20 Maggio 2024
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“Platone nel Baltico. I Veneti di Atlantide” nuovo volume di Diego Marin

Diego Marin, laureato in fisica con lode a Padova e storico indipendente, ci parla in questo volume dei Veneti di Atlantide; ecco la prefazione del dottor Piero Favero, autore di diversi volumi di successo da “I Veneti in Friuli” a “La Dea Veneta”, da “L’alba dei Veneti” a “L’oro di San Marco”:

La prefazione di Piero Favero

   “Come in Platone nel “mito della caverna” Diego Marin è un ricercatore della verità: non si accontenta delle ombre illusorie proiettate sul fondo della caverna, per istinto segue la luce ed esce all’aperto scoprendo la realtà. Viviamo in un mondo virtuale dove lo schermo del computer ha sostituito le ombre illusorie dell’antro e oggi spesso la verità è umiliata, manipolata, cancellata ad uso e consumo di chi vuole nasconderla. Il vero ha così perso il ruolo centrale che aveva nella condivisione culturale dell’antica Grecia.

La guerra di Troia nel Baltico

L’Autore prende spunto dalla tesi di Omero nel Baltico, libro in cui Felice Vinci – a motivo di considerazioni geografiche, climatiche e astronomiche – colloca la guerra di Troia nell’area baltica. È un compito molto difficile orientarsi tra le citazioni degli autori classici e dei miti arcaici, perché la scarsità di elementi e l’incertezza dell’interpretazione possono essere fuorvianti. L’esito di un’analisi ha valore di certezza solo quando il risultato è univoco e Diego Marin, con la logica dei termini, coglie la coerenza tra l’ipotesi di Vinci e la fonte offerta dalla testimonianza di Platone, l’allievo di Socrate e maestro di Aristotele.

Atlantide non è in Atlantico

Nel Timeo Platone narra che Atlantide fu sommersa dal mare e si tramanda che la sua città sacra fu inondata e coperta dal fango. A lungo si è pensato che, oltre le Colonne d’Ercole dello stretto di Gibilterra, i resti del continente scomparso fossero la scogliera atlantica sommersa estesa dall’Islanda alle Azzorre e a sud-est fino all’isola dell’Ascensione. Tuttavia le ricerche oceanografiche hanno dimostrato che tutta la catena atlantica è sott’acqua da sessanta milioni di anni.

L’innalzamento del Mar Baltico

Nel Nord Europa in epoca remota ci fu il sovrapporsi di due importanti fenomeni: l’Optimum Climatico e l’innalzamento del livello del Mar Baltico. Tra il 5000 ed il 2000 a. C. il mondo nordico godette di un clima eccezionalmente mite, probabilmente legato ai ciclici cambiamenti dell’orbita terrestre. La temperatura aumentò fino a 4° C vicino al Polo Nord e la vegetazione della tundra dell’Era glaciale lasciò sempre più spazio alla copertura forestale.

Dallo studio delle torbiere danesi è risultato che gli strati più chiari corrispondono al periodo più caldo e umido, definito da Axel Gudbrand Blytt con il termine di fase Atlantica dell’Olocene. La sequenza di Blytt è stata convalidata da altri metodi di datazione scientifica, principalmente con le date del Carbonio-14 ottenute dalla torba.

Scomparsi sotto le onde

Quando le isole danesi si separarono dall’Europa continentale, il processo determinò una lunga serie di devastanti mareggiate e trasformò il Mar Baltico in un affluente dell’Atlantico. Gli archeologi subacquei danesi, mentre Kristian Kristiansen era capo amministrativo del Patrimonio archeologico della Danimarca, individuarono numerose tracce di insediamenti e foreste sommerse dell’Età della pietra. Questi siti erano scomparsi sotto le onde a causa dell’innalzamento globale del livello del mare, le cui oscillazioni erano il risultato di variazioni climatiche.

