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Venezia, il Mose ferma la marea. Ma ridateci il Magistrato alle Acque scippato da Renzi

Redazione by Redazione
14 Ottobre 2020
in Mondo Veneto
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Venezia, il Mose ferma la marea. Ma ridateci il Magistrato alle Acque scippato da Renzi

Mose, l'immensa chiatta che ha posato le paratoie mobili (foto di Olaf, CC0-1.0)

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Giornata storica per Venezia, il 3 ottobre 2020. Per la prima volta, un’alta marea che stava entrando in Laguna è stata fermata dall’uomo. Le paratoie mobili del Mose, dunque, funzionano. Si sono alzate tutte e hanno sostenuto per ore un differenziale che è arrivato a toccare gli 80 centimetri tra il livello del mare e il livello della Laguna, impedendo all’acqua alta di invadere Venezia. Un successo, senza alcun dubbio. Ma un successo solamente tecnico: l’acqua alta è stata fermata, Venezia è stata tenuta all’asciutto, ma il sistema Mose ha messo in luce anche i suoi problemi, e non sono certo problemi da poco.

Anzitutto, i costi del Mose: stratosferici. E non parliamo dei miliardi e miliardi di euro profusi per la sua progettazione e realizzazione. Né dei milioni di euro che sarebbero andati ad alimentare la corruzione, secondo inchieste non ancora del tutto concluse. E neppure parliamo dei costi stellari, previsti per la normale manutenzione del sistema: almeno cento milioni di euro all’anno. Qui parliamo dei semplici costi di funzionamento. Una sola “levata” delle paratoie mobili, alle tre bocche di porto, costa 300mila euro, richiede decine e decine di persone all’opera, dai supertecnici che comandano le paratoie e ne sorvegliano il corretto funzionamento, fino alle squadre di sommozzatori e di operai specializzatissimi pronti a intervenire in mare e nelle gigantesche strutture sotterranee del Mose, per finire con l’imponente bolletta dell’energia elettrica necessaria alle centinaia di grandi pompe che soffiando via l’acqua dall’interno delle paratoie ne provocano l’alzata. Trecentomila euro ogni volta che il Mose entra in funzione!

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Paratoie alzate, Venezia protetta ma si ferma il Porto

Eppure non è questo il costo maggiore. Quando il Mose è in funzione, le tre bocche di porto della Laguna di Venezia vengono sbarrate dalla catena di paratoie mobili che si sono alzate. Mentre tra le calli di Venezia i cittadini guardavano i masegni miracolosamente asciutti, al Porto di Venezia si guardavano con estrema preoccupazione i monitor e con ancor maggiore preoccupazione si guardava al futuro del Porto di Venezia, uno dei maggiori porti del Mediterraneo, il primo per le crociere e per i traffici ad alto valore aggiunto. Con le bocche di porto sbarrate dalla cintura di paratoie del Mose, le navi non possono né entrare né uscire dalla Laguna di Venezia. Sabato 3 ottobre, il fermo del traffico portuale causato dall’azionamento del Mose si è protratto per molte lunghissime ore: gli armatori verranno inevitabilmente spinti a scegliere altri porti, nei quali non si rischino costosissimi fermi-nave. E questo effetto sarà ancora maggiore se il Mose, invece di venir azionato per fermare le maree oltre i 130 centimetri, come è avvenuto sabato, dovesse essere chiamato in funzione assai più frequentemente, ogni volta che la marea superi i 110 centimetri come è previsto negli obiettivi del progetto Mose. Significherebbe fermare il porto di Venezia per molti giorni, tra l’autunno e la primavera, le stagioni delle acque alte.

Insomma, dietro il successo tecnico del sistema Mose nel fermare la marea, stanno scelte progettuali che mostrano limitazioni importanti, finora forse tenute in ombra dalle discussioni sulla capacità delle paratoie di opporsi alla marea, e dalle vicende politiche e giudiziarie.

Non a caso, ora che il Mose è completato e si avvicina l’ora della sua entrata in regolare servizio – quello di sabato 3 ottobre è stato solo un test – il tema del giorno è chi gestirà il sistema, equilibrando le esigenze della città e quelle dell’esercizio di un’attività vitale per Venezia come il Porto, e chi pagherà i costi astronomici del normale funzionamento e della normale manutenzione.

Il delitto di Renzi: rottamato il Magistrato alle Acque

A complicare le cose, naturalmente, ci si è già messa la politica, la politica romana, e segnatamente il governo Renzi. Perché nel 2014, il premier Matteo Renzi, pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo tangenti del Mose e i primi arresti, decise di rottamare non solo le persone, ma l’istituzione stessa: il Magistrato alle Acque, una gloriosa Magistratura della Serenissima Repubblica, l’unica sopravvissuta intatta al Regno d’Italia e poi alla Repubblica Italiana. Venne istituita nel 1501, e la sua sede è ai piedi del Ponte di Rialto, nel cuore di Venezia. Il Magistrato alle Acque governava tutto ciò che riguardava il sistema fluviale e lagunare. Non si poteva metter mano a un canale, piantare una bricola in Laguna, deviare un fiumiciattolo per alimentare un mulino, non solo nei dintorni di Venezia ma anche nel Veronese ed oltre il Garda, nel Bergamasco, in Friuli, senza un’autorizzazione del Magistrato alle Acque, che poi controllava che le opere eseguite rimanessero aderenti al progetto approvato. A far sopravvivere il Magistrato alle Acque allo Stato Veneto che l’aveva fondato, è stata proprio la sua efficienza, la capacità tutta veneziana di riunire pragmaticamente tutte le competenze connesse a uno stesso obiettivo – il vitale mantenimento della Laguna – in una sola istituzione dotata di poteri amministrativi ed esecutivi insieme.

Zaia: scelta scellerata, ridateci il Magistrato alle Acque

La decisione di Matteo Renzi di abolire, dopo oltre 500 anni, la più longeva delle Magistrature veneziane, un pezzo di storia, è stato uno scippo senza precedenti. Non a caso il presidente del Veneto, Luca Zaia, definendo “scellerata” la decisione di Renzi, ha chiesto a gran voce che il governo Conte, ora che di concerto con la Regione e con gli enti locali si deve predisporr la struttura che gestirà il Mose, per prima cosa resusciti il Magistrato alle Acque: “Abolirlo fu una scelta sbagliatissima, il Magistrato alle Acque va ripristinato» ha detto Zaia.

Ma da Roma non vengono buoni segnali, proprio sull’eterno fronte dell’autonomia e del rispetto della capacità del Veneto di autogovernarsi. L’Agenzia per la Laguna di Venezia, istituita (naturalmente per decreto) dal governo Conte, espropria Regione e Comune di ogni reale potere, mantenendo tutto sotto il controllo diretto dello Stato. Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, insorge e parla di “tradimento“, spelleggiato da Lega e Forza Italia. Anche Luca Zaia è con Brugnaro: “La gestione del Mose deve essere affidata al Comune di Venezia”. Con finanziamenti adeguati al costo di gestione dell’opera, ovviamente.

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