30 Novembre 2022
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Un Parco intitolato alla Battaglia di Lepanto: l’esempio di Monteforte d’Alpone

Il Comune di Monteforte d’Alpone, nel Veronese, ha deciso di intitolare alla Battaglia di Lepanto il Parco pubblico nella frazione di Costalunga, in via Molinetto.

Roberto Costa, sindaco di Monteforte d’Alpone

Monteforte d’Alpone è retto da una giunta di centrodestra, un’alleanza tra Lega, Forza Italia e una civica, e il sindaco è Roberto Costa.

Pax Tibi Civiltà Veneta. l’associazione che ha invitato il Comune di Monteforte d’Alpone a intitolare il parco alla Battaglia di Lepanto

La proposta di intitolare il Parco alla Battaglia di Lepanto è venuta dall’Associazione Pax Tibi – Civiltà Veneta ed è stata accolta dal Comune il 15 dicembre 2021 (delibera n. 154).

L’opposizione in Consiglio comunale

La notizia sarebbe probabilmente passata sotto silenzio se la pedagogista Teresa Ros, consigliere comunale eletta nella lista “Monteforte si può fare”, non avesse – legittimamente – reso pubbliche su Facebook le proprie perplessità, chiedendosi se sia opportuno “intitolare a una battaglia un posto dove giocano i bambini”.

Teresa Ros, consigliere comunale di Monteforte d’Alpone. Foto dalla sua pagina Fb

Ne è nato un acceso dibattito, che ha opposto i sostenitori della scelta dell’Amministrazione Comunale a coloro che non soltanto pretendono che i luoghi frequentati dai piccoli siano intitolati solo a “persone che vogliono bene ai bambini”, ma che addirittura sono pronti a derubricare la Battaglia di Lepanto a uno scontro senza importanza se non proprio a una vittoria di Pirro.

Il coraggio di andare controcorrente

Noi rivolgiamo un plauso al sindaco di Monteforte, Roberto Costa, alla sua Giunta e alla sua maggioranza. Sappiamo che pagheranno il loro coraggio e la loro scelta di andare controcorrente in mille modi, e gliene siamo grati.

L’Italia è piena di parchi, di strade e di piazze, di monumenti e di lapidi, e persino di istituti scolastici, intitolati a battaglie mille e mille volte meno importanti di quella di Lepanto.

Cadorna, Graziani, Oberdank, la Vittoria…

Battaglie dell’Isonzo, in cui più di centomila ragazzi e padri di famiglia vennero mandati al macello per far avanzare il fronte di pochi metri. Intitolati a personaggi come il generale Cadorna, come il generale Graziani, che li mandarono al massacro, che li fucilarono solo perché osarono fumare un sigaro in loro presenza, come avvenne a Noventa Padovana.

Scuole intitolate al terrorista Oberdank, che fu arrestato con due bombe in mano, che avrebbe usato in una piazza piena di gente. Parchi e monumenti dedicati alla Vittoria nella Prima Guerra, quando non a battaglie coloniali di spesso discutibile onorabilità, o persino a battaglie di invasori come Napoleone, che combatterono contro i nostri padri, martiri per la Patria Veneta e per la Fede.

Se era Parco della Vittoria, andava bene…

Tutto questo va bene, vero? Se il sindaco di Monteforte d’Alpone avesse intitolato il Parco alla Vittoria, come al Monopoli, nessuno avrebbe obiettato nulla, nessuno avrebbe ricordato quante centinaia di migliaia di giovani in età poco più che scolare sono stati gettati via, quanti bambini sono stati fatti orfani, per piantare una bandiera a Trento e Trieste.

Lepanto, battaglia politicamente scorretta

Ma Lepanto, non si può. Lepanto è una battaglia politicamente scorretta, da dimenticare. Per due motivi.

Primo, perché battaglia di cristiani contro musulmani, la Lega Santa, gli appelli disperati del Papa di allora, il Crocifisso contro la Mezzaluna, mentre adesso siamo lì ad accogliere l’invasione musulmana a braccia aperte, con la benedizione e l’esortazione dello stesso Papa di oggi, pronti a togliere il Crocifisso dalle scuole, pronti a cancellare anche il Natale, pronti a cedere interi quartieri alla Sharia, a far tacere le campane delle chiese, quelle campane che in tutto il mondo – quanti lo sanno? – suonano a mezzogiorno per ricordare la vittoria di Lepanto.

Lepanto, vittoria veneziana

E Lepanto politicamente scorretta per un altro motivo, tutto italiano. Perché Lepanto fu, militarmente e tecnologicamente, una vittoria veneziana, una vittoria della Serenissima. Oltre metà della flotta cristiana, e le sei galeazze, le fortezze del mare che si rivelarono decisive, era veneziana.

Ma non ci fu solo Lepanto: per lunghi secoli, due potenze europee, gli Asburgo e Venezia, si svenarono per fare da diga all’espansionismo dell’Impero Ottomano, salvando la civiltà europea come la conosciamo oggi.

La Serenissima baluardo d’Europa

La realtà, la verità di questo secolare confronto militare e culturale, che vide la Serenissima baluardo d’Europa, protagonista di prima linea sul fronte mediterraneo, è incompatibile con lo sforzo messo in campo dall’Italia, sin dall’unificazione, per ridurre la storia veneta a fatto locale e italiano.

Lo sforzo di derubricare la Repubblica Veneta

Il ruolo “europeo” giocato da Venezia – di cui Lepanto è momento altissimo – è incompatibile con la fiaba delle repubblichette marinare che la propaganda risorgimentale italiana ha deciso di inculcarci, per derubricare la Repubblica Veneta da potenza di rango europeo a staterello pre-unitario e negare ai Veneti di oggi persino il diritto di considerarsi un popolo.

L’esempio di Monteforte

Per questi motivi, alla Battaglia di Lepanto, due volte politicamente scorretta, non si dedicano piazze e strade, monumenti e parchi. E per questi stessi motivi, noi siamo grati che il Comune di Monteforte l’abbia fatto, e vogliamo sperare che l’esempio venga seguito da molti altri Comuni, veneti e non veneti.

Come avviene in Grecia e in Spagna, Lepanto e i protagonisti di Lepanto dovrebbero essere un must nella toponomastica italiana.

Il parco, la battaglia e l’identità

E a chi si chiede se sia giusto intitolare a una battaglia un parco frequentato da bambini, rispondiamo che sì, è giusto e anche doveroso. Perché è proprio agli utenti di quel parco che noi abbiamo il dovere di trasmettere l’identità, di fargli sapere chi sono e di chi sono figli.

Senza rinnovare guerre di religione: d’altronde Venezia durante e dopo le guerre commerciava con i Turchi e ne accoglieva il prestigioso Fontego sul Canal Grando. Ma senza rinunciare alla propria identità. Cristiana e Veneta.

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