27 Ottobre 2021
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Repubblica di Senarica, la storia meravigliosa della “sorella minore” di Venezia

Senarica, oggi, non fa nemmeno comune. E’ un minuscolo delizioso borgo, in Abruzzo, frazione del comune di Crognaleto, provincia di Teramo. Però questo piccolo, ancor oggi orgoglioso paesino, per quasi cinquecento anni si è retto come Repubblica indipendente, la Repubblica di Senarica, che eleggeva i suoi Dogi, ed era alleata della Repubblica Veneta, di cui si considerava “sorella minore”.

Non è certo che si tratti di storia o di leggenda. Al solito, gli storici impegnati allo spasimo a difendere la bugia dell’Italia una e indivisibile, considerano automaticamente la Repubblica di Senarica solo una leggenda, un’invenzione, una barzelletta, così come tendono a sminuire la grandissima storia dei cosiddetti “stati preunitari”. Ma è sufficiente passeggiare per le strade di Senarica per capire che forse qualcosa di originale è accaduto.

Le case con lo stemma: “R. di Senarica”

Senarica è un piccolissimo paese. Oggi non arriva a cento abitanti, e anche nel Medioevo non doveva averne di più. Eppure è riportato con rilievo in carte geografiche antiche, e in alcune è contrassegnato dalla dicitura: “R. di Senarica“. Ci sono edifici pretenziosi, una chiesa importante, con statue lignee di pregevolissima fattura. Alcune vecchie case conservano stipiti in arenaria sui quali è scolpita la dicitura: “Casa Franca” oppure “R. di Senarica“.

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Alcuni portaliriportano anche il presuntoo stemma della minuscola Repubblica: un Leone rampante che stringe tra gli artigli un serpente o un ferro di cavallo, forse allusioni al minuscolo territorio della Repubblica, che si estendeva sul piccolo borgo, incastonato su uno sperone roccioso sopra un’ansa del fiume Vomano, un’ansa a forma appunto di serpente o di ferro di cavallo, oppure alla mitica battaglia contro il “biscione” dei Visconti, nella quale Senarica si sarebbe meritata l’indipendenza.

Giovanna D’Angiò concede l’indipendenza

Casa Franca” significa una cosa sola: significa avere il privilegio di non pagare le tasse. Se le antiche case di Senarica si fregiavano di questa scritta, o inalberavano orgogliosamente la propria appartenenza ad una Repubblica di Senarica, era per affermare la propria indipendenza e libertà, che allora come oggi era anzitutto fiscale.

La tradizione vuole che a concedere l’indipendenza e l’esenzione da qualsiasi pretesa fiscale al paesino di Senarica fu Giovanna D’Angiò, Regina di Napoli, intorno alla metà del Trecento.

Senarica combatte contro i Visconti

Giovanna D’Angiò fu una delle prime Regine “regnanti”, cioè non mogli di sovrani, ma sovrana essa stessa, per diritto dinastico.

Questa condizione – una donna sul trono – attirò sul Regno di Napoli gli appetiti di molti, che contestarono il diritto di una donna a sedere sul trono. Giovanna dovette respingere molti attacchi.

E in una di queste incursioni, avvenuta per mano dei Visconti verso metà del Trecentio, pare che gli abitanti di Senarica abbiano combattuto tanto valorosamente da meritarsi la riconoscenza della sovrana, la quale concesse a tutti i cittadini di Senarica il rango di nobili, l’esenzione fiscale perpetua e il diritto ad autogovernarsi senza essere soggetti al vassallaggio nei confronti di alcun feudatario, duca o marchese.

Senarica, il Senato e il Doge: come a Venezia

I cittadini di Senarica la presero molto sul serio: secondo tradizione si consideravano “baroni di loro stessi” e guardarono subito alla Repubblica più famosa del tempo, la Serenissima. Ne adottarono il modello: a Senarica c’era un Senato, formato da 24 capifamiglia, tutti considerati nobili, come a Venezia. I quali – come a Venezia – eleggevano un Doge, il quale, secondo gli Statuti di Senarica, risalenti al 1357, doveva essere “un galantuomo, che non sapesse leggere né scrivere”: insomma, uno del paese, non un pericoloso intellettuale foresto.

