13 Gennaio 2026
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Marsilio da Padova: nel 1324 teorizzò lo Stato laico moderno. E fu scomunicato…

Separare lo Stato dalla Chiesa; il diritto dell’uno dal diritto dell’altra. A Marsilio da Padova e a Jan de Jandun, suo amico e collega, dobbiamo la nascita del pensiero laico e dello stato moderno.

Marsilio, al secolo Marsilio Mainardini, nacque a Padova tra il 1275 e il 1280 per alcuni, per altri tra il 1284 e il 1287, e morì a Monaco di Baviera nel 1342 o 1343. Nacque nella contrada di Sant’Andrea: alcuni lo dicono nato in una famiglia di notai, figlio del notaio Bonmatteo dei Mainardini; altri lo dicono figlio di un Bonmatteo Mainardini di famiglia popolana. Fu filosofo, giurista e teologo.

Professore e rettore della Sorbona

Dopo aver studiato medicina a Padova, completò gli studi a Parigi, dove in seguito divenne maestro nella facoltà delle arti, poi professore di teologia e rettore della Sorbona. Per la precisione, divenne professore nel 1312 e rettore, per tre mesi, nel 1313. In
collaborazione con Jean de Jandun, nel 1324 compose la sua opera più celebre: il “Defensor pacis”, pubblicato quello stesso anno a Parigi.

Alcuni negano che Jean de Jandun abbia collaborato direttamente alla stesura del testo, ma esercitò certamente una grande influenza nella formazione del sistema politico di Marsilio e quindi, almeno indirettamente, collaborò alla nascita del “Defensor pacis”, dividendo con Marsilio le avversioni e le persecuzioni che ne derivarono.

Colpiti dalla scomunica

L’imperatore Ludovico il Bavaro, protettore di Marsilio da Padova.

L’opera “Defensor pacis” era dedicata all’imperatore Ludovico il Bavaro (Ludwig IV von Wittelsbach) presso il quale, a Norimberga, Marsilio da Padova si trasferì anche come medico personale, dal 1326, e dove, sempre nel 1326, si rifugiò anche il giurista Jean de Jandun che il 23 ottobre 1327 fu, insieme con Marsilio, colpito dalla scomunica emessa ad Avignone da papa Giovanni XXII. Entrambi poi seguirono l’imperatore a Monaco.

Il trattato: fondamento dello stato laico moderno

Il “Defensor pacis” è un vasto trattato politico, diviso in tre parti, in cui Marsilio analizza le cause delle discordie civili presenti nella società del suo tempo e propone l’ideale di una pacifica convivenza, fondata su una rigorosa distinzione tra l’ambito del potere civile e la sfera religiosa. Frutto di un’originale sintesi fra elementi dottrinali aristotelici (in particolare la “Politica” di Aristotele) e agostiniani, l’opera è considerata la prima grande teorizzazione dello stato laico moderno in contrapposizione alle concezioni teocratiche medievali.

Il potere politico è del popolo

Marsilio attribuisce la facoltà legislativa alla totalità dei cittadini (“universitas civium”), laquale può delegare i poteri esecutivi a una o più persone (la “pars principians” o “pars valentior”), che la esercitano in nome della volontà comune. Afferma cioè che il potere
è attribuito all’imperatore dal popolo. Afferma il principio della volontà popolare come fonte di ogni potere politico, avversando l’ideale teocratico del Papato.

La Chiesa non abbia potere e dominio

Le leggi dello Stato, secondo Marsilio, non devono ispirarsi ad alcun ideale che ipostatizzi un ordine definitivo del cosmo, ma devono mirare piuttosto a evitare ogni possibile discordia e contesa. A questo scopo lo Stato rivendica a sé l’esercizio di ogni potere coattivo. Fondandosi sulla convinzione che Cristo, pur essendo “re dei re”, non volle esercitare alcun potere né dominio, Marsilio attribuisce alla Chiesa il solo compito dell’annuncio del Regno celeste, negandole ogni potere giuridico di tipo coercitivo.

Chiesa povera, e niente primato del Papa

In linea con le concezioni del gruppo di frati francescani, avversari del papa e anch’essi rifugiati alla corte dell’imperatore (tra i quali il filosofo inglese Guglielmo di Occam, il filosofo romagnolo Michele Fuschi da Cesena, il giurista lombardo Bonagrazia Boncortese da Bergamo), giurista), Marsilio vede nella povertà un elemento distintivo della Chiesa. Per Marsilio il perfetto cristiano deve vivere alla stregua di Cristo e degli apostoli, accontentandosi di poter disporre dello stretto necessario per vivere.

