21 Aprile 2024
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Arbe, il lager italiano in Dalmazia, e i Leoni di Venezia vittime dell’Italia

Arbe è un’isola in Dalmazia, sul Quarnero, che oggi si chiama Rab ed è rinomata meta turistica della Croazia, circondata com’è da tante altre piccole isole.

Arbe (Rab) la città nell’isola omonima (foto di Roland Puskaric, licenza CC)

 

L’isola di Arbe: Roma, Venezia e… San Marino

La prima dedizione dell’isola di Arbe alla Serenissima Repubblica di Venezia è antichissima, risale all’anno Mille. E dopo alterne vicende, dal 1400 alla caduta della Repubblica, Arbe fu sempre veneziana: lo mostra ancora oggi, nella bellezza tutta veneta della città vecchia.

Repubblica di San Marino, il monte Titano con l’imprendibile fortezza (foto di Commonists, licenza CC)

 

E prima ancora, molto prima, intorno all’anno 300 post Christum natum, un gruppo di cristiani di Arbe in fuga dall’ultima grande persecuzione dell’Impero Romano attraversò l’Adriatico e – secondo la tradizione – fondò, sul monte Titano, la più antica repubblica del mondo, quella che ancor oggi si fregia negli atti ufficiali del titolo di Serenissima Repubblica di San Marino.

Il campo di concentramento di Campora

Ma la storia di Arbe che vogliamo ricordare oggi è molto più recente. Perché ad Arbe, e precisamente nel nord-ovest dell’isola, nella zona che oggi si chiama Kamporska Draga e allora si chiamava Campora, nel luglio del 1942, sotto il Fascismo, il Regio Esercito italiano istituì un campo di concentramento che non aveva nulla da invidiare a quelli nazisti.

Tra ottomila e quindicimila internati

In 14 mesi, furono internate nel campo di Arbe tra le ottomila e le quindicimila persone, non ci sono dati certi. Erano croati soprattutto, e sloveni, oppositori della occupazione italiana. Erano uomini, donne e bambini, e furono rinchiusi in condizioni terribili.

Pane 80 grammi, broda e pidocchi

Venivano ospitati in piccole tende all’aria aperta, sul nudo terreno, al freddo, esposti alle intemperie e al forte vento di bora. Solo successivamente, quando internarono ad Arbe anche tremila ebrei, per loro vennero costruite delle capanne di legno. Ma a tutti veniva distribuito un rancio di 80 grammi di pane al giorno, più una broda immonda cotta in bidoni della nafta.

Arbe (Rab), il campo di concentramento italiano in una foto dell’epoca. Dietro il Tricolore si vedono le tende all’aria aperta, unico riparo per gli internati

Non c’era acqua per lavarsi e per dormire veniva distribuita ai poveretti della paglia infestata da pidocchi, ed era questa una scelta consapevole del generale Gastone Gambara, che la spiegava così: “Internato ammalato uguale internato tranquillo”. Un altro ufficiale che si macchiò di innumerevoli episodi di autentico sadismo contro gli internati fu il tenente colonnello dei Regi Carabinieri Vincenzo Cuiuli.

Tra 1500 e duemila vittime

Ufficialmente, in quei 14 mesi morirono di fame, di stenti, di freddo, quasi 1500 persone, ma pare che le vittime siano state in realtà più di duemila. Una proporzione, tra internati e morti, simile a quella di molti campi di concentramento tedeschi.

Arbe (Rab), un internato nel campo di concentramento italiano nel 1943

 

I tedeschi, almeno, chiedono scusa…

Solo che i tedeschi hanno chiesto scusa. Il Cancelliere della Repubblica Federale di Germania, il Presidente e le autorità dei Lander non mancano mai alle cerimonie ufficiali in onore delle vittime del Nazismo. La Germania democratica di oggi ha avuto il coraggio e l’onestà di affrontare le colpe del proprio passato, di ammettere i crimini, di chiedere perdono.

