17 Ottobre 2021
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“Cadorna criminale di guerra”: il nipote del generale fa causa a Michele Favero

Parla male del generale Luigi Cadorna e dell’inutile macello della Grande Guerra, e il nipote di Cadorna gli chiede risarcimento danni per diffamazione. Accade a Michele Favero, segretario di Indipendenza Veneta.

Michele Favero sul Col Visentin

Non è una barzelletta, purtroppo, ma storia vera di questa Italia illiberale, dove gli indipendentisti veneti o sardi possono tranquillamente venir chiamati terroristi, possono essere indagati e spediti in galera con l’accusa di sovversione anche se non hanno sparso una goccia di sangue, e un Capo di Stato Maggiore che un secolo fa ha mandato al massacro centinaia di migliaia di uomini nel nome dell’Italia, non può nemmeno venir criticato in sede storica.

Grande Guerra, inutile massacro voluto dall’Italia

Andiamo con ordine. Poche settimane fa Michele Favero, segretario di Indipendenza Veneta, ricorda su Facebook l’inutile massacro della Grande Guerra, e ricorda che fu una guerra dichiarata dall’Italia, non dall’Austria come molti ancor oggi credono.

L’Austria non voleva affatto quella guerra, tanto che l’Imperatore Francesco Giuseppe aveva offerto Trento e Trieste all’Italia purché non entrasse in guerra. Ma il Regno dei Savoia voleva conquistare quelle città “irredente” con il sangue degli italiani: seicentomila furono i Caduti italiani per questa follia.

Luigi Cadorna “criminale”: risarcimento, diecimila euro

E in questo contesto storico, Michele Favero definiva “criminale” il generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito italiano fino alla rotta di Caporetto.

Cadorna, il nipote del generale chiede i danni a Michele Favero

Consisterebbe in questo la presunta “diffamazione a mezzo stampa” per la quale il nipote del generale, Carlo Cadorna, ha avviato contro Michele Favero un’azione civile per chiedere il risarcimento danni, indicando la cifra di diecimila euro.

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Appare veramente incredibile che dopo cent’anni i nipoti delle vittime di Cadorna non siano neppure liberi di accusare, in sede ormai puramente di giudizio storico, l’uomo che mandò i nostri nonni al macello. Il risarcimento, lo dovremmo chiedere noi, ai Cadorna e ai Savoia…

Favero: non ho scritto nulla che non sia documentato

“Io non ho scritto nulla di offensivo – ribatte Michele Favero – nulla che non sia ampiamente documentato dai libri di storia, ovviamente quelli scritti dagli storici e non dai servi italici. Il generale Luigi Cadorna è passato alla storia per aver mandato al massacro centinaia di migliaia di giovani, mettendo sulo stesso piano il valore della loro vita e quello di una pallottola austriaca. Ricordo che fu l’Italia a dichiarare guerra all’Austria, anche se il regime del Tricolore, senza un minimo di pudore e rispetto, non perde occasione di festeggiare la sua guerra di invasione”.

Per Michele Favero l’accusa di diffamazione è solo “un vile attacco, semplicemente per avere espresso critiche oggettive ad un criminale di guerra, il che dimostra che molti italiani sono ancora incapaci di chiedere scusa di fronte ai milioni di morti, sono ancora convinti che solo il crogiuolo del sangue potesse dar vita ad uno Stato che non ha alcun legame con le tante Nazioni che lo compongono. La Patria italiana non esiste: come scriveva Goffredo Parise, la mia Patria è il Veneto.

Felice Favero caduto a 18 anni. E dimenticato

Dopotutto, la famiglia di Michele Favero ha un conto in sospeso con l’Italia. Perché tra le vittime della Grande Guerra c’è anche Felice Favero, fratello del nonno del segretario di Indipendenza Veneta.

Aveva appena 18 anni quando morì per l’Italia, la quale per tutta risposta non concesse neppure la pensione di guerra ai genitori, e “dimenticò” il nome del ragazzo, che non viene neppure elencato nelle lapidi che, nel suo paese natale, ricordano le vittime della Guerra 1915-1918. Senza rispetto: solo carne da macello.

