17 Gennaio 2026
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Le insorgenze polesane del 1809: il Polesine contro Napoleone

Nel luglio del 1809, tra il 5 e l’8 del mese, le tranquille cittadine di Badia Polesine e Lendinara divennero il cuore pulsante delle insorgenze polesane 1809, una rivolta popolare contro il dominio napoleonico. Non si trattò di una semplice sommossa di disperati o di “briganti” come ancora oggi, a distanza di oltre due secoli, si tende a etichettare questi eventi. Fu una protesta corale, determinata e trasversale, che coinvolse contadini, artigiani, sacerdoti, professori, nobili e membri della Guardia Civica. A spingere all’insurrezione furono le imposizioni del governo francese: dazi pesanti, leva obbligatoria, requisizioni, perdita dell’autonomia locale. Le due città, affacciate sull’Adigetto, furono letteralmente incendiate dalla ribellione. Archivi pubblici distrutti, governi locali rovesciati, simboli del potere bruciati: era il Polesine che diceva no all’oppressore. Una pagina dimenticata di resistenza veneta tutta da riscoprire.

Badia Polesine in rivolta: archivi in fiamme e contadini in armi

Il 7 luglio 1809, Badia Polesine fu scossa da un episodio emblematico delle insorgenze polesane 1809. Gli insorti, guidati da Pier Antonio Borrini di San Bellino, misero a ferro e fuoco il paese. Le carte dell’archivio dei nodari furono bruciate in piazza. A dare fuoco agli atti non furono criminali comuni, ma contadini, mugnai e artigiani di Ca’ Peretti, esasperati da anni di sacrifici imposti da un governo straniero. Si trattava di uomini del popolo che non avevano più nulla da perdere e decisero di lottare per ciò che sentivano giusto. Tra loro c’era Pietro Antonio Burini, sarto ventottenne, che verrà giustiziato l’anno dopo a Ferrara. È importante ricordare che queste azioni non furono frutto del caos, ma di un’organizzazione consapevole, che cercava di scuotere l’intero territorio polesano. L’insurrezione proseguì nei giorni seguenti, toccando altre comunità e aumentando di intensità.

Lendinara insorge: nobili, professori e ufficiali tra i ribelli

Anche a Lendinara, tra il 5 e il 9 luglio 1809, le fiamme della rivolta divamparono. Qui, le insorgenze polesane 1809 presero una forma ancora più organizzata. Il capo brigante era tutt’altro che un bandito: si trattava di Paolo Molinelli, 34 anni, ex professore e capitano della Guardia Civica. Egli percorse le campagne con un trombone, incitando i cittadini all’insurrezione. I rivoltosi occuparono la città, saccheggiarono le case dei notabili e distrussero l’archivio comunale. Fu proprio questa azione a segnare la rottura definitiva con l’autorità francese: simbolicamente, si cancellava la memoria amministrativa del nemico. Anche qui troviamo figure di rilievo: Alessandro Adelardo Cattaneo, nobile locale, fu arrestato e morì in carcere a Mantova nel 1810. Il clero, accusato di simpatizzare con i ribelli, fu duramente criticato dalle autorità francesi. In realtà, il malcontento era generale, condiviso da ogni fascia sociale. Una ribellione collettiva, radicata nella coscienza locale.

Insorgenze polesane 1809: un moto popolare trasversale e patriottico

Le insorgenze polesane 1809 dimostrano come il Polesine non fu affatto passivo di fronte all’avanzata napoleonica. La rivolta fu, invece, il frutto di un sentimento condiviso, di un bisogno di giustizia e identità. Non si trattò di “brigantaggio”, ma di una reazione politica e sociale che attraversò tutte le classi: dal sarto al prete, dal professore al nobile. Le campagne tra Badia e Lendinara furono lo scenario di una guerra non dichiarata, dove i simboli del potere vennero distrutti in nome di un futuro diverso. A guidare tutto ciò non furono criminali, ma uomini comuni, cittadini, padri di famiglia. Questo ci impone di riscrivere la narrazione storica: smettere di usare etichette calunniose, e cominciare a parlare di resistenza popolare. Le insorgenze del 1809 meritano un posto accanto ad altri moti patriottici, perché sono nate dallo stesso anelito di libertà, radicato nella cultura veneta e italiana.

Conclusione: la memoria di una rivolta dimenticata

Oggi, a oltre due secoli di distanza, queste insorgenze vengono ancora raccontate in modo distorto. Ma la verità è scritta nei documenti, nelle sentenze, nei nomi dei giustiziati. Non furono ladri o delinquenti. Furono uomini del Polesine che scelsero di morire piuttosto che servire. Le insorgenze polesane del 1809 furono un atto di resistenza antinapoleonica, radicato nella difesa delle comunità locali e nella volontà di autodeterminazione. Restituire loro dignità significa onorare la memoria storica di una terra che, anche se marginale per le grandi narrazioni, fu protagonista di una pagina di libertà. È tempo di raccontarla per ciò che fu: un moto popolare e patriottico.

Fonti principali

  • Badia Polesine: Cronachetta Inedita 1796–1883, Biblioteca Civica “G. Bronziero”, 1979
  • Biblioteca Ariostea di Ferrara, Fondo “Nuova Accessione” n. 76
  • C. Bullo, “L’insurrezione del Polesine nel 1809”, in Archivio Veneto, 1899
  • V. Boraso, Cronache Lendinaresi (manoscritti)
  • Rapporti amministrativi polesani (1809–1810)
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