11 Agosto 2022
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Andreas Hofer e l’insorgenza antinapoleonica in Italia e nel Veneto

Il 13 giugno 2009, in occasione del duecentesimo anniversario della grande rivolta antinapoleonica nobilitata dalla leggendaria figura di Andreas Hofer, si svolse a Trento il convegno “Andreas Hofer e l’insorgenza antinapoleonica in Italia” su iniziativa della Provincia Autonoma di Trento,  in particolare dell’Assessore alla Cultura Franco Panizza, e dell’Associazione “Identità Europea”.

Andreas Hofer, eroe dell’insorgenza contro Napoleone, per la Patria e per la Fede

Da quel  convegno, molto interessante e partecipato, fu poi realizzato un volume, a cura di Adolfo Morganti, edito da “Il Cerchio”, con gli interventi di Francesco Mario Agnoli, Antonio Coradello, Franco Panizza; particolarmente ricca la documentazione fotografica e l’appendice riservata agli scritti e agli editti di Andreas Hofer.

Il convegno di Trento e l’assessore Panizza

Ecco il mio intervento, pubblicato a pagina27:

Devo ringraziare gli amici di “Identità Europea” e l’Assessore Franco Panizza per aver organizzato questo convegno così felicemente riuscito; all’Assessore Franco Panizza, al quale mi lega una ventennale amicizia, un plauso particolare per la determinazione, la competenza e l’entusiasmo con il quale sta portando avanti le molteplici iniziative che stanno caratterizzando questo secondo centenario dell’insorgenza antinapoleonica nel Trentino.

Franco Panizza, presidente del Partito Autonomista Trentino Tirolese

Trentino al quale sono particolarmente legato, visto che in questa Terra nella quale ho lavorato alla fine degli anni settanta, ho maturato le mie scelte autonomiste e identitarie che ancor oggi mi vedono impegnato.

L’insorgenza antinapoleonica del Veneto

L’insorgenza antinapoleonica nel Veneto, questa sconosciuta si può  tranquillamente aggiungere, visto che questa pagina della nostra storia continua ad essere ignorata dai “santoni” della storiografia ufficiale, di coloro che pontificano dalle università venete (o meglio, dalle università italiane nel Veneto, che è una cosa profondamente diversa).

Quei pochi che si soffermano, ne parlano come di episodi di “brigantaggio”, altri di rivoluzione di “straccioni”, altri ancora, visto che siamo nel Veneto e lo stereotipo classico del Veneto è l’ubriacone, di bande di alcolizzati che disturbarono la quiete della nostra Terra, nella quale in nome della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità, era appena arrivata la luce d’oltralpe.

La Spagna onora i suoi martiri, l’Italia li insulta

Niente di più sbagliato, di più falso. Sarebbe innanzitutto interessante capire perché gli stessi soloni, quando parlano dell’insorgenza spagnola, ne parlano in termini entusiastici, definendo eroi e patrioti quei martiri spagnoli che furono massacrati dalle orde napoleoniche.

Francisco de Goya, El tres de Mayo. Collezione del Prado

E in effetti, nel maggio del 2008, in tutta la Spagna ci furono celebrazioni ufficiali per ricordare la grande insorgenza spagnola, immortalata dal capolavoro di Francisco Goya, sicuramente il quadro più ammirato del museo madrileno del Prado, che immortala con la maestria che solo un grande come il Goya possiede, la fucilazione di un gruppo di patrioti spagnoli da parte della soldataglia francese.

Gli eroi veneti considerati briganti e straccioni

Un capolavoro al cospetto del quale, proprio per la drammaticità della scena, diversi visitatori sono colpiti dalla cosiddetta “sindrome di  Stendhal”.