Le fasi di questo innalzamento sono state ampiamente documentate anche dalle indagini archeologiche svolte durante la realizzazione del ponte e tunnel attraverso la “Grande Cintura”, che unisce lo stretto tra le isole danesi di Selandia e Fionia. Nel corso degli scavi sono stati stabiliti un gran numero di punti fissi correlati al livello del mare e allo spostamento delle coste.

Danimarca, la pianura omerica

Questi punti consistono ad esempio in focolari, ceppi d’albero radicati (in situ) e sbarramenti di pesca stazionari. Punti fissi come questi, di età e profondità note con precisione, costituiscono la base della curva di spostamento del litorale, che mostra un arretramento della linea di costa: il livello del mare nella “Grande Cintura” è aumentato di circa 30 metri tra il 6900 e il 3600 a. C..

Si consideri che oggi la Danimarca presenta un’altezza media sul livello del mare di 30 metri e che la collina naturale più elevata raggiunge i 170 metri (nella tesi di Felice Vinci la Danimarca corrisponde al Peloponneso poiché “l’Isola di Pelope” in entrambi i poemi omerici risulta essere una pianura anziché la regione montagnosa nota in Grecia).

Le tombe in riva al mare

Il fatto che all’epoca dell’inondazione le tombe dello Jutland fossero tutte localizzate lungo la costa dimostra che gli abitanti erano dediti alla pesca e che preferivano vivere direttamente presso le rive del mare, in senso figurato “con i piedi nell’acqua”. Non c’è dubbio che l’inevitabile e, a volte, drammaticamente rapida sommersione delle fertili pianure costiere portò enormi sfide alla popolazione locale, costretta ad abbandonare i luoghi dell’infanzia per trasferirsi in territori già abitati da altre persone che non necessariamente avrebbero ricevuto in modo ospitale i nuovi arrivati.

La generale disaffezione del grande pubblico dopo un primo approccio ai temi della preistoria si può anche comprendere: le manifestazioni e le vicende umane anteriori alla comparsa di qualsiasi documento scritto sono ricostruibili solo attraverso ipotesi archeologiche o, più indirettamente, attraverso l’analisi del contesto ambientale.

La ragazza dell’età del Bronzo

Nella storia propriamente detta compaiono sempre date precise, conosciamo giorno e anno di qualsiasi avvenimento; nelle cronache ci sono i nomi di re e consorti, sappiamo esattamente in quali luoghi hanno vissuto e lottato. Diverso è per la preistoria: al posto delle date ci sono vaste epoche archeologiche, con le varie suddivisioni ad esempio dell’Età del bronzo o del ferro; al posto dei nomi propri ci sono intere popolazioni, indefinite e localizzabili con difficoltà perché spesso sottomesse a migrazioni o immigrazioni.

Nella sepoltura di una ragazza dell’Età del bronzo a Egtved (Danimarca centrale) le ossa si sono consumate ma l’abito è rimasto intatto, insieme al disco solare che indossava alla cintura. L’analisi degli isotopi di stronzio ha confermato che non era nata in Danimarca. La scoperta che i resti della giovane, icona danese dell’Età del bronzo, non appartenevano ad una sacerdotessa del luogo ha suscitato scalpore e ha fornito la prova di una periodica mobilità che coinvolgeva anche le donne.

Una complessa rete commerciale

La notizia ha sollevato grande curiosità: esistevano altre come lei? In effetti, è stata recentemente rinvenuta una donna sepolta intorno al 1300-1200 a. C. a Skrydstrup, nello Jutland meridionale, che parimenti non era danese.

Questi fatti ci costringono a ripensare la mobilità europea dell’Età del bronzo come altamente dinamica, con individui che si spostavano rapidamente nella lunga distanza e in tempi relativamente brevi. Una complessa rete di vie commerciali collegava la Danimarca con il resto d’Europa e, anteriormente alla Tarda età del bronzo, la via dell’ambra partiva dalla penisola dello Jutland, anziché dalla Polonia, diretta in Grecia attraverso le Alpi.

