14 Maggio 2021
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L’avvocato Cacciavillani e l’infame di Napoleone

Gli ultras napoleonici stanno imperversando già da diversi giorni su tutti i mass-media, in maniera sostanzialmente acritica, in vista del secondo centenario della morte del rapinatore francese; in questo contesto dove l’ipocrisia del pensiero unico e del “politicamente corretto” non lascia praticamente alcuno spazio, mi sembra giusto riproporre la presentazione che il grande avvocato e storico Ivone Cacciavillani, recentemente scomparso, fece del mio libro “1809: l’insorgenza veneta. La lotta contro Napoleone nella Terra di San Marco” stampato nel 2007.

Ettore Beggiato

I. come Infame

” L’Autore che, completata la stesura d’un libro, ne chiede a taluno la “presentazione”, si rivolge generalmente, tra i conoscenti, a chi pensa sia in consonanza con le tesi enunciate, confidando in una specie di loro avallo presso i lettori. Beggiato sulla piena consonanza ha certo indovinato, anche se su un solo punto debbo dissentire: Egli deve per coerenza e chiarezza menzionare spesso quel personaggio che tra gente dabbene non dovrebbe mai venire nominato, come una parola sconcia.

Nei miei libri, quando devo parlarne, uso sempre un I maiuscola puntata ed in nota in calce preciso che quella I. può significare Imperatore per gli ammiratori, Infame per i molti altri. Qui Beggiato deve necessariamente chiamarlo per nome, ma resta sempre e solo un I.

Le rivolte a macchia di leopardo

Ha un merito enorme questo libro, che più che di storia dovrebbe essere definito di cronaca: quel giorno per giorno di rivolte paesane indice d’un “troppo pieno” di sopportazione che straripa qua e là per il Veneto, con una distribuzione geografica a macchia di leopardo che la dice tutta sulla generalità dell’insoddisfazione.

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Se ci fossero stati giornali che avessero avuto il coraggio di pubblicare anche cose non gradite “al Palazzo” questi sarebbero stati fatti di cronaca giornalistica ed allora i rivoltosi, che erano per lo più dei renitenti alla leva per nulla anelanti ad andar a morire nelle gloriose armate dell’I., probabilmente sarebbero stati definiti “ribelli”.

Partigiani o briganti

Erano sostanzialmente dei poveracci senza più nulla da perdere per avere già perso (o essergli stato tolto) tutto; ora probabilmente li si chiamerebbe partigiani; allora andavano per briganti, che dava l’idea del grassatore con un misto peraltro di ammirazione per il coraggio e la spregiudicatezza; ma inoltrandosi per questa strada c’è il rischio di sconfinare nella sociologia storica …

Il silenzio degli storici e delle università

Un punto della Sua Introduzione merita di essere ripreso con qualche considerazione per l’alto valore “ideologico”: il rancore per il silenzio degli Storici, per la latitanza delle  “Università italiane nel Veneto”, detto come antitesi a Università Venete, che secondo Beggiato, latitano del tutto. In questa storia “dal basso”, dal lato della povera gente che non fa mai storia, perché, secondo una certa moda “culturale”, la storia deve occuparsi solo di guerre, di battaglie, di conquiste; i fatti dei “grandi”.

Condivisibile il rilievo, ma ci si deve chiedere il perché di questa moda perversa. Ed il perché sta proprio nella mancanza dell’anello cronachistico. L’interesse alla ricerca storica nasce dall’interesse alla lettura. L’interesse alla lettura nasce dalla voglia di saperne di più; il passaggio dai fatti di cronaca alla storia dei fatti passa attraverso l’opera ora del giornalista; per i tempi andati, quando i giornali o non c’erano o non venivano letti (nel contado), dalla cronachistica: i libri di fatti di cronaca come passaggio ai libri di storia.

Il deficit di storia del Veneto

Bene fa Beggiato, sempre nell’Introduzione, ad avvicinare le rivolte diffuse del 1809 contro l’I. a quella del 1848 contro l’Austriaco; figlie dello stesso disagio e della miseria imperante. La grande differenza sta nel fatto che nel 1809 non c’era un Daniele Manin ad incanalare la protesta e a farne fatto politico. Effimera quella del ‘48, ma infinitamente più efficace di quella del ‘9. Resta un grande deficit di storia nel nostro Veneto; difficilmente spiegabile.

Forse la spiegazione più convincente la dà ancora Daniele Manin, nella descrizione dell’assetto costituzionale della Serenissima, in una monumentale opera collettanea del 1847: la ravvisò nell’eccesso di autonomia lasciata dalla Repubblica di San Marco alle Terre dei suoi Domini: un’autonomia che diventò particolarismo e localismo; incapaci i Veneti di guardare ad una Patria, oltre l’ombra breve del campanile. Ed allora ben vengano questi libri di cronaca, che, raccontando le vicende dei campanili, riescono a creare una comunità d’interessi che forse è proprio quel connettivo che manca alla nostra cultura di base.

Finisce che occorre dir grazie ad un Beggiato che, andando per campanili, finisce per fare del vero federalismo culturale.”

Ivone Cacciavillani

Venezia – Piazza San Marco com’era fino alle devastazioni napoleoniche culminate con la distruzione nel 1807 della chiesa di San Geminiano

 

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