Ebbene, io mi chiedo, perché gli spagnoli che sacrificarono la loro vita per difendere la loro famiglia, la loro casa, la loro comunità, la loro religione, la loro indipendenza sono considerati dei patrioti, degli eroi, e quei veneti che sacrificarono la loro vita per difendere la loro famiglia, la loro casa, la loro comunità, la loro religione, la loro Terra sono considerati dei briganti, degli straccioni ?

L’intero territorio veneto insorse

Una sollevazione popolare che, sia pur a macchia di leopardo, coinvolse l’intero territorio veneto, che ebbe l’epicentro nell’alto vicentino (dove arrivava l’influsso dell’insorgenza tirolese e la fama di Andreas Hofer), ma che toccò la provincia di Verona, il trevigiano, diverse zone del veneziano, fu particolarmente vivace nel Polesine, a Cortina si ricorda ancora il “terribile anno del nove”.

Un’insorgenza interclassista, come si direbbe oggi, alla quale parteciparono possidenti, giovani, agricoltori, medici, preti, altro che rivoluzione degli straccioni!

La strage delle campane

Una rivolta caratterizzata dalle “campane a martello”, suonate per radunare la gente nelle piazze  che rispondeva con grande partecipazione portando con se gli attrezzi da lavoro (forconi, badili, vanghe) e qualche fucile arrugginito: campane contro le quali si abbatteva la furia dei francesi che le distrussero in numero cospicuo. .

Quali furono  motivi scatenanti dell’insorgenza veneta?

Da modesto studioso ne ho individuati quattro:

Napoleone impone quattro anni di naja

  1. la coscrizione obbligatoria. Napoleone impone la naja per quattro lunghi anni a tutti i giovani veneti dai 18 ai 25 anni. Una misura che penalizza pesantemente un’economia prettamente agricola come quella veneta di allora: centinaia e centinaia di braccia possenti sottratte al lavoro dei campi per essere mandate in giro per l’Europa a rincorrere le tragiche e sanguinarie utopie napoleoniche. Pensiamo che solo nella campagna di Russia conclusasi con la disfatta sul fiume Beresina nel novembre del 1812 Napoleone arruolò 27.000 veneti e di questi ne tornarono solo mille! Un massacro spaventoso e per quei 26.000 giovani veneti, nostri fratelli, non c’è un nome, una via, un monumento, una corona che ricordi il loro sacrificio!

Va ricordato che uno dei principali obiettivi degli insorgenti era proprio quello di                 assaltare i municipi al fine di distruggere l’archivio comunale e gli elenchi dei soggetti alla leva.

Napoleone inventa la tassa sul macinato

2. La tassa sul macinato, una vera e propria tassa sulla fame: pensiamo a cosa significava per la nostra gente pagare una tassa prima di macinare le proprie poche cose al mulino. Una tassa odiosa che qualche anno dopo venne reintrodotta dai Savoja suscitando anche allora tumulti a non finire.

3. L’imposizione indiscriminata di altre tasse, particolarmente odiose come quella sul sale, bene di primaria importanza per l’economia di allora. Napoleone moltiplicò per quattro l’imposta fondiaria e pretese il pagamento anticipato  dell’  imposta ordinaria.

Napoleone, la devastazione di chiese e conventi

4. La profonda avversione del clero , soprattutto nelle campagne. Napoleone rapinò le nostre chiese come nessun altro: fuse tutto l’argento razziato, portò in Francia le opere più importanti, cancellò conventi, congregazioni   Arrivò al punto di arrestare il papa dell’epoca Pio VII che venne portato prima a Savona e poi a Fontainebleau. Quel Papa che emise una bolla di scomunica contro gli “invasori” senza citare però il nome di Napoleone.

Insorgenza veneta nel nome di San Marco

Il culmine dell’insorgenza veneta lo si può individuare nel mese di luglio del 1809:

a Schio, secondo quanto riporta il diario di Ottavia Negri Velo, recentemente ristampato dalla prestigiosa Accademia Olimpica di Vicenza, il 10 luglio “Si è fondato la sede del loro governo, il maggior numero vuole San Marco”: va sottolineata una dimensione “politica e culturale” del momento, si arriva a costituire un governo provvisorio, si va in piazza con la bandiera di San Marco, a voler riaffermare la propria identità e a tentar di ristabilire la Serenissima che tanti rimpianti già allora suscitava, altro che briganti e straccioni!