Problemi irrisolti

Dal totale silenzio della preistoria miracolosamente emergono le prime citazioni degli autori classici, ammantate quasi sempre di un significato mitico o epico. Sull’alba delle civiltà europee inevitabilmente aleggia sovrano il mistero. Il libro di Diego Marin è denso di problemi irrisolti: nel muro di un tempio classico tre blocchi di granito misurano 19 x 4 metri, con un peso ciascuno di ottocento tonnellate. Da chi e quando i massi furono trasportati?

Anche la tecnologia moderna avrebbe grandi difficoltà a realizzare l’opera, con tale precisione di taglio tra un blocco e l’altro. Molti misteri restano senza risposta. È più che giusto restare con i piedi ben saldi nell’ambito delle conoscenze assodate, senza sbilanciarsi. Però talvolta, discutendo e scavando un po’ nella consapevolezza del passato posseduta dalla maggioranza delle persone, si scopre purtroppo che il loro bagaglio storico consiste per buona parte in errate convinzioni, perpetrate e tramandante per inerzia. Lo studioso sincero è dunque quello che abbandona le cosiddette certezze per cimentarsi a navigare nel mare sconosciuto e insidioso dell’incognito, ammaliato da un richiamo interiore che potrebbe portarlo tanto ad infrangersi sugli scogli quanto a scoprire una nuova terra.

I Veneti devoti alla dea Reitia

Scrive Marin: “I Veneti come i Cureti erano adoratori dei Titani e, sempre come i Cureti, erano particolarmente devoti a Rea, che loro chiamavano Reitia”. L’assonanza sorprende se si considera che Rhea era anche chiamata Rheia. L’ultima sillaba di Reitia ricorda poi in greco antico Θεία, Thèiā, che significa semplicemente “dea”. Rhea compare nell’arte greca solo a partire dal IV secolo a. C., allorché la sua iconografia si rifà a quella di Cibele.

L’immagine delle due dee è quindi spesso indistinguibile, entrambe indossano una corona murale sedute su un trono affiancato da due leoni o in piedi su un carro trainato dai leoni. Rhea è la sorella di Crono e miti così lontani da noi nel tempo e nello spazio in realtà ci sono vicini più di quanto si possa pensare: l’Adriatico settentrionale altro non era che il “Mare di Crono”, così definito con un arcaismo che rimanda ad una versione della leggenda in cui la falce che ha mutilato Crono sarebbe stata ivi gettata.

Il mito di Atlante

Atlante fu a capo dei Titani nella guerra di rivolta contro Zeus ma, sconfitto, per punizione fu condannato a reggere il peso del cielo sulle sue spalle (talàntatos, l’infelicissimo). La Notte generò le tre Esperidi che vivono nel giardino del lontano Occidente ai piedi del monte Atlante: Eracle, nella sua undicesima fatica, giunse fino al Po alla ricerca di informazioni su come trovare le mele delle Esperidi.

Poi, ingannando Atlante con la promessa di sorreggere il peso del cielo in sua vece, si fece dare dal titano le tre mele d’oro e le portò nel Tartaro. Altra fatica di Eracle fu la cattura della cerva di Cerinea, che aveva le corna d’oro e che quindi era una renna (la femmina del cervo non ha corna); nel rincorrerla Eracle raggiunse le estreme regioni del Nord e fu accolto da Artemide nell’Isola dei Beati, dove verrà sepolta la madre dell’eroe, Alcmena.

Veneti, un ceppo antichissimo

Non bisogna sottovalutare l’apporto di conoscenze che può derivare dalla genealogia degli dei e degli eroi: gli antichi vi assegnavano massima importanza e vi condensavano informazioni essenziali sulla genesi delle varie tribù. Sembra consolidarsi l’idea che i Veneti appartengano ad un ceppo antichissimo e che pertanto, nel lungo cammino, abbiano intrattenuto significative relazioni con i pilastri culturali che rappresentano il fondamento dell’Europa preistorica.