Un codice miniato trecentesco del Defensor Pacis, il trattato politico di Marsilio da Padova

In contrapposizione alle concezioni dei teologi curialisti (che propugnavano le dottrine della Chiesa romana e ne sostenevano gli interessi), i quali attribuivano al papa la “pienezza del potere”, Marsilio afferma che il pontefice non ha alcun primato di origine divina rispetto agli altri vescovi, e rivendica al concilio il compito di verifica del governo della Chiesa.

La supremazia dello Stato

Marsilio afferma l’origine naturale dello Stato e la supremazia dello Stato sull’autorità ecclesiastica. Pur spiegato con principi filosofici e giuridici, il testo è concepito da Marsilio attingendo le prime basi della sua dottrina politica, più che dalle altezze astratte della
speculazione filosofica, soprattutto dalla concreta esperienza del Libero Comune di Padova, dove maturò la crisi spirituale che doveva farne un temuto oppositore della Chiesa politicante e l’araldo dello Stato unitario.

Papa e vescovi eletti dal popolo

Padova, pur rispettosa della religione, era una strenua sostenitrice dei diritti comunali contro l’ingerenza ecclesiastica. E Marsilio, non senza ragione, si definisce “Antenòride” (da Antènore, principe troiano, il mitico fondatore di Padova). L’opera “Defensor pacis” venne condannata dalla Chiesa e i suoi autori scomunicati, perché vi si afferma che lo Stato deve avere la preminenza sulla Chiesa e il papa e i vescovi devono essere eletti dal popolo.

Marsilio, rifugiato presso Ludovico il Bavaro proprio per timore delle rappresaglie, replicò con un nuovo trattato, il “Defensor minor”, nel quale ribadì le sue tesi.  Nel “Defensor minor”, opera del 1342, Marsilio sottolinea la funzione dell’imperatore come effettivo detentore del potere politico, e amplia la polemica contro la Chiesa estendendola alle crociate e ai pellegrinaggi.

Marsilio con Dante e Machiavelli

Il “Defensor pacis” oggi è giudicato, con la “Monarchia” di Dante Alighieri e il “Principe” di Niccolò Machiavelli, la più alta espressione della scienza politica, procurando a Marsilio la definizione di peggior eretico dei suoi tempi che nel 1343 gli diede papa Clemente VI. Per la sua azione politica, Marsilio è considerato il più fiero avversario del potere politico della Chiesa nel Trecento.

Marsilio, una sconvolgente modernità

Il pensiero di Marsilio sembra rivelare la più sconvolgente modernità nel campo della politica. Dobbiamo a un veneto e a un vallone l’aver iniziato a portare il pensiero degli europei fuori dal medioevo!

Zabarella sostenitore di Marsilio

Il cardinale ed esperto di diritto canonico Francesco Zabarella, nato a Piove di Sacco nel 1360 e morto a Costanza nel 1417, che fu anche letterato elegante, fu sostenitore aperto, sul terreno ecclesiastico, delle idee sulla sovranità popolare di Marsilio da Padova e di Guglielmo di Occam: teorie che gli fruttarono una clamorosa condanna del Sant’Uffizio. Teorie da lui illustrate nell’opera “De Schismate”, scritta fra il 1403 e il 1408, a Padova.

Francesco Zabarella

Francesco Zabarella aveva conseguito la licenza in diritto canonico (il diritto della Chiesa) a Bologna nel 1382 o 1383, anno in cui era diventato vicario del vescovo di Firenze, e poi si era laureato a Firenze nel 1385 “in utroque iure” (ciè in diritto civile e in diritto canonico) e in quella Università aveva insegnato diritto canonico fino al 1390, quando papa Bonifacio IX  lo aveva chiamato a Roma come consulente di diritto.

Padova 1406, la dedizione alla Serenissima

A Padova, dove svolse missioni diplomatiche per conto dei da Carrara, signori di quella città, insegnò dal 1391 al 1410, rifiutando gli inviti delle Università di Firenze e di Vienna, e divenendo preside degli studi di diritto canonico. Dopo la sconfitta padovana, prese parte alle trattative che accompagnarono la dedizione della città alla Serenissima nel 1406. In seguito, divenne vescovo di Firenze nel 1410 e poi cardinale nel 1411.

Zabarella morì mentre stava preparando il Concilio di Costanza. Le sue ossa vennero rimandate a Padova dal suo collaboratore Pietro Paolo Vergèrio il Vecchio. Zabarella è sepolto nel Duomo di Padova (Cattedrale di Santa Maria Assunta): la tomba è sulla parete di sinistra, quella occidentale, della Cappella della Madonna dei Miracoli, cioè il transetto destro. A Padova è ricordato a Palazzo del Bo, sul soffitto dell’Aula Magna, da una pittura murale a tempera del 1854, opera di Giulio Carlini-

Giulio Bertaggia

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