14 Maggio 2021
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Speranza contro Szumski e la cura domiciliare Covid: torna la “vigile attesa”

Covid, il ministro della Salute Roberto Speranza assesta un altro colpo alla cura domiciliare precoce praticata con successo dal dottor Roberto Szumski, medico di famiglia e sindaco indipendentista di Santa Lucia di Piave, nel Trevigiano, e da mille altri medici riuniti nel Comitato Cura Domiciliare Covid.

Il Consiglio di Stato – il secondo grado della giustizia amministrativa – accogliendo il ricorso del ministro Speranza, ha riformato l’ordinanza del Tar del Lazio che – su istanza del Comitato Cura Domiciliare  – aveva sospeso in tutta Italia l’efficacia del protocollo ministeriale per la cura del Covid. Il protocollo ministeriale, che prevede soltanto la “vigile attesa” e tachipirina al bisogno, torna quindi in vigore.

Il ricorso al Tar contro il protocollo

Il Comitato Cura Domiciliare Covid, con l’avvocato Erich Grimaldi, aveva impugnato il protocollo ministeriale avanti il Tar del Lazio (competente per gli atti del governo centrale).

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Il Tar ha fissato al 20 luglio l’udienza, ma intanto aveva accolto la richiesta del Comitato di sospendere d’urgenza il protocollo ministeriale, ritenendo ragionevolmente fondate le ragioni del Comitato, il quale sostiene che l’abbandono dei pazienti alla “vigile attesa” senza alcuna cura sia stata e sia causa di molte vittime.

Paziente abbandonato alla “vigile attesa”

Infatti il medico che segue le linee guida ministeriali, al paziente che segnala sintomi, si limita a prescrivere il tampone e la “vigile attesa” a casa propria, e al massimo la tachipirina per controllare la febbre.

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In questo modo però, il paziente viene abbandonato al suo destino, proprio nei primi e decisivi giorni, quelli nei quali il Covid invade l’organismo. Nella gran parte dei casi il paziente se la cava, ma se sviluppa una forma più grave finisce in ospedale o in terapia intensiva, e vede messa a rischio la vita.

La cura domiciliare precoce: agire immediatamente

La cura domiciliare precoce invece, prevede che il medico non aspetti l’esito del tampone, ma agisca immediatamente, ai primissimi sintomi, con farmaci antinfiammatori, che vengono assunti solo per pochi giorni, per frenare l’avanzata del virus e ridurre così la gravità dell’attacco. I risultati, esponeva il Comitato al Tar, sono estremamente incoraggianti, con radicale riduzione dei ricoveri ospedalieri e del numero di vittime.

Il Tar aveva accolto queste ragioni, sospendendo d’urgenza il protocollo ministeriale, e restituendo quindi ai medici il diritto di decidere le cure migliori “in scienza e coscienza”, proprio per evitare il “danno grave ed irreparabile” alla salute e alla vita dei pazienti, che il protocollo ministeriale abbandonava senza cure fino all’aggravarsi dei sintomi e al ricovero in ospedale, quando ormai il virus aveva camminato.

L’ordine del giorno approvato al Senato

Pochi giorni dopo, al Senato, il dottor Szumski e il Comitato Cura Domiciliare avevano ottenuto un’altra vittoria politica: con 212 voti favorevoli su 216 presenti, il Senato aveva approvato un ordine del giorno che intimava al governo di riscrivere le “linee guida” sospese dal Tar, tenendo conto appunto della cura domiciliare precoce.

Ebbene, invece di obbedire celermente al voto del Senato, il ministro Speranza ha fatto ricorso al Consiglio di Stato per far annullare la sospensione d’urgenza decisa dal Tar. E purtroppo, il Consiglio di Stato ha dato ragione al ministro, ha annullato l’ordinanza del Tar e rimesso in vigore il protocollo ministeriale.

Le motivazioni del Consiglio di Stato

Ma quali sono le motivazioni della decisione del Consiglio di Stato? Eccole qui. Il Consiglio di Stato ritiene che manchino i requisiti di “irreparabilità” del danno (i soli che legittimano una sospensione cautelativa d’urgenza dell’atto impugnato, ancor prima del giudizio di merito).

