21 Aprile 2024
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Bossi critico, la Lega non gli dà più gli assistenti, stia a casa. Gobbo: così non va bene!

Umberto Bossi, chi l’ha visto? Da mesi ormai il Senatur è sparito dal Parlamento, dove invece era sempre stato presente, anche dopo l’ictus. In carrozzina, accompagnato, ma presente. E lucidissimo, a 82 anni compiuti.

A sentire certi colleghi di partito, non c’è nessun mistero: il Senatur starebbe male, tanto che il premuroso Matteo Salvini lo andrebbe spesso a trovare. Ma non è vero per niente. Dalle parti di Gemonio, Varese, casa sua, lo sanno tutti i veri amici. Lo sa Giulio Tremonti, lo sanno quelli che davvero lo vanno a trovare. Perché Matteo Salvini, si dice in Lega, manco gli risponderebbe al telefono.

La Lega non gli dà più i due assistenti

Umberto Bossi sta bene, morde il freno, e vorrebbe “scendere a Roma”, tornare in Parlamento, al suo posto. E se non lo fa, è solo perché non ha più i due assistenti che il partito gli aveva sempre garantito, in quanto fondatore e presidente della Lega. Due assistenti che gli spettano, in quanto presidente, anche se non avesse avuto l’ictus. E che, turnandosi, avevano sempre garantito a Bossi – nonostante le limitazioni imposte dalla malattia – di poter stare a Roma e presenziare ai lavori parlamentari.

Senza i due assistenti, Bossi è quasi come fosse agli arresti domiciliari: rinchiuso non in casa, ma limitato nel suo raggio d’azione. Impensabile nelle sue condizioni fisiche, poter andare a Roma e muoversi dentro e fuori dal Parlamento, fare stabilmente politica a 600 chilometri da casa, durante le sessioni parlamentari.

Lontananza politica

Se la Lega si è “dimenticata” degli assistenti di Bossi, non è stato certamente per problemi finanziari: la Lega ha assunto varie unità di personale, anche proveniente da altri gruppi parlamentari, e tutti i parlamentari “con incarico” sono forniti di assistente, anche chi ne ha molta meno necessità di Bossi.

Un’umiliazione per Umberto Bossi, l’ennesima a cui la Lega di Matteo Salvini lo costringe. Prima di non assicurargli più i due assistenti che gli sono necessari, gli avevano tolto – a lui fondatore e presidente della Lega – l’ufficio che aveva sempre avuto nel palazzo dei gruppi parlamentari, per poi affibbiargli la disponibilità di un bugigattolo sottotetto, tra quelli destinati a parlamentari disabili. Ufficialmente per suo maggior comodo, anche se lui non l’aveva mai richiesto. In realtà, è stato un allontanamento, un’emarginazione, un ribadire la lontananza politica del fondatore della Lega Nord rispetto alle stanze dei bottoni dell’attuale Lega Salvini Premier.

Senza la sua identità il partito muore

Ua lontananza politica che Bossi, al quale la vecchiaia non ha tolto l’abituale franchezza, ha ribadito da sempre, pur nella ostinata lealtà al partito. “Senza la sua identità un partito muore” aveva vaticinato nel dicembre 2022, appena un paio di mesi dopo l’insediamento del governo Meloni, alla conclusione della campagna elettorale più “italiana” e più “nazionalista” che la Lega abbia mai visto, da Prima gli Italiani al Ponte sullo Stretto, da Matteo Salvini in Tricolore fino ai baci e abbracci con le estreme destre e con i dittatori di mezzo mondo.

Matteo Salvini in tricolore

Una lontananza politica che ha visto il Senatur dare la propria benedizione al Comitato del Nord, quella sorta di “corrente” interna alla Lega che propugna il ritorno a un partito territoriale, al “sindacato del Nord”.

Se la priorità è il Ponte sullo Stretto

Ma ora, dopo la batosta presa in Sardegna, alle elezioni regionali dove la Lega è crollata dall’11 al 3 per cento, con le elezioni europee in vista e sondaggi disastrosi, il vaticinio di Bossi, “Senza la sua identità un partito muore“, diventa un atto d’accusa contro un segretario che ha snaturato il partito, ha segato il legame storico e ideologico col territorio per farlo diventare un partito italiano e nazionale di destra che spesso addirittura scavalca a destra gli eredi politici del Msi e la cui priorità sembra essere il Ponte sullo Stretto piuttosto che gli interessi del Veneto, della Lombardia e del Friuli.

Matteo Salvini e il Ponte sullo Stretto di Messina

Zaia: preferivo la Lega Nord

E si moltiplicano i segnali: dal nuovo partito popolare del Nord di Roberto Castelli, all’esplodere del malcontento in Veneto, la Regione che se la Lega perde, perde se stessa. Lega Salvini Premier, così si chiama il partito oggi. «Preferivo la Lega  Nord» ha detto pochi giorni fa il governatore del Veneto Luca Zaia. Quattro parole, e il popolo della Lega era in piedi a spellarsi le mani, minuti e minuti di applausi, una standing ovation che la dice lunga su cosa pensi il popolo della Liga Veneta.

