23 Settembre 2021
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L’Isola delle Rose: il libero Stato in mezzo al mare, bombardato dall’Italia democratica

“L’incredibile storia dell’Isola delle Rose” è un film di Sydney Sibilia che debutta su Netflix il 9 dicembre 2020 e sarà poco dopo – Covid permettendo – nei cinema di tutta Italia. Il film racconta una storia vera, che ci riguarda da vicino. Una storia recente ma condannata al dimenticatoio, come tutte le storie che imbarazzano l’Italia. E’ la storia della Repubblica delle Rose, la storia di un piccolo Stato indipendente, la storia dell’ultima guerra dell’Italia: anche questa di aggressione, come furono del resto la Prima e la Seconda guerra mondiale.

GUARDA IL VIDEO Il trailer ufficiale del film “L’incredibile storia dell’Isola delle Rose”

E’ anche la storia di un uomo che voleva liberarsi dello Stato. Era un ingegnere bolognese e si chiamava Giorgio Rosa. Nel film è impersonato dal grande attore italiano Elio Germano. Giorgio Rosa cominciò a lavorare al suo sogno nel 1958. Il suo sogno era un’isola. Un’isola artificiale, fuori delle acque territoriali italiane, fuori della giurisdizione italiana, fuori delle burocrazie, delle leggi, delle tasse italiane. Un luogo dove essere liberi.

Non era ricco, Giorgio Rosa. Ma era ingegnere. Progettò un sistema geniale, efficiente ma economico, per ancorare la sua isola al fondo marino. Una struttura alta 36 metri, fatta di semplici tubi d’acciaio cavi, saldati tra loro in cantiere, in terraferma, quindi senza l’uso di sommozzatori, e poi trasportata da un pontone sul luogo prescelto, un punto dell’Adriatico in cui la profondità è inferiore a 14 metri, calata e fissata al fondale marino. Il sistema, cento volte meno costoso di quello usato nelle piattaforme petrolifere, si dimostrò stabilissimo.

1965: l’Isola delle Rose nasce in acque internazionali

Nel 1965, in Adriatico, 11 chilometri e 612 metri al largo di Rimini, poco più di 500 metri oltre il limite delle acque territoriali italiane, iniziarono i lavori. L’Isola delle Rose era una piattaforma di 400 metri quadrati sospesa sul mare. C’era una piazzetta, un bar, un piccolo residence e una radio. C’era perfino l’acqua potabile, presa da una falda sottomarina del fiume Marecchia che arrivava fin sotto l’Isola delle Rose. La popolazione si contava sulla punta delle dita di due mani, ma in Romagna l’Isola delle Rose era già famosa per i messaggi hippy che la libera radio diffondeva: tutti i giorni numerosi motoscafi attraccavano all’Isola delle Rose, terra di libertà a pochi chilometri dalle coste italiane.

Localizzazione dell’Isola delle Rose (grafica di Bubici, CC BY-SA4.0)

L’Italia non la vedeva di buon occhio, naturalmente. Le autorità portuali fecero rapporto, intimando la demolizione della piattaforma, anche se l’isola artificiale era in acque internazionali, e anche se la polizia, dopo sopralluoghi, non avesse trovato alcunché di irregolare. Ma l’Italia aveva concesso quella zona di mare all’Agip per la ricerca di idrocarburi, e quindi sostenne che non ci potevano essere in zona altre piattaforme tranne quelle di prospezione dell’Agip. Un pretesto, naturalmente, perché l’Isola delle Rose non cercava giacimenti di metano, e non impediva certo all’Agip di farlo.

1968: l’indipendenza e l’occupazione italiana

Il primo giorno di maggio del 1968, Giorgio Rosa proclamò ufficialmente che l’Isola delle Rose era uno Stato indipendente. La Repubblica delle Rose aveva il fondatore come Presidente, e aveva un governo di 5 ministri, tra cui due donne: una proporzione che nel 1968 parlava da sola. In quell’anno infatti, nella Camera dei Deputati a Roma, le donne erano meno del tre per cento dei parlamentari.

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Il 25 giugno 1968, neanche due mesi dopo aver proclamato l’indipendenza, il presidente della Repubblica delle Rose tenne una conferenza stampa. La microscopica, libera Repubblica aveva una lingua ufficiale, l’esperanto, una moneta, il Mill – Milo, in esperanto – il cui cambio fisso era 1 a 1 con la Lira italiana, e stampava francobolli che oggi sono una rarità filatelica. La prima serie di francobolli riporta le insegne della Repubblica, le rose fogliate. La seconda reca il timbro “OCCUPAZIONE ITALIANA“.