E perché mancano questi requisiti? Perché, scrive il Consiglio di Stato, il protocollo ministeriale “non pregiudica l’autonomia dei medici nella prescrizione, in scienza e coscienza, della terapia ritenuta più opportuna”. E quindi, nessun danno “grave ed irreparabile” può essere provocato alla salute e alla vita dei pazienti.

In sostanza, per il Consiglio di Stato, le linee guida ministeriali “non sono vincolanti” e i medici sono comunque liberi di prescrivere la cura che ritengono migliore.

Ora, questo è certamente vero: infatti il dottor Szumski e decine di altri medici praticano di fatto la terapia domiciliare precoce con antinfiammatorii, in barba alle linee guida che parlano di “vigile attesa” senza far nulla.

Medici liberi a loro rischio e pericolo

Ma al Consiglio di Stato sembra sfuggire la realtà complessa: i medici – sono oltre mille, in Italia – che prescrivono antinfiammatorii contro il Covid, lo fanno a loro rischio e pericolo. Gli antinfiammatori stessi, che sono “a carico della mutua” se prescritti per altre patologie, quando vengono prescritti per il Covid sono integralmente a carico del paziente.

E il medico che li prescrive, se il paziente si aggrava lo stesso o muore, rischia. Il paradosso è che il medico “obbediente al protocollo“, che non prescrive niente, lascia il paziente in “vigile” e nullafacente attesa, lasciando che sia il destino a decidere la gravità dell’infezione, se il paziente qualche giorno dopo finisce in terapia intensiva e muore, è pienamente garantito, proprio perché ha seguito le linee guida.

Una libertà con la pistola alla tempia

Mentre il medico che ai primi sintomi agisce immediatamente, combatte il virus con le armi che abbiamo, cerca di frenare l’avanzata del male nell’organismo del paziente, se questi dovesse comunque aggravarsi o morire, è esposto personalmente, perché ha prescritto una cura diversa, fuori protocollo, non prevista dalle linee guida. E potrebbe essere chiamato a risponderne.

Quindi è vero che il medico è libero di consigliare la cura che ritiene migliore. Ma è una libertà con la pistola alla tempia. Il dottor Szumski in Veneto, e tanti medici come lui in Italia, sono continuamente perseguitati per le loro scelte, sono oggetto di procedimenti disciplinari dell’Ordine dei medici, rischiano sanzioni, sospensioni, vengono attaccati pubblicamente dai dirigenti sanitari regionali e perfino dai Prefetti. E’ libertà, questa?

Giudizio di merito, Consiglio di Stato pronto a bocciare

C’è un  altro aspetto da sottolineare. L’argomento con il quale il Consiglio di Stato ha cassato l’ordinanza cautelativa del Tar, sembra fatto apposta per essere replicato pari pari nel giudizio di merito la cui udienza è fissata il 20 luglio.

Se il Consiglio di Stato ritiene che il protocollo non sia vincolante, e il medico sia comunque libero di prescrivere la cura migliore, e quindi non vi sia motivo per la sospensione “cautelativa” del protocollo ministeriale, lo stesso identico ragionamento potrà essere impiegato per bocciare anche l’eventuale decisione di merito del Tar che dovesse dar ragione al Comitato Cura Domiciliare e disapplicare le linee guida ministeriali.

Ritardo Italia, Case farmaceutiche felici

Le cose, quindi, si mettono male. Già adesso l’Italia è in ritardo di oltre un anno, rispetto ad altri Paesi nei quali la cura domiciliare precoce con antinfiammatorii è non solo consentita, ma inserita nei protocolli e largamente praticata, con risultati notevolmente migliori di quelli italiani nel contrasto alla pandemia Covid. Ma l’ostinazione del ministro Speranza rischia di disincentivare ancora a lungo l’adozione su larga scala della cura domiciliare.

Ne saranno felici le grandi Case farmaceutiche, che con i vaccini stanno incassando migliaia di miliardi. Una popolazione impaurita, privata di libertà fondamentali, minacciata di dover rinunciare alle vacanze o al lavoro o a qualunque svago se non si farà vaccinare, guidata a pensare che “non esiste cura” e che i vaccini “sperimentali”, anche se un po’ di gente muore, sono comunque l’unica via di uscita, sarà pronta a vaccinarsi, una volta all’anno, prima una variante, poi l’altra, e il business continua.

 

 

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