Luca Zaia (Foto di SereMas79, licenza CC)

Marcato e il partito territoriale

Il Veneto rivuole la Liga Veneta: lo sa bene l’assessore regionale veneto Roberto Marcato, l’uomo più votato dopo Zaia alle Regionali, che giochi di palazzo hanno tenuto fuori dalla corsa per la segreteria veneta del partito, eppure la sua linea politica – il ritorno a un partito territoriale – era quella a cui oggi tutti in Liga danno ragione. Lo sa bene un europarlamentare veneto come Gianantonio Da Re, il quale ha detto chiaro e tondo che «se in lista con la Lega c’è il generale Vannacci, non ci posso essere io». E Bossi, l’antifascista Bossi, sicuramente sottoscriverebbe.

Cosa ha detto Gian Paolo Gobbo

Serenissima News ne ha parlato con Gian Paolo Gobbo, trevigiano come Zaia, padre nobile della Liga Veneta e della Lega, vicinissimo a Zaia e allo stesso Bossi.  Europarlamentare per due legislature, consigliere regionale per altrettante, vicepresidente del Veneto, per due volte sindaco di Treviso, presidente per 4 anni e poi segretario nazionale della Liga Veneta per altri 14 anni di regno, Gobbo è l’uomo che ha “salvato” il partito di Bossi dopo la fuoruscita di sette consiglieri regionali su otto, alla fine degli anni Novanta.

Non ci fosse stato lui, la storia della Lega, di tutta la Lega, sarebbe stata diversa. E per questo è ancora una delle voci più ascoltate, in Veneto e fuori, nel mondo della Lega. Ecco cosa ha detto Gian Paolo Gobbo.

Gian Paolo Gobbo

– Onorevole Gobbo, Umberto Bossi isolato, umiliato, tolti gli assistenti…

«Non sono informato ma non credo, non posso credere che ci sia stata una decisione in questo senso. Magari si tratta di una disattenzione, la mancata sostituzione di un assistente. Se è così è grave comunque, perché Bossi è presidente e fondatore della Lega. Così non va bene, il partito deve fare tutto il possibile per assicurare la presenza di Bossi ai lavori parlamentari».

La Lega nazionale italiana

– La Lega è cambiata, non è più la Lega Nord di Bossi. E’ un partito nazionale italiano, ha perso il suo legame con il territorio, e si vede…

«Però quando il Consiglio Federale ha cambiato la “ragione sociale” del partito, togliendo il Nord, la Lega di Salvini viaggiava su percentuali altissime e tutti, anche noi veneti, fummo d’accordo su quella scelta…».

Ponte sullo Stretto e Venezia-Monaco

– Ma ora la Lega è il partito del Ponte sullo Stretto…

«Questo è stato l’errore. Allargare il target è una cosa, mettere in second’ordine il ruolo di sindacato del Nord, un’altra. Doveva esserci più attenzione anche allo sviluppo infrastrutturale del Nord. Se al Ponte sullo Stretto avessimo affiancato altre opere importanti per il Veneto e per il Nord, come la Venezia-Monaco, come lo sbocco a Nord della Valdastico, o come la Zona economica speciale nel Veneto, che a differenza del Ponte sullo Stretto il governo ha lasciato senza un soldo, forse si sarebbe trovato un equilibrio migliore. Anche noi veneti, forse, abbiamo responsabilità, abbiamo lasciato spazi vuoti…».

Lo spostamento a destra

– Salvini ha anche spostato il partito su posizioni di destra estrema. Cosa c’entra Vannacci, cosa c’entra Le Pen con l’antifascismo sempre osservato da Bossi?

«Quella che va recuperata è l’identità della Lega. Il suo legame col territorio. Bossi lo ha sempre detto: la Lega non è di destra e non è di sinistra, noi rappresentiamo il Nord. Tutto il resto, viene di conseguenza. L’ideale sarebbe fare della Lega una CSU bavarese…».

– Un sindacato del territorio…

«La Lega Nord nasce con Bossi su una questione identitaria, di sindacato del Nord. Anche per questo è importante assicurare la presenza del fondatore, tenerselo caro, rispettare la sua voce, ascoltarla, non relegarla in secondo piano. Perché Bossi è la garanzia di un legame della Lega di oggi con la Lega delle origini, è una questione di identità politica del partito. Perché poi ogni tempo, ogni segretario ha le sue diversità, ma il core business del partito deve rimanere quello».

Non spaccare ma cambiare sì

– Zaia ha detto: preferivo la Lega Nord. Non certo parole a caso…

«Luca Zaia non dice mai nulla a caso. Lui ha sempre parlato esclusivamente di Veneto, ha sempre lavorato per il Veneto, e per questo è visto da tutti, anche da chi è lontano dalle posizioni della Lega, come un bravo amministratore. E per questo ha il largo consenso che ha».

– Ci sarà una spaccatura nella Lega, dopo la sconfitta in Sardegna?

«La Sardegna è la Sardegna, è una storia particolare. Che ci deve far riflettere: non spaccare, ma cambiare sì. Non ho mai creduto al futuro di partiti usciti dalla Lega. Quello che dobbiamo fare è recuperare la nostra identità, il nostro legame con il territorio. Con tutto il territorio, destra, sinistra e centro, autonomia, economia, cultura e identità».

– La Lega Nord che Zaia preferisce…

«Sì!».

 

 

 

 

 

 

 

 

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