6 Dicembre 2021
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L’Appello gela la Procura: tutti prosciolti, non è reato associarsi per rivendicare l’indipendenza

Associarsi per rivendicare l’indipendenza del Veneto, organizzarsi per diffondere idee indipendentiste, non costituisce reato. La Corte d’appello di Venezia ha confermato ieri 8 gennaio 2021 il prosciogliemento di 48 indipendentisti veneti e lombardi dalla grave accusa di associazione sovversiva nell’inchiesta che ruotava attorno al famoso “Tanko 2” costruito utilizzando una vecchia ruspa modificata artigianalmente a Casale di Scodosia, con la quale alcuni militanti intendevano rinverdire l’impresa dei Serenissimi del 1997.

Il procuratore capo di Rovigo, Carmelo Ruberto, aveva impugnato la sentenza di “proscioglimento perché il fatto non sussiste” pronunciata nel 2018 dal gip Alessandra Martinelli. Si è dovuti così arrivare alla Corte d’Appello, che ieri 8 gennaio 2021 ha respinto l’impugnazione e confermato il proscioglimento di tutti gli imputati.

L’avv. Morosin: è stato accanimento giudiziario

La sentenza della Corte d’Appello di Venezia mette finalmente la parola fine (per ora, perché il Procuratore capo di Rovigo potrebbe ancora ricorrere alla Cassazione…) a quello che l’avvocato Alessio Morosin, difensore di vari militanti, tra i quali anche Flavio e Severino Contin,  ha definito nell’arringa “accanimento giudiziario e processo politico” in quanto “mancavano atti idonei a sovvertire violentemente l’ordine costituito”. Perché questo, in sostanza, dice la sentenza della Corte d’Appello: un’associazione che rivendica l’indipendenza del Veneto, che fa propaganda, che diffonde idee indipendentiste, non è di per sè un’associazione eversiva, a meno che non prepari o ponga in essere, con mezzi adeguati e idonei a raggiungere questo fine, un sovvertimento violento dell’ordine costituito.

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Non si può non notare che anche nel 1997 i Serenissimi, dopo l’impresa del Campanile, si videro contestare la pesantissima accusa di associazione eversiva, benché a fosse a tutti evidente la mostruosità di una simile imputazione, che infatti è crollata nel corso del processo per i fatti del Campanile.

Ed è crollata proprio perché gli atti di violenza commessi nel 1997 (sostanzialmente il dirottamento del ferry sotto minaccia del fucile residuato bellico, e lo sfondamento della porta del Campanile) sono stati giudicati strettamente funzionali allo sbarco del Tanko in Piazza e alla presa di possesso del Campanile, ma non certo “idonei” a scatenare un’insurrezione generale violenta. Ma la lezione, evidentemente, non è servita, perché anche nell’inchiesta sul Tanko2, non solo è stata sollevata la stessa accusa, ma la Procura di Rovigo ha addirittura impugnato la sentenza di proscioglimento, obbligando la Corte d’Appello a pronunciarsi e prolungando di quasi tre anni la sofferenza degli indagati.

Tanko2, una storia giudiziaria pazzesca

Quella del processo al “Tanko 2” è infatti una storia giudiziaria pazzesca. Cominciò ai primi d’aprile del 2014, tra poco faranno sette anni. Fu di notte, un vero blitz, neanche si trattasse della mafia. Ventitrè persone arrestate, 49 indagate. Tra i coinvolti nell’inchiesta Tanko2, ci sono i Serenissimi Flavio e Severino Contin, che nel 1997 avevano preso parte all’impresa del Campanile e pur avendo dovuto scontare condanne pesanti, non avevano evidentemente cambiato idee. Ma ci sono anche nomi di cui è assai difficile credere che siano coinvolti in attività che non siano la pacifica espressione di idee indipendentiste. Come Franco Rocchetta, fondatore della Liga Veneta, parlamentare e sottosegretario nel primo governo Berlusconi, o come il giornalista Gianluca Marchi, già direttore della Padania. L’accusa è monumentale: associazione eversiva finalizzata nientepopodimeno che al “terrorismo internazionale”.

