1 Dicembre 2021
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Venezia, il Gran Ponte sulla Laguna Veneta, il forte di Sant’Antonio e gli eroi del 1849

Il Gran Ponte sulla Laguna Veneta. Se è vero che i romanzi storici talvolta riescono a  calare il lettore in maniera più viva  e  diretta in situazioni e personaggi di quanto possono fare i saggi storici, allora è lecito, ricorrendo in misura prudente alla risorsa della fantasia, immaginare che l’11 gennaio 1846 l’arciduca Ferdinando d’Austria, viceré del Lombardo-Veneto, fosse di ottimo umore mentre partecipava in mezzo ad una folla plaudente ed affiancato dalle altre autorità all’inaugurazione del ponte ferroviario sulla laguna di Venezia.

La prima idea del Ponte fu di un Doge

L’idea di un ponte che unisse la città alla terraferma sembra che fosse già stata avanzata già 87 anni prima dal doge Marco Foscarini per rivitalizzare i traffici commerciali. Ma la sua idea all’epoca era apparsa del tutto fuori della realtà, anche perché cozzava contro la plurisecolare convinzione che la sicurezza di Venezia fosse affidata in gran parte alle acque della laguna, per cui si riteneva necessario che essa continuasse ad essere raggiungibile solo su imbarcazioni.

L’impresario Busetto costruisce il Ponte in soli 4 anni

Sebbene i nemici del ponte non fossero scomparsi del tutto neppure nei primi decenni del XIX secolo, prevalsero le forze favorevoli ed il 7 aprile 1841 venne firmato il contratto preliminare per la sua costruzione con l’impresario veneziano Antonio Busetto, detto Petich, il quale si assunse l’onere di completare l’opera in appena quattro anni e mezzo.

Direttore dei lavori fu nominato l’ingegnere architetto Andrea Noale, dipendente della Imperial-regia Società Strada ferrata Ferdinandea Lombardo-Veneta, al quale va attribuito il progetto definitivo, che fu “maestoso, romano”, come esigeva l’opinione pubblica o, quanto meno, la parte d’essa più acculturata ed attenta.

I tempi stabiliti dal contratto vennero rispettati. I dati parlano da soli dell’enorme impegno richiesto dall’opera: furono impiegati quasi 800 lavoratori (ma vi è chi ha scritto  “fino a mille”), senza contare quanti si affaticavano in boschi, cave e fornaci per produrre il materiale occorrente; vennero utilizzati 100.000 pali di larice, “centocinquantamila migliaia” di pietre d’Istria, 23.000.000 di mattoni; furono costruite 222 arcate e cinque piazzali lungo i 3.602 metri della sua lunghezza, mentre la larghezza fu di 9 per accogliere non uno, come previsto da progetti precedenti, ma due binari.

Nel 1846 era il ponte su acqua più lungo del mondo

Pertanto se in quell’11 gennaio 1846 l’arciduca Ferdinando era di ottimo umore aveva ben ragione d’esserlo, anche perché sicuramente sapeva che quel ponte era il più lungo su acqua costruito al mondo. L’arciduca invece non poteva immaginare che il “Gran Ponte sulla Laguna Veneta” tre anni dopo sarebbe stato parzialmente demolito dai combattenti della Repubblica di San Marco ed il moncone dal lato di Venezia trasformato nella batteria o forte di Sant’Antonio, prezioso elemento difensivo dopo la caduta del forte Marghera.

Il destino di quest’ultimo era stato segnato quando il nemico lo aveva sottoposto  ad assedio ed infine lo aveva bombardato con estrema violenza per ventidue giorni consecutivi.

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Investito da 70.000 proiettili ed un impressionante numero di razzi, ridotto in macerie, frantumati i pezzi d’artiglieria  (che avevano risposto al fuoco degli attaccanti sparando circa 47.000 colpi, spesso andati a segno), divenuto quindi ormai inservibile, il 27 maggio 1849 i difensori superstiti avevano dovuto ritirarsi nottetempo verso Venezia su ordine del loro comandante, Girolamo Ulloa e di Daniele Manin, che vollero evitarne l’inutile sterminio.

L’esito del bombardamento aveva scosso anche i testimoni stranieri, austriaci compresi. Un ufficiale asburgico, dopo essere entrato in quel che restava del forte, scrisse:  “Bisogna rendere onore all’onore, la guarnigione di Marghera si portò valorosamente e tutti lo riconoscono. Nessuna truppa avrebbe potuto prolungare la difesa più quanto essa fece”.

