestri di scuola. Ci sono politici degni di stima, imprenditori illuminati, prestigiosi intellettuali. Gente rispettabile, molto migliore di me, senza dubbio. Ma figli di un pensiero che affonda le sue radici nella propaganda risorgimentale, strenui difensori ancor oggi di Napoleone.
Monumenti all’invasore!
Non è stata solo l’imbelle Venezia a rivolere la statua di colui che promise di essere, e fu davvero, un Attila per lo Stato Veneto. Ci sono, nel Veneto così orribilmente devastato da Napoleone, Comuni i cui sindaci, dimentichi del sacrificio di sangue che tanti loro antichi cittadini offersero ribellandosi a Napoleone nel nome di San Marco, si recano tutti gli anni, persino – summa iniuria – insieme a diplomatici francesi, cioè ai rappresentanti ufficiali dell’invasore, ad onorare i monumenti e le lapidi, i luoghi delle vittorie militari che segnarono la brutale conquista, l’occupazione, il sacco della Serenissima. Negli stessi territori che vennero messi a ferro e fuoco dall’invasore, oggi ci sono intellettuali e persino sindaci, primi rappresentanti del popolo, che lustrano monumenti e appiccicano lapidi inneggianti al Nemico.
C’è chi ammira il rapinatore
Ci sono politici veneti, insegnanti, docenti universitari, storici illustri e meno illustri, che non fanno mistero di ammirare il despota che condusse lo Stato Veneto alla rovina, che trascinò decine di migliaia di veneti nella campagna di Russia, che bruciò interi paesi, che distrusse centinaia di monumenti ed edifici storici, che portò in Francia una flotta intera di navi piene di grandi opere d’arte rubate, di argenteria, di oro. Soltanto dalla Zecca di Venezia furono rapinati e portati a Parigi quaranta milioni di ducati d’oro.
Cavilli per assolvere gli occupanti
Di fronte a tanti crimini di guerra, stupisce e scandalizza che lo sterminato campo di vive testimonianze e di fatti radunati dalla ricerca di Beggiato non sia stato oggetto di approfondimento sistematico nelle Università venete, non abbia visto impegnati i migliori docenti e studiosi, né vi siano, che io sappia, le monumentali pubblicazioni che ci si aspetterebbe, che diano visione organica di un fenomeno che ha coinvolto tutte le terre della Serenissima in un’epoca decisiva. Non solo: quando appaiono pubblicazioni che documentano i crimini dell’occupazione francese, sembra che l’impegno di molti studiosi “iperitaliani” sia quello di trovare cavilli per assolvere gli occupanti.
Antonio Margarini, non fu un ladro di formaggi

Un episodio mi ha colpito, in particolare. Quello sul quale mio padre ebbe a scrivere un racconto commovente. Quello di Antonio Margarini, o Mangarini, un giovine soldato di Dalmazia al servizio di Venezia, congedato dalla neutrale Serenissima all’arrivo dei giacobini. E fucilato per aver partecipato alla rabbiosa insurrezione popolare del 12 maggio 1797, quando il popolo veneziano, alla notizia della resa del Maggior Consiglio alle volontà degli invasori, si diede a bruciare e saccheggiare case e beni dei collaborazionisti giacobini.

Una lapide, posta dagli Alpini a Venezia, ricorda, in campo di San Francesco della Vigna, la fucilazione dell’eroe. Ebbene, ci sono studiosi illustri e degni di ogni considerazione, i quali insegnano che Mangarini fu solo un ladro di formaggi e non un eroe delle insorgenze antifrancesi. Perbacco, ci sono documenti a provarlo: c’è il verbale del processo che lo condannò a morte, imputato per furto di formaggi. Che ci sarà anche stato, il furto, nel corso della rivolta, ai danni di qualche commerciante sospettato di collaborazionismo. Ma non risultano altre sentenze capitali per reati bagatellari come questi: nessuno è mai stato fucilato per un occasionale furto di formaggi. Eppure, pur di difendere i napoleonici, si arriva a prestar fede perfino ai verbali dei processi giacobini.
Strade piazze e lapidi onorano Napoleone

Stupisce e scandalizza che il Veneto e l’Italia siano pieni di strade, piazze, monumenti, lapidi in memoria di Napoleone, delle sue battaglie e persino dei suoi occasionali pernottamenti in palazzi e ville dei paesi da lui saccheggiati. Ed è, questo, un fenomeno prettamente italiano: nessun altro Paese, tra quelli occupati o combattuti da Napoleone, si è mai sognato di tributare all’invasore gli onori che gli dedica l’Italia.

In Spagna, in Austria, in Russia, in Gran Bretagna, in Germania, si ricordano le vittime di Napoleone, si celebrano le sconfitte dei suoi eserciti e delle sue flotte, si erigono monumenti ai soldati che lo combatterono. Tutti gli anni il Tirolo – che non è Italia – si reca pellegrino a Mantova in omaggio ad Andreas Hofer, l’eroe della Resistenza antigiacobina fucilato per ordine di Napoleone.
Una vergogna che nasce dal Risorgimento
L’Italia è l’unico Paese – a parte la Francia, naturalmente – che tributa onori a Napoleone. Che erige monumenti all’invasore, e affigge lapidi in memoria delle vittorie che gli consegnarono le nostre terre.

