Nell’immaginario collettivo, due figure incarnano l’essenza dell’avventura, dell’esplorazione e della perseveranza: l’eroe omerico Ulisse e l’esploratore veneziano Marco Polo. Uno è un archetipo della mitologia, l’altro un uomo realmente esistito, ma le somiglianze tra queste due figure sono più profonde di quanto la maggior parte delle persone pensi. Approfondiamo quindi l’argomento per rendere giustizia all’uomo.

La somiglianza più evidente è senza dubbio la natura epica dei rispettivi viaggi. Ulisse lascia Itaca per partecipare alla grande spedizione achea contro la città di Troia. Rimarrà accampato sotto le mura della città per dieci anni, assediata dalle armate di Agamennone, un assedio che lo stesso Ulisse porrà fine con l’inganno del cavallo di legno. Da qui il viaggio di dieci anni per tornare a casa via mare raccontato nell’Odissea. Marco Polo, invece, lasciò Venezia nel 1271 con suo padre Nicołò e suo zio Mafìo per un’avventura che lo avrebbe portato attraverso l’Asia, fino alla corte di Kublai Khan in Cina. Attraversare la Via della Seta era già di per sé un’impresa, ma era solo l’inizio: Marco avrebbe servito per vent’anni alla corte del “padrone del mondo”, come le fonti medievali chiamavano il sovrano mongolo. Entrambi i viaggi sono pieni di pericoli, ostacoli e sorprese. Entrambi gli eroi affrontano prove mortali e avversità inimmaginabili.

L’origine indoeuropea dell’Odissea, per quanto sia stata rielaborata in epoche successive, è certa quanto la veridicità del racconto di Marco Polo dei suoi viaggi in Ła Distision de’l Mondo: sebbene vista attraverso gli occhi di un uomo medievale (non mancano descrizioni di eventi paranormali, come l’uso della magia), descrive accuratamente i luoghi che ha visitato e gli eventi storici a cui ha assistito, a volte anche come protagonista, in corrispondenza con altre fonti storiche del periodo.

Ulisse, già veterano della decennale guerra di Troia, combatte mostri come il ciclope Polifemo, le Sirene, Scilla e Cariddi, oltre a naufragi e ammutinamenti.
Marco Polo affronta pericoli quali tempeste in mare, attraversamenti di deserti e giungle, imboscate di predoni, assedi e intrighi di corte. Entrambi affrontano queste sfide con astuzia, coraggio e forza. Non sono guerrieri, ma strateghi: la loro ingegnosità e permette loro di districarsi dalle situazioni più difficili senza cedere allo sconforto o alla rabbia.
Entrambe le figure sono guidate da un archetipo comune: l’eroe mercuriale, i cui contorni sono difficili da definire e che può essere facilmente giustapposto ad altri archetipi correlati, come la stratega Minerva. Forse non è un caso che Ulisse godesse del favore (e dell’odio) di numerose divinità.
Oltre alle avversità fisiche, entrambi gli eroi devono affrontare tentazioni irresistibili che minacciano di distrarli dal loro scopo. Odisseo è tentato di rimanere con la ninfa Calipso o di abbandonarsi ai piaceri della maga Circe. La sua sete di conoscenza lo spinge ad ascoltare il canto delle seducenti sirene, rischiando la morte per mano loro. Ma lui è un re, un marito e un padre: la sua casa e il suo popolo sono minacciati da coloro che vorrebbero prendere il suo posto; il suo ritorno deve colmare il vuoto e ristabilire l’ordine. Marco Polo è tentato dalla ricchezza, dalla gloria e dal lusso dell’Oriente. Il Gran Khan lo accoglie come cortigiano, ma nel corso degli anni l’esploratore veneto diventa suo funzionario, consigliere, emissario, agente e amico. Kublai vuole che il ragazzo serva la sua volontà per sempre e lo ricopre di onori e lussi. Ma le grida del Falco a est sono soffocate dal ruggito del Leone a ovest: Venezia reclama il suo figlio lontano.

Tornare a casa è l’obiettivo comune, perché il viaggio ha sempre una destinazione e un ritorno, altrimenti non è altro che vagabondaggio. L’eroe torna alla comunità che lo ha cresciuto, perché sente la responsabilità di condividere ciò che ha imparato, di servire come individuo elevato dal viaggio.
Ed è qui, alla fine del loro viaggio, che le strade dei due eroi si dividono, alternando fortuna e sfortuna, per poi convergere alla fine dei tempi come un caduceo: Ulisse, naufragato sull’isola dei Feaci, viene accolto dal re Alcinoo e racconta alla sua corte le sue imprese. Marco Polo, imprigionato dai genovesi, acerrimi nemici del suo popolo, racconta le sue avventure al suo incredulo compagno di cella Rustichello da Pisa. Ulisse torna a Itaca come mendicante, solo per riconquistare la sua patria ingannando i pretendenti al suo trono, i Proci. Marco Polo lascia il Gran Khan con tutti gli onori, ma torna a Venezia come prigioniero riscattato. Quando finalmente raggiungono casa, la loro famiglia li sta aspettando, finalmente riunita. Porteranno sempre con sé il ricordo del loro viaggio, ma la loro casa ha sempre viaggiato con loro, nei loro cuori.
Ci siamo concentrati sulle somiglianze tra un personaggio ben noto nell’immaginario collettivo mondiale e uno famoso ma il cui significato è limitato dalle attuali circostanze storiche. Tuttavia, si può affermare con certezza che Marco Poło rappresenta un prototipo dell’avventuriero veneto, di coloro che, gettandosi in mare con le loro navi, hanno creato le rotte commerciali e le basi militari che hanno reso lo Stato da Mar la superpotenza mediterranea che tutti conosciamo. Uno sforzo collettivo ma anche individuale che ritroviamo spesso nei momenti di rinascita veneziana dopo grandi avversità, come il boom economico della seconda metà del XX secolo.
È stato certamente fortunato a tornare a casa vittorioso e a diventare famoso per la sua opera Ła Distision de’l Mondo, ma non era un’eccezione all’epoca. Chissà quanti “Marco Poło” ci sono stati senza la stessa ribalta!
Ciò che rimane, tuttavia, è l’eccezionalità della sua impresa, che ha ampliato i confini del mondo conosciuto, vissuto con la profondità di un avventuriero piuttosto che di un semplice mercante, e poi ha fatto del suo meglio per trasmetterlo ai posteri.
Marco Poło e Ulisse rappresentano due incarnazioni diverse ma parallele dell’eroe viaggiatore. Entrambi simboleggiano la resistenza umana, la saggezza e la forza di fronte alle avversità. Le loro storie continuano ad essere fonte di ispirazione per i nostri giovani. Una fiamma che non può essere spenta.








