In questi giorni infuria il dibattito sui confini regionali di Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Sud Tirolo. In realtà è un tema molto più profondo, perché tocca identità, risorse, autonomia e soprattutto il rapporto tra comunità locali e un assetto statale che da decenni produce attrito proprio dove non dovrebbe: nei territori di frontiera.
Alcuni comuni di confine del Veneto stanno rilanciando proposte di “passaggio” verso regioni limitrofe — Friuli o Sud Tirolo — invocando motivazioni etniche e motivazioni economiche. Anche se forse sarebbe più corretto dire che si stanno invocando motivazioni economiche mascherate da motivazioni etniche.
Ecco le tre proposte più rilevanti emerse finora.
I. Cortina d’Ampezzo
Località simbolo del turismo montano e prossima protagonista delle Olimpiadi invernali, oggi torna al centro di una proposta di annessione alla provincia del Sud Tirolo, con l’argomento del ricongiungimento alle comunità ladine già incluse nella provincia. L’operazione, presentata come “naturale”, viene spinta anche dall’idea che l’autonomia sudtirolese garantisca maggiori risorse, servizi e capacità di governo locale rispetto a quanto concesso nel Veneto.
II. Cinto Caomaggiore
Comune noto per il vitivinicolo e storicamente legato alla Patria del Friuli (anche durante la Repubblica Veneta), viene evocato come “ritorno” in una cornice friulana che sarebbe più coerente sia dal punto di vista storico-culturale sia dal punto di vista economico. Qui il ragionamento è più trasparente: se il confine attuale non coincide con le reti reali di territorio, produzione e cultura, allora è il confine ad essere un’anomalia. A Cinto si svolse già nel lontano 2006 un referendum per il passaggio di regione.
III. Il Veneto Orientale
La terza proposta è invece basata sul ridefinire gli equilibri dall’interno. Dai centri più interni, come San Donà di Piave, si propone la creazione di una nuova provincia, dotata di maggiori autonomie, dentro il Veneto stesso. L’idea è racchiudere quei territori dove le parlate venete e friulane sfumano l’una nell’altra, rendendo impossibile tracciare un confine culturale netto. Il riconoscimento di una cerniera che lo Stato e le Regioni trattano come periferia, quando è invece un nodo.
Autonomia o economia?
Il Sud Tirolo seduce la ricca Cortina, ma tende a dimenticarsi dei comuni ladini delle valli circostanti, perché vengono visti come un costo. L’argomento identitario diventa selettivo: vale quando porta gettito, turismo e prestigio; si attenua quando chiede investimenti strutturali.
Il Friuli, a sua volta, asseconda l’adesione dei soli comuni ad alto valore aggiunto in termini di PIL: come Cinto, se e quando risulta conveniente. Ben poca rilevanza politica e mediatica infatti si sta dando a quegli altri comuni, anche limitrofi, che avanzano le stesse richieste. Anche qui, l’identità viene spesso raccontata come principio ma usata per la leva finanziaria, anziché il contrario.
Dal Veneto la reazione è la più disordinata: soluzioni tampone, proposte disparate, nessuna regia. Il tutto ignorando l’elefante nella stanza: l’autonomia richiesta nel 2017 tramite referendum che ancora non è stata conretizzata. Il messaggio percepito dai territori di confine è semplice: quando chiedono strumenti per governare risorse e servizi, vengono rinviati; quando minacciano di andarsene, improvvisamente diventano un problema da gestire.
Ancora una volta, la soluzione è l’approccio etnico
La Venetia è soggetta a un graduale processo di frammentazione da molto tempo. Dove un tempo esisteva una terra di popoli affini e interconnessi, oggi troviamo confini rigidi che generano attriti. È una disgregazione anche intellettuale: basti pensare alla nascita del termine “Triveneto” o alla scissione artificiale, nella storiografia e nel senso comune, tra laguna “veneziana” e terraferma “veneta”.