I pretesti per l’attacco: “C’è un patto con L’Urss”

Occupazione italiana, perché il giorno dopo quella conferenza stampa, l’Italia dispose il blocco navale dell’Isola delle Rose. Alcune motovedette circondarono la piattaforma, impedendo a chiunque di sbarcarvi e ai residenti di lasciare l’isola. La Polizia e la Finanza sbarcarono sull’Isola e ne presero possesso manu militari, senza alcuna ragione al mondo: non fu sollevata alcuna contestazione, non fu rilevata alcuna irregolarità, non c’erano reati, non c’era nulla che giustificasse l’invasione di un territorio fuori dei confini italiani.

Furono diffuse le voci più fantasiose: che nell’isola sarebbe stato in funzione un casinò, e persino un bordello, che vi si praticava il libero amore, che le donne giravano – udite udite – addirittura in topless. Ma l’accusa più fantastica fu quella di collusione col nemico. Rispettabili strutture dello Stato indagavano – incredibile – su un presunto accordo tra Giorgio Rosa e Leonid Breznev, tra la Repubblica delle Rose e l’Unione Sovietica, per fare dell’Isola delle Rose una base di sottomarini nucleari sovietici a due passi dalle coste italiane. Pensate: Giorgio Rosa, che era un ex repubblichino, accusato di intendersela con l’Urss!

Vedi caso, e fatte le debite proporzioni, anche oggi la magistratura spagnola indaga su molto presunte – e abbastanza fantastiche – collusioni tra le autorità indipendentiste della Catalogna e la Russia di Putin, che sarebbe addirittura pronto a intervenire militarmente in Spagna con diecimila soldati per garantire l’indipendenza della Catalogna. Agitare lo spettro sovietico per trovare pretesti buoni per negare l’indipendenza, non è evidentemente un’idea così originale.

Di fronte alla minaccia militare, il cittadino italiano Giorgio Rosa fece ricorso anche alla magistratura italiana. La causa “Rosa Giorgio contro Repubblica Italiana” si concluse male per la Repubblica delle Rose. Venne accolta la richiesta dell’Avvocatura dello Stato, la quale affermò il principio che un cittadino italiano, per il solo fatto di essere tale, deve sottostare alle leggi e alle normative italiane anche quando opera stabilmente fuori del territorio dello Stato.

L’Italia in guerra: la Marina militare mina l’Isola delle Rose

L’Italia non dichiarò guerra alla Repubblica delle Rose ma la guerra la fece davvero: il 20 novembre 1968 la polizia sbarcò sull’Isola delle Rose, sgomberò le due persone che ci vivevano in quel momento e portò via masserizie, arredi ed altro. L’11 febbraio 1969 arrivò in forze la Marina militare, con esplosivi e sommozzatori. Le strutture che sostenevano l’isola furono minate. L’esplosione fu potentissima, ma i tubi di Giorgio Rosa resistettero. Due giorni dopo, la Marina militare tornò all’attacco della minuscola Repubblica delle Rose: mine ancora più potenti furono impiegate, e una serie di deflagrazioni spaventose scosse l’Adriatico. Ma incredibilmente, le strutture dell’Isola libera resistettero, danneggiate, indebolite, stravolte, piegate come sotto le bombe, ma resistettero. Fu il mare, alcuni mesi dopo, ormai nel 1969,  ad aver pietà di loro: una mareggiata le travolse e l’isola si inabissò nell’Adriatico.

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La terza ed ultima serie di francobolli dell’Isola delle Rose ricordò il bombardamento della microscopica e disarmata repubblica ad opera dello Stato italiano, in acque internazionali.

Come nel 1997 con i Serenissimi, di fronte a gesti indipendentisti assolutamente poetici e nonviolenti, la fragile Italia aveva scelto la risposta militare. Ben diversamente si comportano gli Stati forti, che non temono la libertà dei propri cittadini.

E’ un’altra storia, quasi gemella a quella della Repubblica delle Rose; davanti alle foci del Tamigi, al largo, fuori delle acque territoriali, su una piattaforma residuato bellico della Seconda Guerra Mondiale, alcuni sudditi britannici hanno fondato Sealand, proclamandola Stato indipendente. La Gran Bretagna ha cercato di contrastarlo per vie legali, ma la piattaforma è ancora lì. Non è stata bombardata. Ma in Gran Bretagna, d’altronde, la Scozia ha potuto votare il proprio referendum per l’indipendenza. In Veneto, se l’avessimo voluto tenere, il referendum, l’Italia avrebbe mandato i blindati, come ha fatto la Spagna in Catalogna. E l’avrebbe chiamata democrazia.

 

 

 

 

 

 

 

 

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