Questa vergogna nasce dal Risorgimento: chi di noi nella sua giovinezza non ha imparato a memoria le immortali strofe del Cinque Maggio? Solo mio padre, che mi insegnò a pensare, mi mise in guardia, e così scandalizzai il mio insegnante, dicendogli che mai mi sarei aspettato che un buon cristiano come Alessandro Manzoni si rifiutasse di giudicare quel criminale di Napoleone, demandando ai posteri l’ardua sentenza. Uno che ha ammazzato milioni di persone per le sue ambizioni personali, c’è bisogno di attendere i posteri per condannarlo?
La propaganda sabauda
Ma oltre che buon cristiano, Alessandro Manzoni è un apostolo del Risorgimento. Per gli alfieri della propaganda sabauda che ha fatto l’Italia, l’aver distrutto gli Antichi Stati, aver tolto di mezzo la Serenissima, aver fondato la Repubblica italiana e il Regno d’Italia, dei quali Napoleone si fece presidente e re, è un merito fondamentale, profezia e premessa dell’unità politica d’Italia, e pesa più di tutto il male, di tutte le devastazioni compiute.
La Repubblica italiana, erede dell’occupazione napoleonica
Gli altri Paesi devastati da Napoleone onorano le sue vittime, onorano chi combatté l’invasore: stanno, oggi come allora, dalla parte dei loro popoli occupati, massacrati, invasi. Solo l’Italia sta dalla parte opposta: non con i popoli della Penisola, ma con l’Armata straniera che li oppresse. Il Regno d’Italia, e tuttora la Repubblica Italiana, si sente continuatrice ed erede dell’occupazione napoleonica, e nemica giurata, come lo fu Napoleone, degli antichi Stati, delle antiche autonomie e di conseguenza anche di chi oggi vorrebbe recuperare almeno una parte di quelle autonomie.
L’Italia come Napoleone: nemica delle autonomie
L’abolizione napoleonica del secolare istituto delle Regole, e dei Patti di autonomia che il Commonwealth veneto riconosceva alle popolazioni, da Asiago al Cadore, dalla Patria del Friuli al Polesine, dalla Riviera di Salò a Zara, legando le diverse comunità alla Repubblica con vincoli di volontaria dedizione, è in coerenza perfetta con il rifiuto dell’Italia a riconoscere al Veneto il diritto di autogovernarsi secondo le proprie tradizioni, che pure è sancito dallo Statuto regionale, legge di rango costituzionale.
Una e indivisibile…
Ieri le comunità che volontariamente si erano date alla Serenissima si battevano per rimanervi, e non si contano le testimonianze di amore al governo di San Marco, i vessilli con il Leone murati sotto l’altare tra le lacrime, il discorso di Perasto, il commovente saluto al Leone degli Schiavoni a Palmanova, la rocciosa resistenza di Cherso e poi delle isole ioniche, fedeli per mesi e anni alla bandiera del Leone anche dopo la caduta della Repubblica. Oggi, al contrario, nell’Italia una e indivisibile per obbligo e decreto, intere Regioni non vedrebbero l’ora di rendersi indipendenti dall’Italia, se fossero libere di celebrare un referendum senza che Roma scomodi l’esercito.
Eroi, non briganti
Gli eroi della Resistenza antinapoleonica, nell’Italia, sono dimenticati e derubricati a briganti, in perfetta continuità con i decreti di Napoleone, che col marchio di briganti li fece fucilare. Le rare lapidi in loro memoria brillano per l’assenza di alte autorità. Le loro storie, le loro parole, il loro sacrificio, non interessano agli studiosi, tranne a quelli – come Ettore Beggiato – ai quali non importa venir qualificato di “venetista” – marchio d’infamia nell’itala intellighenzia – pur di poter dare testimonianza alla verità che si vorrebbe seppellita per sempre e sostituita dalla propaganda, tuttora giacobina, sulla Repubblica “una e indivisibile”, padrona della libertà dei propri cittadini, secondo la dottrina della Rivoluzione francese.
Non vada perduta la verità

L’Italia del Risorgimento, e ancora l’Italia di oggi, si sente erede dell’invasore, lo onora in opere altisonanti, lo celebra nelle strade, ne restaura i monumenti, ne adotta e festeggia orgogliosa la massonica bandiera tricolore, ne giustifica i crimini, sminuisce le malefatte, perdona e dimentica le distruzioni compiute, non si cura di chiedere alla Francia la restituzione di quel mezzo Louvre rubato agli antichi Stati dell’Italia, né rivendica quanta parte delle riserve auree di Parigi, ancor oggi, vengono dalle rapine di Napoleone. Soprattutto, non rivendica e non difende la verità che questo prezioso libro ci racconta, perché non vada perduta.
(Alvise Fontanella)