Le battaglie dell’Isonzo, il grande macello

Proprio in questi giorni ho ritrovato la medaglia di bronzo al valor militare, conferita a mio nonno Alvise nel 1916. Fu colpito da una granata, dopo essere uscito dalle trincee, allo scoperto, in uno dei folli “attacchi Cadorna”.

La medaglia di bronzo al valor militare conferita a mio nonno Alvise Fontanella. Monte San Michele, 8 agosto 1916: la sesta battaglia dell’Isonzo

Sulla medaglia è incisa una data, 8 agosto 1916, e un luogo: Monte San Michele. La sesta battaglia dell’Isonzo. Monte San Michele è una insignificante altura sul Carso, che non arriva a 300 metri d’altitudine, e che fu presa e perduta e ripresa tante volte, il fronte si spostava di pochi metri. Nelle dodici battaglie dell’Isonzo, caddero 235mila italiani e 150mila austriaci. E non possiamo nemmeno, cent’anni dopo, definire criminali i comandanti che ordinavano quegli attacchi?

Le direttive di Cadorna

Il giudizio storico sul generale Luigi Cadorna è ormai consolidato. Sono note, e pubblicate, le sue abominevoli direttive. Le pressioni sugli ufficiali perché si avanzasse comunque, anche di pochi metri, anche a prezzo di perdite umane devastanti, anche in condizioni impossibili.

C’è una lettera alla moglie in cui riferisce, senza problemi, di aver ordinato di “fucilare i colpevoli senza processo”. E i colpevoli, erano spesso, soldati che vedevano chiaramente di essere mandati inutilmente al macello, o come nel caso dell’alpino Ortis, in Carnia, bravi soldati che semplicemente consigliavano strategie di attacco più utili di quelle fondate sugli eroici e stupidi assalti allo scoperto che tanto piacevano ai generali.

Le esecuzioni sommarie

L’ordine esplicito di punire con la massima severità, cioè con esecuzioni sommarie sul posto, i soldati che si fossero resi colpevoli di “insubordinazione”: in pratica, che si fossero rifiutati andare al macello, di obbedire a ordini palesemente pazzeschi, che avrebbero sacrificato tante vite per non ottenere alcun vantaggio territoriale.

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Sono note le suppliche, in italiano, dei soldati austriaci, di fronte a certi attacchi palesemente inutili, votati alla morte. Gridavano: “Basta italiani, basta farvi ammazzare”.

La decimazione degli innocenti

L’esercito italiano era il solo, nell’intera Europa, in cui si praticava la decimazione per i reati cosiddetti “collettivi”. I reparti colpevoli di insubordinazione venivano puniti così: un soldato ogni dieci veniva fucilato per punizione, per essere di monito agli altri.

Tuttavia la regola prevedeva che i soldati da fucilare, nella decimazione, fossero scelti tra quelli certamente colpevoli della sommossa. Cadorna, invece, emanò ordini diversi, ordini ancora più barbari, che ingiungevano agli ufficiali di praticare decimazioni sommarie, colpevoli o non colpevoli che fossero i soldati scelti come vittime.

Sparati alle spalle

Nelle trincee, Cadorna aveva dispiegato reparti di fedelissimi carabinieri, i quali spesso ricevevano l’ordine di sparare alle spalle dei soldati che esitavano. Quando venivano ordinati gli attacchi “alla Cadorna”, i soldati dovevano uscire dalle trincee, allo scoperto, sotto il fuoco delle mitragliatrici. E alla prima esitazione, al primo accenno di ritirarsi, venivano uccisi dal “fuoco amico”.

Erano gli ordini di Cadorna, il quale si premurava che fossero ben noti alla truppa, in modo che i soldati sapessero che morivano comunque. Con onore, se falciati dalle mitragliatrici austriache, e “prima che si disonorassero” se esitavano. E questi morti per fuoco alle spalle non venivano neppure conteggiati, erano semplicemente compresi nel numero dei Caduti.