La favola bugiarda dei bravi italiani

L’Italia, invece, ha fatto finta di niente. Ha continuato ad alimentare, anche per i crimini della Seconda Guerra, anche per i crimini del colonialismo italico, la favola bugiarda dei “bravi italiani“, continuazione della Grande bugia del Risorgimento e delle altre grandi menzogne sulla Grande Guerra. I campi di concentramento italiani sono dimenticati, nascosti, taciuti, e solo recentemente qualcosa si muove, tra mille resistenze, e solo quando quei crimini riguardano soprattutto la Shoah.

Mai un Presidente italiano ad Arbe

I crimini “minori”, quelli che videro come vittime soprattutto uomini, donne e bambini croati e sloveni, sono coperti da un vergognoso silenzio. Mai e poi mai s’è visto un Presidente della Repubblica Italiana, mai si sono viste autorità militari recarsi ad Arbe a chiedere perdono a nome dell’Italia.

Arbe (Rab), l’isola in una stampa veneziana del 1598 (Giuseppe Rosaccio, Viaggio da Venezia a Costantinopoli)

Crimini del Regio Esercito italiano

Eppure il terribile campo di Arbe non fu gestito da qualche gruppo di estremisti in camicia nera. Era un campo di internamento ufficiale, questi sono crimini del Regio Esercito italiano. Quello stesso Regio Esercito che settant’anni prima aveva bruciato vivi – disonorandoli come briganti – gli abitanti di interi paesi del Sud che resistevano fieramente alla conquista piemontese, volendo rimanere leali e fedeli al loro legittimo Re.

Quello stesso Regio Esercito che nella Grande Guerra, unico tra gli eserciti europei, praticava la decimazione. Eppure l’Italia fa finta di niente, e continua ad onorare con intitolazioni di vie e di piazze e perfino con monumenti i responsabili di quei crimini.

Atrocità italiane e titine

Le norme contro la lingua e la cultura slave, la brutalità dell’occupazione italiana dell’altra sponda dell’Adriatico soprattutto durante la Seconda Guerra, le atrocità di cui il campo di Arbe è un simbolo, sono all’origine dell’ampia condivisione popolare che coprì e permise l’altrettanto feroce e criminale reazione titina, lo sterminio e la cacciata degli italiani, quando le sorti della guerra volsero a sfavore dell’Italia.

Dove c’è un Leone, lì è Italia…. che bugia

“Dove c’è un Leone di San Marco, lì è Italia” fu negli anni del Fascismo il motto bugiardo della propaganda italiana. Un motto bugiardo, perché la Serenissima non era Italia, era un Commonwealth che si estendeva su entrambe le sponde dell’Adriatico, fino all’Egeo, fino a Creta e Cipro, che non ha mai imposto la propria lingua alle città soggette, e che riconosceva le autonomie locali pur sotto la Dominante.

Arbe (Rab), la città vecchia con le quattro torri e le fortificazioni veneziane (foto di Isiwal, licenza CC)

Tanto che quando Napoleone l’Infame cancellò la Serenissima, le popolazioni istriane e dalmate e greche si distinsero per la fedeltà a Venezia fino all’ultimo, con manifestazioni d’amore commoventi come quella famosa di Perasto o con la conferma del Leone veneziano come simbolo nella propria bandiera, come fece la Repubblica Settinsulare, le sette isole greche con capitale Corfù, ultimo lembo della Serenissima a sopravvivere indipendente nell’Ottocento.

La distruzione dei Leoni, vittime dell’Italia

La distruzione di massa dei Leoni d’Istria e Dalmazia, quando non avvenne ad opera dei giacobini in epoca napoleonica, avvenne alla fine della Seconda Guerra, come reazione a un simbolo che non era mai stato un simbolo italiano, ma che lo era diventato proprio a causa della propaganda italiana.

Soltanto oggi, molto faticosamente, anche grazie alla lungimiranza della legge regionale veneta voluta da Ettore Beggiato fin dagli anni Novanta, le meravigliose terre croate e slovene che furono della Serenissima e che il Fascismo ha perduto all’Italia, cominciano a distinguere tra passato veneziano e animosità anti-italiana, cominciano a restaurare i segni della civiltà veneziana e i loro Leoni di Venezia, anch’essi vittime dell’Italia.

 

 

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