Di certo Eracle era l’eroe prediletto dei Veneti antichi dell’Adriatico. Nato per aspirare al regno, Eracle discendeva da un re di Argo in linea materna e mediante Perseo. Argo Panoptes, eroe eponimo dell’omonima città greca, è un gigante che ha un solo occhio o, secondo alcuni, quattro occhi (due davanti e due dietro); altri miti sostengono che avesse innumerevoli occhi su tutto il corpo. Il gigante era figlio di Niobe, la sorella di Pelope.

Ercole, nipote di Pelope

Seneca, presumibilmente avendo in mente un’originaria versione del mito, menziona Pelope come ancestrale re di Argo. A Olimpia, in Elide, sorgeva alle pendici del monte Cronio un tempio dedicato a Pelope dove Ercole nell’orlo di una fossa inaugurò all’avo un sacrificio legato al fuoco: un ariete nero immolato sul rogo di legna di pioppo bianco.

L’eroe non solo è il nipote di Pelope ma anche l’alleato degli Eneti dell’Anatolia, in quanto aiutò re Lupo di Paflagonia a riconquistare le terre sottratte dai prepotenti vicini della Bitinia.

La ninfa Dione, figlia di Atlante, pare che fosse una delle Pleiadi e viene citata da Igino e da Ovidio come moglie di Tantalo, di conseguenza poteva essere la madre di Pelope. Secondo invece la versione di Servio e Lattanzio lo stesso Pelope, che da Poseidone ricevette la coppia di alati destrieri e che in una serie di avventure fu trasformato dal dio in candido delfino, sarebbe direttamente figlio di Atlante e della ninfa Lino.

Lo storico Strabone e il primo re dei Veneti

Il geografo e storico Strabone chiarisce poi che c’è un accordo generale sul fatto che in Anatolia gli Eneti fossero la tribù più importante dei Paflagoni. Apollonio Rodio conferma in modo esplicito che Pelope – il primo re dei Veneti – apparteneva alla tribù degli Eneti, i quali erano fieri di essere suoi discendenti. A chi si accosta al mito di Pelope appare inconciliabile la presenza di Veneti antichi sia in Anatolia sia nei pressi del Baltico. La risposta archeologica alla questione è che, in coincidenza con lo svilupparsi nell’Europa Orientale della Cultura pre-Lusaziana di Trzciniec, fu attiva nella prima metà del II millennio a. C. la Via ponto-baltica. Fu Kośko ad ipotizzare questa rotta Crimea-Jutland, in cui la variante principale andava dalle rive del Baltico al Mar Nero, attraverso le vallate della Vistola e il fiume ucraino Bug.

Le idee e i portatori umani

Checché ne pensino i fautori di un’asettica “trasmissione di tipo culturale” negli stravolgimenti occorsi in Europa verso la fine dell’Età del bronzo, di certo nelle società pre-alfabetizzate le idee non possono essere trasferite senza le gambe di portatori umani. Durante la transizione verso la Tarda età del bronzo nordico (1100 a. C. circa), le pratiche funebri in Danimarca mostrarono un cambiamento graduale ma molto marcato.

Piuttosto che continuare la tradizione di inumare i propri morti, la popolazione dello Jutland iniziò quasi esclusivamente a cremarli. La diffusione della nuova pratica in Danimarca fu disomogenea e con aree di introduzione anche molto antiche, come ad esempio nella contea di Thisted (Jutland nord-occidentale) che mostra un emergere della cremazione molto precoce: nella contea la cremazione contava circa il 10% del totale delle sepolture già nel 1500-1300 a. C..

La cremazione

In Europa il rito della cremazione fu così fortemente associato ai contesti della Tarda età del bronzo che una delle civiltà dominanti dell’epoca, cioè la Cultura dei campi di urne, prende il nome appunto dai vasti campi di urne in cui venivano deposte le ceneri dei morti. Nuove genti spinte da spirito missionario, come rimarca lo studioso sloveno Ivan Tomažič, andavano diffondendo una nuova religione imperniata sull’incinerazione dei morti, così come nell’Induismo in India il defunto viene bruciato sulla pira.