Sono tramandati 36 Dogi, appartenenti tutti alle più potenti famiglie di Senarica: Cicintò, Ciantone, Della Valle, Ceccarelli, Cantù, Latini ed altre, che si considerano tuttora nobili e “baroni”.

L’alleanza con la Serenissima

La Repubblica di Senarica intrattenne quindi, secondo la tradizione, stretti rapporti con la Serenissima. Tra le due libere Repubbliche – in un’epoca in cui quasi tutto il mondo conosciuto era suddito di un re – c’era un’alleanza.

La Veneta Repubblica avrebbe concesso a Senarica la propria protezione, e in cambio Senarica pagava a Venezia, ogni anno, un tributo di 12 carlini d’oro, che per un paese delle dimensioni di Senarica non era acqua fresca.

I due soldati di Senarica a Lepanto

E in caso di guerra, Senarica inviava due uomini – due – in aiuto alle milizie venete. Accadde così anche a Lepanto. Due soldati imbarcati sulla flotta veneta – racconta la tradizione – venivano da Senarica, e si batterono contro i Turchi con tanto onore da meritarsi, in Piazza San Marco, l’abbraccio e il pubblico ringraziamento del Doge alla Repubblica “sorella minore della Serenissima“.

Almeno, fu questo che i due giovani soldati riferirono a Senarica, quando rientrarono in patria, con in mano una lettera firmata nientepopodimeno che da Sua Serenità il Doge di Venezia. Una lettera di ringraziamento per l’aiuto militare che la “serenissima sorella” aveva dato al trionfo dell’armata cristiana. Questa lettera, se mai è stata scritta, è oggi perduta: eppure il Vescovo di Teramo, Alessandro Berrettino, morto nel 1849, avrebbe testimoniato di averla in custodia.

La fine dell’indipendenza di Senarica

All’Archivio di Stato di Venezia, finora non è stato rintracciato alcun documento che provi l’alleanza e il tributo pagato da Senarica. Però a Senarica lo si dava per certo: l’alleanza con la Serenissima veniva sbandierata e affermata con sicurezza, e tanto dovette bastare per oltre quattro secoli a garantire che i successori di Giovanna D’Angiò sul trono del nel Regno di Napoli rispettassero l’indipendenza della microscopica Repubblica, nel timore di inimicarsi la ben più potente Repubblica Veneta. Non valeva la pena di rischiare incidenti diplomatici per avere in cambio il misero gettito fiscale che poteva venire dal paesino di Senarica.

Un’indicazione “in negativo” sull’indipendenza di Senarica nei secoli passati, si ha alla fine del Settecento, quando il Re di Napoli Ferdinando IV di Borbone, appreso dai propri dignitari che nel suo regno c’era un paese che da secoli non pagava tributi affermando di essere una Repubblica indipendente, spedì a Senarica un manipolo di esattori con scorta armata e regio decreto di “sequestro” dell’intero paese. Gli inviati del Re, senza troppe discussioni, cacciarono dal paese l’ultimo Doge, Bernardino Cicintò, e misero la parola fine all’indipendenza di Senarica. Correva l’anno 1775.

Festa della Repubblica e l’invito a Venezia

Siano come siano le cose, sia pure tutto questo solo una leggenda tramandata da furbi montanari che sarebbero così riusciti a non pagare le tasse per secoli, sta di fatto che a Senarica la piazza principale si chiama Piazza Venezia. E i senaricesi vanno fieri di alcune parole veneziane presenti nel loro dialetto, come “fontego” per magazzino.

In Piazza Venezia a Senarica c’è una colonna di pietra sulla quale troneggia il Leone rampante che artiglia il serpente. Due sono le feste di Senarica. In ottobre, la Festa della Castagna. E il giorno 13 Agosto, la Festa della Repubblica. Alla quale Senarica invita un rappresentante del Comune di Venezia. Sarà pure leggenda: ma una leggenda d’amore per la Serenissima.

 

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