Via da piazze e strade il nome di Cadorna

Il grande Ferdinando Camon, primo promotore della rimozione del nome di Cadorna dalla toponomastica del nostro Paese, scrisse che “aver dato il nome di Cadorna a una via o una piazza è stato, ieri, un errore. Mantenerlo ancora diventa, oggi, una colpa“.

Sono decine e decine i Comuni che hanno ormai cancellato dalla propria toponomastica il nome di Luigi Cadorna dalle vie e dalle piazze. Sopravvivono pochi sindaci ostinati o distratti, ma è evidente che il giudizio storico sul grande generale italiano è cambiato, e che Michele Favero non è affatto solo.

Mereto di Tomba: basta piazza Cadorna

Un caso per tutti, quello di Mereto di Tomba, un comune friulano che contò numerosissimi Caduti. Sentite come il sindaco, Massimo Moretuzzo, motiva la decisione di cambiare il nome a piazza Luigi Cadorna: «Sappiamo che le battaglie ordinate da Cadorna seguivano sempre la stessa tattica: attacchi frontali, i nostri soldati a scagliarsi contro le postazioni nemiche a ranghi compatti, offrendo squadre, plotoni e compagnie al tiro delle mitragliatrici. Gli attacchi si concludevano sempre con un numero altissimo di morti, e quasi nessuna conquista territoriale».

«Gli ordini di Cadorna – continua il sindaco – equivalevano a condanne a morte. Non erano operazioni militari, erano esecuzioni. Le prove storiche di tutto questo sono ormai evidenti».

La circolare di Cadorna: giustizia sommaria

Il sindaco cita una circolare di Cadorna: «Nessuno deve ignorare che in faccia al nemico una sola via è aperta a tutti: la via dell’onore, quella che porta alla vittoria od alla morte sulle linee avversarie; ognuno deve sapere che chi tenti ignominiosamente di arrendersi o di retrocedere, sarà raggiunto – prima che si infami – dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti o da quello dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia stato freddato prima da quello dell’ufficiale»​.

E poi un telegramma di Cadorna: «Non vi è altro mezzo idoneo per reprimere i reati collettivi che quello della immediata fucilazione dei maggiori colpevoli, e allorché l’accertamento dell’identità personale dei responsabili non è possibile, rimane ai comandanti il diritto e il dovere di estrarre a sorte tra gli indiziati alcuni militari e punirli con la pena di morte».

Il sindaco: pratiche militari insensate

«A causa di questi ordini – concludeva il sindaco Moretuzzo – sono morti tanti innocenti, che hanno avuto il solo torto di rendere evidente l’insensatezza di una pratica militare priva di ogni logica. Così sono morti gli alpini dell’8º Reggimento appartenenti alla 109ª Compagnia del Battaglione Monte Arvenis allora operante sul Monte Cellon, nei pressi del passo di Monte Croce Carnico, accusati dal proprio Comandante di Compagnia, il capitano Armando Ciofi e il suo vice tenente Pietro Pasinetti, d’insubordinazione e ribellione. Così sono morti i Fucilati di Cercivento, che ancora oggi attendono giustizia dallo Stato italiano».

Libertà di pensiero, anche per gli indipendentisti veneti!

Fra coloro che attendono giustizia, oggi, c’è anche Michele Favero, che qualcuno vorrebbe intimidire (e non ci riuscirà di certo…) avviando procedimenti giudiziari e richieste di risarcimento danni, per impedire la libera espressione del pensiero e soprattutto la libertà degli indipendentisti veneti di dire quello che pensano su Cadorna, sulla Grande Guerra, e anche sull’Italia. La libertà di smontare le verità bugiarde che ci sono state insegnate a scuola, la libertà di ritrovare la storia veneta vera, spogliata della propaganda sabauda.

Ci sono tanti nomi di Dogi e di grandissimi personaggi della storia veneta, che ameremmo vedere onorati nei nomi e nei monumenti di piazze e strade, qui nelle terre di San Marco, al posto dei Cadorna, dei Garibaldi, dei re Savoia e di altre figure che ci hanno massacrato. Perché va bene che anche quella, purtroppo, è storia. Ma nelle Terre della Serenissima ne avremmo anche un’altra, e migliore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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