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Home IstriaDalmazia

Foibe, Istria e Dalmazia perdute. Quel grido dell’esule: “Traditi anche dall’Italia”

Redazione by Redazione
9 Febbraio 2021
in IstriaDalmazia, Mondo Veneto, StoriaNostra
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Foibe, Istria e Dalmazia perdute. Quel grido dell’esule: “Traditi anche dall’Italia”

Giornata del ricordo, noi Veneti non scordiamo

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10 febbraio, Giornata del ricordo. Il ricordo delle vittime civili ed innocenti del comunismo di Tito, il ricordo delle persone massacrate e gettate nelle foibe, delle persecuzioni e della tragedia dei sopravvissuti, costretti all’esilio, cacciati dalla loro terra e dalle loro case, dalla loro Patria.

Il ricordo di quella che fu una pulizia etnica, che non può trovare giustificazione morale nei soprusi, nei crimini compiuti dal Fascismo, nel nome del nazionalismo italiano, contro le popolazioni slave, che per secoli, sotto la Serenissima, avevano convissuto in pace con le etnie istroveneta e dalmata, conservando lingua, diritti e autonomie che l’Italia negò.

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Ma furono quei crimini, e la reazione di odio che investì senza distinzioni tutti gli istroveneti e dalmati sentiti come “italiani”, a fornire alle strategie di Tito la base di consenso per realizzare quella pulizia etnica.

La distruzione dell’unità storica della Venezia

Che fu, anche, la distruzione della Venezia come la conoscevamo da secoli, unita all’Istria e alla Dalmazia. La Venezia venne smembrata, il Veneto perse Pola e Zara, che erano province venete a tutti gli effetti, e con esse perdemmo un pezzo della nostra stessa identità.

Fu il popolo istriano e dalmato a pagare, non l’Italia

Togliete il Tricolore dalla Giornata del Ricordo! Fu il nostro Veneto, non l’Italia, fu il nostro popolo istriano e dalmato, non gli italiani, a pagare il prezzo. Letteralmente: non solo perché il nostro popolo perse la vita, le terre e le case, le città e le campagne, perse l’Istria e la Dalmazia nostre. Ma perché l’Italia, invece di difendere i diritti della nostra gente, usò i loro beni, le case, le terre, per pagare alla Jugoslavia i danni di guerra.

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Ecco perché noi di Serenissima News, in occasione della Giornata del Ricordo, ripubblichiamo una lettera che apparve sul Gazzettino nell’ormai lontano 2012: è il grido di dolore e di sdegno di una donna, di un’esule. “Traditi anche dall’Italia” fu il grido di Federica Haglich, esule trapiantata a Mogliano.

Traditi soprattutto dall’Italia

Traditi soprattutto dall’Italia, aggiungiamo noi di Serenissima News. Traditi dal Fascismo che con i suoi errori ed orrori gettò le fondamenta politiche della tragedia, traditi dai partigiani comunisti che nel nome del comunismo si legarono ai titini, favorendo la lucida strategia che ci avrebbe tolto Istria e Dalmazia.

Traditi dagli italiani che nelle città rosse li accolsero, loro esuli in fuga dalla morte, come nemici e come fascisti. Traditi dalla Repubblica che usò i loro beni per pagare la Jugoslavia, e che non si batté per ottenere quei referendum che l’America proponeva sulle terre contese, che ci avrebbero fatto certamente perdere l’Alto Adige ma forse mantenere l’Istria.

Esuli, la congiura del silenzio nel Patto costituente

E traditi dal patto stesso, fondamentale, dal quale nacque la Repubblica Italiana. Perché la congiura del silenzio che per decenni ha dimenticato, ha nascosto e perfino negato la tragedia delle foibe e la sua natura di pulizia etnica, è figlia dello stesso patto costituente, è un silenzio che tutelava il patto tra cattolici e comunisti che sta alle fondamenta della Repubblica.

Ecco il testo della lettera dell’esule:

“Noi esuli istriani e dalmati, traditi anche dall’Italia“

Tante atrocità subite dal popolo istriano-dalmata sono state portate a conoscenza degli italiani in questi ultimi anni dopo l’istituzione della giornata del ricordo: infoibamenti, torture, massacri di massa, stupri, annegamenti, accoltellamenti, percosse, fili spinati, terrori notturni, camion della morte, fughe, abbandono delle case, delle terre, degli averi, l’esodo.

Pressati da una violenta politica di Tito, intenzionato a sopprimere ogni presenza italiana in quei territori, abbandonammo ogni cosa e raggiungemmo la Patria italiana.

Ma non fummo accolti con disponibilità da tutti i nostri fratelli italiani: ci presero a sassate alla stazione di Bologna, ci misero nei campi di raccolta profughi chiusi con il filo spinato, a volte imprigionati dalla polizia e rimandati indietro (verso morte certa) se durante l’interrogatorio non davamo risposte giuste. Eravamo i testimoni scomodi del “paradiso” comunista e per contro ci meritammo l’etichetta di “fascisti”.

Ma la nostra unica colpa era quella di essere Italiani e di voler restare Italiani! A guerra finita, il Governo italiano sconfitto, distrutto e allo sfascio, usò le case abbandonate dagli esuli in fuga come pagamento dei debiti di guerra. Gli esuli da soli pagarono i danni di guerra per tutto il popolo italiano!

La speranza di poter ritornare un giorno nella propria terra si trasformò, quindi, nella certezza di aver perso tutto. Esiste qualcosa di più terribile di un ritorno che non riesce a compiersi ? Qualcosa dentro di noi si è rotto definitivamente e il nostro cuore sanguinante di dolore sarà per sempre il paese più straziato.

Nessuno potrà mai capire le lacrime di un esule: sono quelle di una persona che sa di non poter morire là dove è nata, di un popolo che per vivere libero va a morire lontano. Ma il ricordo della Patria abbandonata forzatamente è sempre stato troppo vivo e il decidere di morire lontano si è trasformato, per molti esuli, in un morire in anticipo per nostalgia.

Nel giorno della prima Giornata del Ricordo il Presidente della Repubblica Ciampi e il  ministro degli Esteri Fini ci dissero: “Basta con la rabbia!” proprio a noi “basta con la rabbia” che non avevamo mai protestato, mai manifestato, mai sparato un colpo, mai esploso una bomba, mai rotto una vetrina, che avevamo sempre taciuto e passato sessanta anni della nostra vita senza dare fastidio a nessuno, senza rivendicare nulla.

Come si sono permessi senza sapere con quanta dignità e pudore noi esuli abbiamo scelto in silenzio la strada dell’esilio, il freddo delle baracche del campo profughi, l’umiliazione del sussidio per sopravvivere pur di non perdere il diritto irrinunciabile alla libertà e alla nostra italianità.

Il silenzio è stato il commento migliore al nostro eroico sacrificio e al nostro grande dolore.

Federica Haglich – Mogliano Veneto

 

Tags: Dalmaziaesulifoibegiornata del ricordoistria
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