Emblematica, nel caso dei Misteri Eleusini, la rivelazione divina che sarebbe giunta dalla dea Demetra nel 1216 a. C., ove la dea volle rendere immortale il principino Demofoonte nutrendolo con l’ambrosia e la notte tenendolo alto sopra il fuoco per bruciare tutto ciò che in lui era mortale.

La spada Naue II con elsa a coda di pesce

Esiste ampio consenso sul fatto che l’origine della spada Naue II, con elsa “a coda di pesce”, sia da ricercare nell’Italia Nord-Orientale o nel bacino dei Carpazi Occidentali (Europa Centrale); ciò sulla base di una più lunga tradizione locale che iniziò già dal 1300 a. C.. Tuttavia, nello Jutland e nell’adiacente Meclemburgo-Pomerania (sede della colossale battaglia preistorica di Tollense) sono affiorati massicci ritrovamenti della spada Naue II, quasi coevi con quelli più antichi.

Impressiona nello Jutland l’altissima densità di questi reperti, decisamente maggiore delle altre due aree citate. La Naue II è un esempio di tecnologia militare che si diffonde rapidamente su vaste aree grazie a guerrieri mobili su lunga distanza, in uno scenario dove domina l’estrema intensità della guerra. Utilizzando questa spada come “marker” degli spostamenti delle popolazioni che scendevano da nord, è pertanto possibile ricostruire una rete spazialmente esplicita di connessioni fisiche dotate di propri nodi (siti archeologici) e collegamenti (strade, fiumi, passi).

La Naue II in Veneto

Ciò che si delinea, se ci limitiamo ai contesti in cui la Naue II è associata ai rituali funebri, è una rotta che parte dalla Danimarca, aggira a est le Alpi Orientali per entrare in Veneto lungo la fascia costiera, scende nella penisola italiana fino in Puglia, oltrepassa il mare e infine giunge in Macedonia e ad Argo, in Peloponneso.

Infatti, la prima diffusione in Grecia della Naue II avvenne attraverso l’Italia e non lungo i Balcani. Finora ha prevalso un certo errore di valutazione sui collegamenti politici ed economici dell’Europa dell’Età del bronzo, cioè sulla capacità che culture diverse ebbero di interagire fino ad estreme conseguenze.

Le genti che scesero da nord

L’impatto delle genti che scesero da nord nel 1200 a. C. portò ad un collasso delle precedenti reti di scambio e al declino di potenti entità come quella Micenea, l’Impero ittita e le città-stato del Levante, mentre si indebolirono significativamente perfino l’Egitto e la Mesopotamia. Nella Dark Age della Grecia, dopo il crollo dei Micenei, nuovi principi guerrieri “di origine settentrionale” rimasero in Grecia per diventare governanti locali; ne è prova la presenza della spada Naue II nelle loro tombe aristocratiche.

La Naue II dei Veneti antichi

Qualcosa di parallelo accadde anche in Veneto dopo il collasso delle Terramare. Nel sito archeologico di Baierdorf, al margine dei Carpazi Occidentali, è stata rinvenuta una variante della spada Naue II: da questa zona dell’Austria e dalla Cechia è partita intorno al 1200 a. C. la migrazione del gruppo Baierdorf-Velatice che, dopo aver costellato di siti la Via dell’ambra, si è insediato in Friuli nella fascia delle Risorgive e a Caorle, in Veneto.

Costoro furono i più diretti antenati dei Veneti antichi, con i quali condivisero gli aspetti tipici della Cultura dei campi di urne. Ecco dunque che ritroviamo la Naue II nell’abitato di Canevedo (Este) e, arricchita da borchie d’oro, nel corredo funebre della mobile élite di Frattesina, nel Delta del Po.”

Piero Favero

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