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Passano un paio di settimane e gli arrestati – elementi pericolosissimi, stando alle accuse della Procura – sono già rimessi tutti a piede libero. E si scopre che Brescia, la cui Procura sta procedendo, non è neppure competente perché la vecchia ruspa denominata Tanko2 fu trovata in un capannone polesano, quindi la sede competente è Rovigo. Ma i magistrati di Brescia non mollano: per loro la costruzione materiale del Tanko2, l’unica cosiddetta arma trovata a carico degli indagati, è niente a fronte dell’associazione sovversiva terroristica internazionale, reato ben più grave, che sarebbe maturato in qualche riunione in Lombardia, e quindi la competenza sarebbe di Brescia.

“Il fatto non sussiste”: crolla l’accusa di eversione

La faccenda, dopo balletti estenuanti di competenze, finisce a Brescia, addirittura in Corte d’Assise, per via della gravità del reato invocato dalla Procura. La Corte d’Assise di Brescia dà ragione a Rovigo. E a Rovigo si ricomincia daccapo. Nel 2018, quattro anni dopo il blitz e gli arresti, si arriva finalmente all’udienza preliminare, nella quale la monumentale accusa di associazione eversiva terroristica internazionale si scioglie come neve al sole.

Il giudice per le indagini preliminari, Alesssandra Martinelli, pronuncia infatti nel 2018 una argomentatissima sentenza di proscioglimento dall’accusa di associazione eversiva, con una motivazione che più piena non si può: “perché il fatto non sussiste”. Dopo questa sentenza del 2018, resta in piedi – per una dozzina di indagati – soltanto il reato della partecipazione diretta alla costruzione o alla pianificazione dell’uso della presunta arma, la ruspa Tanko2, per il quale verranno successivamente processati e – nell’ottobre 2020 – condannati in sette, in primo grado (pende ancora il ricorso in Appello).

Il Tribunale di Rovigo ha infatti ritenuto che ruspa e cannoncino fossero armi vere e proprie, nonostante esperti di chiara fama abbiano certificato che il cosiddetto “cannoncino” era solo un tubo inoffensivo che avrebbe potuto far scena ma non danni. Per tutti gli altri, accusati solo di associazione eversiva, ma estranei alla costruzione delle presunte armi, scatta il “non doversi procedere“.

I ricorsi alla Corte “sbagliata” e la bocciatura finale

Ma al Procuratore capo di Rovigo il proscioglimento degli indipendentisti dal reato di associazione eversiva non sta bene. E ricorre in Cassazione. La Suprema Corte manco entra nel merito e bacchetta il Procuratore: il ricorso non va presentato alla Cassazione, ma alla Corte d’Appello di Venezia. Il procuratore capo di Rovigo obbedisce e spedisce il ricorso alla Corte d’Assise d’Appello di Venezia. La quale lo bacchetta nuovamente: non devi inviarlo alla Corte d’Assise d’Appello, ma alla Corte d’Appello “semplice”. E così il procuratore capo di Rovigo firma per la terza volta il suo ricorso, stavolta alla Corte giusta. Che ieri lo respinge, confermando il proscioglimento generale dalle accuse di eversione.

Alla fine abbiamo perso il conto di quante udienze, tra Brescia Rovigo Venezia e Roma, ha richiesto questo “accanimento giudiziario” per dirla con le parole dell’avvocato Alessio Morosin. Quanto sono costate al contribuente, e agli indagati, queste attività di Giustizia, finalizzate al perseguimento di reati gravissimi, “associazione eversiva con fini di terrorismo internazionale”, che sette anni dopo accertiamo non esserci mai stata?

 

 

 

 

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