La demolizione del Ponte e il Forte di Sant’Antonio

Per evitare che, mancando ormai la protezione dal lato di Marghera, gli austriaci avanzassero lungo il ponte ferroviario, ventidue arcate vennero demolite e nel piazzale esistente a metà del percorso tra la terraferma e Venezia fu realizzata la postazione difensiva denominata forte o batteria di S. Antonio e fornita di sette pezzi d’artiglieria che vennero frequentemente impiegati. Sottoposto a sua volta a bombardamento, fu necessario ripararlo di continuo, in mezzo ad un andirivieni di centinaia di “popolani” che dopo il tramonto trasportavano materiali, affusti e cannoni di ricambio a rischio della propria vita.

L’attacco austriaco a sorpresa, di notte, dal mare

Non riuscendo  a neutralizzare il forte con il cannoneggiamento gli austriaci portarono un attacco direttamente dalla laguna nella notte tra il 6 ed il 7 luglio. Sullo svolgimento dei fatti esistono versioni in parte discordanti, cosa ben comprensibile se si tiene presente che si svolsero nell’oscurità ed in maniera convulsa. Quella che segue è una ricostruzione basata sulle notizie dell’epoca che oggi sembrano più verosimili.

Dopo la mezzanotte una quarantina di soldati nemici fece scoppiare un “brulotto”, cioè un’imbarcazione carica di materie incendiarie ed esplosive, vicino al Sant’Antonio dove si trovavano anche i lavoratori impegnati nella riparazione dei danni. Nella confusione che seguì gli austriaci si avvicinarono su barche e salirono sul forte mentre gli artiglieri, i genieri, i lavoratori, abbagliati e storditi dallo scoppio,  presi alla sprovvista dall’attacco, si ritiravano in una posizione arretrata.

L’eroica difesa, gli austriaci respinti in mare

A combattere rimasero il comandante, Andrea Cosenz, ed un cacciatore del Sile chiamato Boa, il quale gli evitò di essere colpito da una baionettata. I due (c’è però chi fa anche il nome del gendarme bassanese Luigi Passuello) riuscirono a farsi largo tra i nemici  e a porsi in salvo.

Secondo un documento ottocentesco conservato nella biblioteca comunale di Castelfranco in realtà nel forte rimase anche un artigliere del Brenta, il fabbro diciottenne castellano, Vincenzo Pilan, che si difese con la sciabola finché, rimasto con la sola elsa in mano, ferito diciassette volte, stramazzò e venne fatto prigioniero.

Da una notizia riportata da Carlo Pisacane – ma su cui non ho trovato conferme – risulta che dal non lontano forte di San Secondo il comandante della guarnigione fece sparare con le bocche da fuoco disponibili contro il Sant’Antonio “fulminando il nemico”, fino a quando i gendarmi e i cacciatori del Sile contrattaccando non ricacciarono in mare gli assalitori sopravvissuti.

Certo è che l’attacco austriaco fu respinto, sia pure con perdite anche tra i combattenti della Repubblica, ed i cannoni del forte vennero rimessi in funzione.

 

Nonostante tante prove di eroismo, l’esistenza della Repubblica di San Marco si avvicinava alla fine. Completamente circondata da terra e dal mare, priva di rifornimenti ed aggredita da un’epidemia di colera, il 22 agosto dovette capitolare.

La ricostruzione del Ponte e i cannoni a ricordo del Forte

La riparazione/ricostruzione parziale del ponte fu affidata al già ricordato impresario Busetto. Il traffico ferroviario venne riaperto nel giugno del 1850, ma il per il completamento della linea Milano – Venezia si dovette attendere qualche anno.

A ricordo delle vicende del 1848-49 dopo il 1866 fu realizzata un’area monumentale in corrispondenza del piazzale dove si era trovato il forte di S. Antonio. Tra gli anni Sessanta e  Settanta del secolo scorso il vecchio ponte ferroviario fu oggetto di lavori di manutenzione (peraltro si constatò che aveva resistito benissimo allo scorrere del tempo) e gliene fu affiancato uno nuovo, accanto al quale venne spostata l’area monumentale.

Oggi andando verso Venezia la vediamo a sinistra del ponte ferroviario più recente, con i due antichi cannoni puntati verso la terraferma. L’impressione è che in quel luogo le erbacce prosperino troppo alla dolce brezza della laguna. Una maggiore cura, o forse una cura tout court, sarebbe necessaria.

Marco Dal Bon

Nel dipinto, la più antica immagine conosciuta del passaggio di un treno sul ponte translagunare (dettaglio del quadro del pittore pordenonese Michelangelo Grigoletti che ritrae Antonio Busetto e famiglia)

 

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