1 Dicembre 2021
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“Gli anni del vulcano”: l’eruzione del Tambora fa strage nel Veneto. Lo studio di Furio Gallina

Alla fine del 1815 i popoli europei potevano sperare che gli anni a venire riservassero loro un periodo di almeno relativa tranquillità dopo i rivolgimenti ed i lutti dell’età napoleonica, conclusasi in giugno con il congresso di Vienna e con la battaglia di Waterloo.

Le loro speranze purtroppo si scontrarono con una nuova e diversa realtà di sciagure e sofferenze, che coinvolsero tragicamente anche la nostra regione.

Lo studio di Furio Gallina

Un’eruzione vulcanica avvenuta a grandissima distanza, in un’isola dell’arcipelago indonesiano della Sonda, Sumbawa, produsse gravi danni, morti per carestia, tifo e  colera persino a Padova e nel resto del Veneto.

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A dimostrarlo, con il supporto di una lunga, dettagliata sequenza di dati e testimonianze, vi è un recente studio di Furio Gallina, ricercatore di Castelfranco Veneto, che reca il titolo “Gli anni del vulcano. Le conseguenze dell’eruzione del Tambora nella provincia di Padova”. Le vicende indagate dallo studioso si collocano  tra il 1815 e il 1818 e tra il 1835 ed il 1836.

L’eruzione del vulcano Tambora

Il vulcano indonesiano Tambora era rimasto in quiete forse per un millennio; poi,  la sua attività era ripresa e dal 5 aprile del 1815 crebbe d’intensità per raggiungere il culmine tra il 10 e il 12 aprile, quando scagliò verso il cielo un’enorme quantità di materiale.

La vetta del Tambora, decapitato, scese di 1250 metri di livello, da 4100 agli attuali 2850 metri. In conseguenza della ricaduta del materiale più pesante si generò un maremoto e la cenere rese sterili terreni coltivati delle isole vicine a Sumbawa, con un bilancio di decine di migliaia di vittime.

Peggioramento del clima, alluvioni, carestie

Intanto polveri, gas contenenti composti sulfurei e vapore acqueo erano penetrati nella stratosfera raggiungendo i 44 km di altezza e, spinti dai venti, si espansero in gran parte dell’emisfero boreale. Il velo di polveri e di goccioline di  acido solforico formatosi nei cieli determinò un grave peggioramento del clima, con un abbassamento delle temperature, precipitazioni piovose e nevose straordinarie, alluvioni, seguite da carestie, morti per inedia, epidemie.

Non stupisce che durante un soggiorno in Svizzera contrassegnato da pessime condizioni meteorologiche Mary Shelley abbia concepito l’idea del suo “Frankestein” e Lord Byron quella della poesia “Tenebre”.

La fame delle campagne padovane e nel Veneto

Nelle campagne padovane, sommerse per un’estensione di quasi 100.000 campi,  molti cercarono di sfamarsi mangiando erba, fusti macinati di granturco ed altre sostanze che mai nessuno aveva considerato commestibili.

I prezzi dei cereali ed altri alimenti infatti erano cresciuti a dismisura, oltre i limiti delle disponibilità economiche dei più poveri, e l’intervento pubblico non migliorò a sufficienza la situazione, per cui l’inedia uccise un numero elevato di persone. Tragedia su tragedia, dopo la carestia, come spesso avveniva in quelle circostanze, giunse il tifo.

Gallina riporta ciò che annotò il parroco di Paviola (frazione del  comune di San Giorgio in Bosco): “Tanti hanno patito gran fame, ch’erano resi impotenti al lavoro, per mancanza di alimento, tanti hanno dovuto cessare di vivere per Fame Canina, tanti sono morti dal morbo chiamato volgarmente Tiffo”.

Arriva il tifo e poi il colera

A Padova l’epidemia di tifo petecchiale si estese dalle zone più povere della città, come il Portello, ma avendo anche altri focolai, compresa la Basilica del Santo, dove il morbo fu trasmesso ai fedeli da un “ragazzo servente” evidentemente contagiato. A luglio del 1817 l’apice, poi l’epidemia decrebbe sino ad estinguersi alla fine dell’agosto dello stesso anno.

Ma non era veramente ancora tutto finito, perché – scrive lo studioso – l’ultimo colpo di coda dell’esplosione del Tambora giunse parecchi anni più tardi a causa del cambiamento climatico che ne era seguito. Estendendosi, a partire dal 1817, dal  focolaio del Delta del Gange, e passando attraverso l’Asia, il colera raggiunse l’Europa.

L’isolamento dei contagiati

Si era ormai nell’anno 1835. Nel Veneto la diffusione fu  rapida: da Venezia a Padova e alle altre province. Ad essere colpiti furono ancora una volta soprattutto gli indigenti. La scienza medica, incapace di debellare il vibrione colerico, all’epoca ancora non scoperto, poté offrire terapie puramente sintomatiche, ma propose misure igienico-sanitarie e l’isolamento dei contagiati.

A Padova l’epidemia terminò nell’ottobre del 1836, lasciando dietro di sé 840 vittime su una popolazione di 58.850 abitanti. Nell’intero Veneto i morti per il colera furono quasi 23 mila, su circa  due milioni di persone.

Marco Dal Bon

La rappresentazione del Tambora è tratta dal sito www.meteoweb.eu

 

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