Le done de Loria le a desfà la municipalità

Ma vorrei ricordare un passo di un altro diario, Pietro Basso, sarto di Asolo, che l’otto luglio scrive “Le done de Loria, accordate con quele di Besega, le a desfà la municipalità” sottolineando l’importanza della presenza femminile nell’insorgenza veneta, a Loria, a Besega come in tante altre località. .

Purtroppo la sollevazione si spense quasi subito, soprattutto per la spietata repressione francese: centinaia e centinaia di giovani veneti furono passati per le ami, il più delle volte senza uno straccio di processo.

Al Veneto mancò un leader come Hofer

Inoltre mancò, e questo è un deficit che ci trasciniamo dietro anche nei nostri giorni, un leader, un capo carismatico, l’Andreas Hofer della situazione. Ripeto, quello dell’individualismo è un tarlo che ci penalizza anche nel 2009, a distanza di duecento anni. Quell’individualismo che è stato vincente nell’economia, che è alla base se vogliamo del “modello veneto”, diventa perdente in politica (I Veneti non sanno fare squadra e continua a mancare un leader) ma anche in altri comparti (pensiamo al mondo dell’informazione, a quello bancario ecc.).

E’ mancato un Andreas Hofer veneto, ma è mancato anche un Francisco Goya veneto, uno che sapesse trasmettere ai posteri il sacrificio di tanti giovani veneti, la loro strenua difesa di quegli ideali che l’orda francese  tentava di spazzar via.

Intitolare vie e piazze agli eroi dell’insorgenza veneta

Ecco allora la necessità di riappropriarci, come veneti, di questa pagina gloriosa, di farla conoscere anche con iniziative alla portata di tutti. Mi riferisco, per esempio, alla toponomastica, una questione la cui importanza viene spesso sottovalutata.

Dobbiamo cercare di far intitolare ai protagonisti dell’insorgenza veneta delle vie, delle piazze; permettetemi di segnalare con grande soddisfazione che il 25 aprile, giorno di San Marco, è stata intitolata a Belvedere di Tezze sul Brenta (Vi) una piazza intitolata “10 luglio 1809, insorgenza veneta” e qualche anno fa a Carrè (Vi) una via è stata intitolata a don Giuseppe Marini, giovane prete fucilato a Vicenza il 19 agosto 1809.

I preti con il popolo, e certi vescovi con l’invasore

E proprio la fucilazione di don Giuseppe Marini mi porta ad aprire un’altra parentesi relativa al ruolo della Chiesa: i preti che toccavano con mano le condizioni delle nostre campagne erano tutti dalla parte della nostra gente, ci sono decine e decine di testimonianze di partecipazione attiva all’insorgenza.

Non così qualche vescovo come quello di Padova, Francesco Scipione Dondi dall’Orologio, che scrisse un’energica pastorale ai parroci della diocesi affinché si adoperassero per sedare le “insorgenze” venendo poi  omaggiato con la nomina a commendatore dell’ordine della corona di ferro.

L’omaggio di Papa Albino Luciani ad Andreas Hofer

Chiesa Veneta che nel secolo scorso è stata nobilitata da figure di straordinaria dimensione. Penso ad Albino Luciani, futuro Papa Giovanni Paolo I, il Papa del sorriso. Nel 1976, allora Patriarca di Venezia, pubblicò il volume “Illustrissimi”, lettere immaginarie ai grandi della storia, da Carlo Goldoni a Mark Twain ad Alvise Cornaro ad …Andreas Hofer.

