17 Ottobre 2021
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Tra macerie e miserie di una regione sacrificata. Veneto 1916-1924 di Bruno Pederoda

Bruno Pederoda nasce a San Vito al Tagliamento (Pn) il 27 febbraio 1931; trascorre l’infanzia nell’isontino, frequenta le scuole superiori a Treviso, si laurea all’Università di Padova nel 1956, in lettere antiche cum laude. Nel frattempo comincia l’insegnamento a Roncade, diventa poi direttore didattico prima a S. Lucia di Piave, poi a Roncade per trenta anni consecutivi.

Pensionato dal 1995, si dedica alla sua passione, gli studi storici, ma muore ancor giovane nel novembre del 1999, pochi giorni prima dell’uscita del suo lavoro  che viene stampato, grazie a una benemerita iniziativa,  da Piazza Editore (www.piazzaeditore.it)  presso il quale si possono trovare ancora delle copie al costo  di 20, 65 euro assolutamente ben spesi: è un libro che dovrebbe stare nelle librerie di tutti i veneti e in tutte le biblioteche della nostra regione.

La regione sacrificata

L’introduzione è di Enzo Dematté (1927 – 2014), notevole scrittore e saggista, nativo di Trento ma cresciuto a Treviso, che aveva visto da vicino gli orrori della guerra, in particolare del bombardamento di Treviso del 7 aprile 1944, dalla quale si possono estrarre interrogativi di grande attualità:

“Torniamo però al Veneto, in quel duplice versante temporale: quel Veneto per il cui riscatto l’opera del nostro autore si è profusa. Si affaccia l’interrogativo: è in grado oggi questa “regione sacrificata” di offrire alla cruda realtà rivelata dall’indagine critica di un paradigma morale divergente alla logica di livellamento al basso, magari facendo perno sulle antiche virtù di parsimonia, laboriosità, solidarietà e sentimento religioso che caratterizzano la tradizione? O non è piuttosto vero (da qui, anzi, la prima sofferenza dell’autore), non è forse vero che anche la nostra gente ha accolto con fervore indebito le parole d’ordine del benessere, mettendo da parte l’impegno per un autentico riscatto morale e civile ?”

La fine dell’ubriacatura interventista

Nella sua presentazione l’autore spiega il lasso di tempo frutto della sua ricerca:

“L’inizio è ricondotto al secondo anno di guerra perché fu a partire dal 1916 che si dissolsero i fumi dell’ubriacatura interventista ed il conflitto apparve nella sua tragica realtà; la conclusione è fissata al 1924 perché fu con l’inizio dell’anno successivo che il fascismo imboccò con decisione la svolta della dittatura”.

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E fin dalle prime righe mette ben in chiaro un aspetto centrale del suo lavoro: sceglie un osservatorio regionale perché “fornirne una spiegazione forzatamente unitaria, come generalmente si fa, significa –per questa o quella regione, a questa o a quella latitudine – parlare di un vissuto  che riguarda invece diversamente quelle realtà o le riguarda marginalmente allo stesso modo o addirittura non le riguarda affatto”.

Pederoda sfata il mito della Grande Guerra

Pederoda nel suo volume sfata il mito della “Grande Guerra” così come è stata rappresentata e scritta dal potere fascista prima e poi da quello repubblicano; dedica pagine e pagine a quei poveretti mandati al massacro da alti gradi militari generalmente incapaci e sottolinea come gli abitanti dell’Italia non avevano una concezione di nazione di quella che era ancora una “espressione geografica” e di come le cosiddette “terre irredente” non bramavano affatto ad essere annesse a tale realtà.

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In Veneto una burocrazia estranea e ostile

Terminata la guerra il potere centrale, un connubio devastante fra burocrazia estranea e ostile al Veneto e potere sabaudo negherà la ricostruzione della terra Veneta troppo timoroso delle idee innovative e federaliste di una regione turbolenta (Luigi Luzzatti, già presidente del consiglio dei ministri, parlò di “Irlanda veneta”)  e per controllare meglio il suo territorio, manderà prefetti, commissari, burocratici, funzionari ed insegnati tutti, o quasi, estranei al Veneto.

Di seguito,  dalla penna di Pederoda, un esempio di come fosse il rapporto fra i veneti e il governo italiano, da pagina 268:

“La risposta alle istanze dei Veneti si fece attendere a lungo. Quando arrivò, fu una risposta secca, perentoria, crudele, ma almeno una volta tanto sincera. Presenti tutte le autorità locali, venne chiesto a Luciani (ministro per la ricostruzione delle terre liberate dal 1/8 al 31/10/1922)di pronunciarsi sulle piaghe del Veneto ancora sanguinanti: disoccupazione, finanziamento dei bilanci comunali, liquidazione dei concordati per danni di guerra.

Il ministro Luciani: Veneti, l’unica via è l’emigrazione

Dopo la lunga serie dei disinganni seguiti alle facili promesse, nessuno si attendeva miracoli dalle risposte del ministro, ma costui tolse ai veneti perfino ogni timida speranza.

Bilanci comunali e danni di guerra sono messi da parte con quattro parole: “Il governo non ha soldi e per ora non è il caso di parlarne”. Sulla disoccupazione, Luciani spende qualche parola in più (e forse di troppo!). Premesso che la piaga affligge l’intero paese, riserva al Veneto un prezioso suggerimento, tosto ripreso dalla cronaca: “Egli crede che l’unica via per rimediare a tanta iattura sia l’emigrazione“.

L’onorevole ministro possiede infatti conoscenze dirette dell’America  e può assicurare che “in Brasile specialmente i Veneti sono ricercati per le loro qualità di uomini laboriosi, calmi, tranquilli, e facili a sottomettersi“.

Grazie a Milo Bozzolan

Bisogna dar atto agli esponenti dei governi italiani che si sono succeduti, e questo lo aggiungo io,  una notevole coerenza e fermezza: ai Veneti dal 1866 dicono sempre “arrangiatevi”.

Concludo, questo libro l’ho scoperto grazie all’amico Milo Bozzolan, che da poco ci ha lasciati: la mia recensione vuole anche essere un ricordo della sua figura di studioso e di patriota veneto.

Ettore Beggiato

 

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