26 Ottobre 2021
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Le cavalle licofore e la tradizione veneta dei cavalli

Dal 28 maggio al 3 ottobre 2021, presso il Museo Nazionale Atestino di Este, è aperta la mostra Le Fiere della Vanità; il nome infelice segue il diffuso malvezzo di trasferire la visione distorta, tipica dei nostri tempi, ai fatti del passato.

Quella che qui annunciamo è in realtà un’esposizione dell’arte delle situle, stile figurativo che si diffonde lungo il primo millennio avanti Cristo in una vasta area, che va dal Triveneto, all’Istria, all’Austria, alla Slovenia ad areali contermini, producendo capolavori che contraddistinguono l’antica nazione dei Veneti antichi.

Le situle

Situla_veneta

Le situle erano vasi di bronzo laminato, sbalzato e cesellato con figure decorative; in particolare il nostro intervento si focalizza su un singolo reperto scoperto nel 1983 all’interno di una tomba atestina. Si tratta di una piccola panchina in lamina di bronzo, miniatura di una panca che serviva per sedersi e lavorare a telaio.

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Sullo schienale, è cesellata una scena che rappresenta tre cavalli inseguiti da un lupo: l’immagine illustra una favola veneta raccontata dallo storico Strabone.

Qui trovate la presentazione della mostra: https://www.finestresullarte.info/mostre/mostra-fiere-delle-vanita-arte-situle-este-museo-nazionale-atestino

Strabone

Queste importanti testimonianze hanno il pregio di lumeggiare il rapporto mistico tra uomo e natura che anima lo spirito veneto. Strabone è un autore classico, nato ad Amasea, città del Ponto Eusino (Cappadocia, allora si chiamava Asia Minore, oggi Turchia); quella zona geografica costituiva una parte del mondo ellenico, infatti Strabone scriveva in greco.

Egli fu un contemporaneo di Gesù Cristo, essendo morto nel 24 d.C.; deve la sua fama all’opera geografica intitolata i Geographika, diciassette libri in cui lo scrittore si sofferma su ogni territorio di sua conoscenza, fornendo preziose informazioni storiche che disegnano la connotazione etnica dei vari popoli antichi.

I Veneti antichi e il mito

Vi è un capitolo dedicato all’area abitata dai Veneti antichi, la Venetia, dove si parla di un meraviglioso mito coltivato dai Veneti e collegato ai sacrifici da loro tributati all’eroe Diomede. L’autore riferisce di due boschi sacri nei quali si dice accadano cose strabilianti: secondo alcuni, i cervi vi pascolano in compagnia dei lupi, tanto che i cani lanciati all’inseguimento perdono le tracce delle prede non appena si inoltrano nella selva; certe altre voci svelano un fatto occorso ad un Veneto di quelle parti.

Era questo tizio solito offrirsi come garante, al punto che quando, un giorno, passarono dei cacciatori che avevano appena catturato un lupo, gli chiesero per schernirlo se volesse garantire anche per lui, perché in quel caso avrebbero liberato l’animale.

L’uomo accettò la sfida e il lupo si dileguò tra gli sghignazzi dei cacciatori.

Il prodigio e le cavalle

Accadde poi un prodigio. Il giorno seguente il lupo, beneficiato dall’uomo, lo ricompensò in modo singolare, sospingendo dentro i suoi pascoli un branco di cavalle, che apparivano ai suoi occhi più veloci che belle.

Il Veneto amico del lupo prese a marchiare con l’immagine del lupo le cavalle donategli, dando luogo ad una tradizione di famiglia, dal momento che restò in capo alle generazioni successive l’appannaggio dell’allevamento equino; le cavalle si dissero lykophorous, cioè portate dal lupo (lupo in Greco si dice lykos, in Veneto si dice lovo).

Veneti, allevatori di cavalli e Omero

Il cavallo però nella cultura antica dei Veneti è un animale sacro, non nel senso che rappresenti una divinità, ma la sua sacralità si proietta sul piano simbolico, in quanto – come hanno dimostrato gli studiosi sloveni Matej Bor Jožko Šavli e Ivan Tomažič – il cavallo rappresenta la forza spirituale trainante il carro della morte, il mezzo che trasporta il defunto verso l’Aldilà, il Van eterno.

Già Omero nell’Iliade identificava i Veneti (di oltre mille anni prima di Cristo) come allevatori di cavalli; si ricorderà che la squadra equestre dei Veneti era presente negli ippodromi più grandi dell’Antichità, da Roma a Costantinopoli, come la factio bordata di azzurro, forse la squadra sportiva più prestigiosa in mezzo alle altre tre concorrenti (Factio Praesina Verde, Factio Albata Bianca ‎, e Factio Russata Rossa).

Così l’allevamento dei cavalli divenne famoso in quei luoghi. Ma ora, come abbiamo detto, questa attività è scomparsa del tutto”.

Da Strabone a Fieracavalli

Quest’ultima osservazione straboniana sembra dovuta a mancanza di notizie più precise sulla Venetia, in quanto l’arte di allevare puledri prosegue tra i Veneti fino ai nostri giorni; ha lasciato tracce sia nella toponomastica (con luoghi storici come Equilium e Cavallino Treporti, vicino a Venezia), ma soprattutto in manifestazioni come quella celebre di Fieracavalli, che si tiene a Verona nel novembre di ogni anno.

Soprattutto, già dal Medioevo si correvano a Padova le corse dei cavalli berberi nell’anello di Prato della Valle (risale al 13 Agosto 1808 l’inizio ufficiale attestato nei documenti delle corse al trotto in Città).

L’ippodromo

Per tutto il XIX secolo, in quello spazio prestigioso le gare continuano a svolgersi, finché si manifesta l’esigenza di una struttura più idonea a Ponte di Brenta: il nuovo impianto è inaugurato il 1° Maggio 1901.

L’eredità delle corse a Prato della Valle si trasfonde dunque nelle competizioni all’ippodromo “V.S. Breda”, nato dalla passione del Senatore Vincenzo Stefano Breda, illustre personaggio patavino del secondo Ottocento, al quale è sempre intitolato un Gran Premio che si celebra ogni primo maggio.

Nel 1940 una devastante tromba d’aria compromette la struttura, sicché l’imprenditore Ivone Grassetto pensa ad un ippodromo moderno, che si inaugura il 1° Maggio 1962, introducendo la denominazione di “Padovanelle” dal nome dei tipici calessini a due ruote con uno o due posti, privi di coperture fisse.

 

Edoardo Rubini

 

Nell’immagine Fregio di piccola panchina in lamina di bronzo scoperta nel 1983 all’interno di una tomba atestina (V secolo a.C.).

 

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