Hofer, difensore della Patria e della Fede

Il futuro Papa ne esalta le doti di combattente e di difensore della Patria tirolese e della fede cristiana. Parla di “conduzione incredibilmente abile e coraggiosa di questa guerriglia, che ha strappato ammirazione agli stessi generali napoleonici e vi ha fatto entrare per sempre come eroe nel cuore del popolo tirolese” ed è profetico quando dice:

“A noi oggi, travolti come siamo da un ritmo frenetico di vita, mancano il silenzio e la possibilità di riflettere; questa forse è una delle cause del tentennare di parecchi”.

Le insorgenze in Italia contro Napoleone: centomila morti

A trent’anni di distanza è aumentato in maniera esponenziale il “tentennare di parecchi” con il risultato che sia il mondo della politica che quello della cultura continuano ad imporre modelli e stili di vita sempre più estranei alla nostra civiltà.

L’insorgenza veneta va sicuramente inserita nel quadro delle insorgenze che caratterizzarono la penisola italiana con una partecipazione popolare straordinaria per intensità e sacrificio: si calcola che dal 1796 al 1815 circa 300-350 mila persone parteciparono a varie forme di insorgenze: complessivamente ci furono circa centomila morti.

Insorgenze in Veneto con la bandiera della Serenissima

Ma nel nostro Veneto ci fu anche la caratterizzazione “marciana”: il nostro popolo scendeva in piazza con la bandiera di San Marco per chiedere il ritorno  della Serenissima.

Lo aveva già fatto nel 1797 nel momento del tramonto della Repubblica con momenti di altissimo sacrificio come  nelle Pasque Veronesi e in tante altre comunità, dall’Altopiano dei Sette Comuni alle Valli Sabbia e Trompia, a Venezia.

La Repubblica Veneta di Daniele Manin

Lo tornerà a fare nel 1848 con un periodo di indipendenza che durerà dal 22 marzo al 22 agosto 1849 e Venezia fu l’ultima città d’Europa a cadere sotto i colpi dell’esercito asburgico: un’altra pagina straordinaria della nostra storia che continua ad essere ignorata dalla stragrande maggioranza del nostro popolo.

C’è un filo rosso (o meglio azzurro che è il colore nazionale di noi veneti) che unisce tante pagine della nostra storia, ed è la costante lotta del popolo veneto per l’autonomia, per l’autogoverno; com’è incrollabile l’identificazione nella bandiera con il Leone di San Marco.

Distrutti dai giacobini più di mille Leoni di San Marco

Il Leone di San Marco che per noi veneti è qualcosa di più di una bandiera, è un simbolo. E come tutti i simboli ha una dimensione materiale che si può fotografare, toccare con mano, scolpire, dipingere, distruggere…e una spirituale che sfugge a qualsiasi controllo, che non si lascia imprigionare, che è imperscrutabile.

E questo Napoleone e i collaborazionisti giacobini l’avevano capito benissimo.

Nella sola Capitale vengono distrutti e scalpellati più di mille Leoni di San Marco: così in tutta la Serenissima. I liberatori, in nome della libertà, eguaglianza e fraternità, arrivano al punto di pubblicare un proclama nel quale sta scritto:

Chiunque griderà viva San Marco sarà punito di pena di morte”.

Le rapine di Napoleone

Per non parlare delle razzie, delle rapine perpetrate da Napoleone ai danni del nostro patrimonio artistico; basta andare al Louvre, o anche al Museo di Brera a Milano, per rendersi conto delle dimensioni di una simile rapina; ma soprattutto colpisce l’accanimento di Napoleone nei confronti dei simboli della Serenissima: pensiamo al Bucintoro incendiato e distrutto proprio come emblema della Veneta Repubblica.

Ma nonostante questo nel 2009, nel secondo centenario dell’insorgenza veneta del 1809, tanti veneti, tanti giovani continuano a sventolare con orgoglio la bandiera veneta e a gridare forte “Viva San Marco!”

 

Ettore Beggiato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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