Il nazionalismo del XIX e XX secolo ha poi aggravato tutto, provocando guerre e devastazioni senza precedenti e lasciando fratture ancora da sanare completamente: un esempio evidente sono le relazioni tra Italia e Croazia, segnate da memorie conflittuali e da confini trasformati in ferite politiche.
Oggi, dentro i confini italiani, la regione Veneto è schiacciata tra Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige: due regioni che godono di autonomie locali e di maggiore discrezionalità nella gestione delle risorse. Due regioni nate, non a caso, come fusioni di più territori:, come i loro nomi lasciano intendere. Un’asimmetria che mette in difficoltà soprattutto i comuni di confine, in particolare montani: spostamenti di persone, imprese, investimenti verso i territori che hanno più autonomia e più strumenti. Il fenomeno viene letto come concorrenza sleale e genera astio, quando in realtà è l’assetto ad essere costruito per produrre squilibrio.
Qui entra in gioco la chiave politica: è una strategia di divide et impera funzionale allo Stato centrale, che impedisce la ricostituzione della Venetia come spazio geopolitico coerente. Le popolazioni della Venetia tendono ad essere ancora molto legate alla propria identità locale rispetto a quella nazionale, spesso percepita come pretesto per controllarle meglio da Roma. Quindi è “necessario” farle litigare tra loro: Friulani contro Veneti, montagna contro pianura, confine contro centro. È il modo più semplice per impedire che si formi un blocco territoriale consapevole.
Che fare?
Una soluzione immediata che la classe politica veneta potrebbe applicare è prendere atto che questa suddivisione è artificiale, e che non c’è alcun peccato se comuni oggi amministrativamente veneti vogliono smarcarsi dal centralismo italiano cercando maggiore autonomia. Al contrario: va assecondata, ma prendendo in mano la situazione e governandola, invece di subirla.
Se le regioni che circondano il Veneto sono già, nei fatti, contenitori composti da più realtà territoriali con proprie specificità, allora non vi sarebbe alcun problema, di principio, se a una di esse si aggiungesse anche il Veneto.
Da questo punto di vista è interessante la recente proposta della Liga Veneta Repubblica: la fusione delle regioni Veneto e Friuli-Venezia Giulia, mantenendo i privilegi dello statuto di quest’ultima.

Il consigliere regionale Alessio Morosin sostiene che il progetto di autonomia differenziata per il Veneto sia ormai di fatto bloccato e privo di prospettive concrete, anche a causa delle recenti pronunce della Corte costituzionale. Di fronte a questo stallo, propone la soluzione della fusione.
La proposta nasce proprio dalle crescenti tensioni nei Comuni di confine. Secondo Morosin, una macro-regione di circa 6 milioni di abitanti avrebbe maggiore forza politica, capacità di investimento e peso istituzionale. L’obiettivo dichiarato non è esplicitamente identitario ma funzionale: migliorare servizi, infrastrutture, sanità, scuola e trasporti. La Costituzione italiana consentirebbe tale operazione attraverso l’articolo 132, previo referendum e iter parlamentare.
Per Morosin continuare a ignorare queste istanze alimenterebbe immobilismo e conflitti locali, la fusione viene quindi presentata come risposta organica: superare i confini regionali attuali per costruire un assetto territoriale più efficiente.
Questa idea non è una provocazione. È la conclusione che si trae se si ragiona guardando alla natura dei popoli e non ai confini degli Stati. E non sarebbe neppure una novità storica: quando il “Veneto” venne annesso al Regno d’Italia nel 1866, esso comprendeva l’odierno Friuli. Oggi come allora, non è il nome del contenitore, ma la disponibilità di strumenti reali di autogoverno a fare la differenza.
Ancora una volta, la prospettiva etnica offre una via d’uscita immediata a problemi complessi del XXI secolo: perché riduce il conflitto, riallinea istituzioni e territorio, e smaschera l’artificialità delle divisioni imposte. La Venetia è la terra perfetta per sperimentare tutto ciò e diventare un modello per il continente europeo.
Third Venetia








