È uscito da pochi giorni un dossier della Fondazione Machiavelli intitolato “Italiani. Perché siamo un popolo, una nazione e un’etnia”, a cura di Emanuele Mastrangelo1. Il volume si propone di dimostrare la persistenza secolare di una presunta «etnia italiana», con l’obiettivo di confutare le posizioni di alcuni media in materia di accoglienza e immigrazione. Per sostenere una tesi tanto complessa come quella dell’esistenza di un’etnia italiana plurisecolare, tuttavia, il dossier ricorre a un’impalcatura argomentativa che presenta diverse criticità: selezioni tendenziose delle fonti (cherry picking delle fonti quando non anche all’interno di una stessa fonte), distorsioni interpretative e minimizzazioni, fino ad arrivare, in alcuni casi, ad affermazioni totalmente prive di fondamento.

Il dossier si articola attorno a diversi pilastri argomentativi: uno di natura definitoria e altri di carattere storico, genetico, linguistico e religioso. Ci concentreremo in particolare su quelli che abbiamo ritenuto più problematici: il definitorio, il genetico e il linguistico.
La logica definitoria portata alle sue estreme conseguenze
L’accezione di etnia proposta nel dossier presenta due aspetti particolarmente interessanti che, come vedremo, si riveleranno utili per esaminarne la definizione e valutarne l’applicazione al contesto italiano:
- L’etnia e l’identità nazionale si sovrappongono solo parzialmente.
- L’etnia è un concetto antecedente alla nazione che esiste indipendentemente da essa.2
L’esatta definizione proposta è questa: “un gruppo umano i cui membri condividono una cultura, una storia, una lingua, un territorio, una genealogia e hanno consapevolezza di partecipare a una identità comune e si riconoscono (e vengono riconosciuti) come “diverse” rispetto ad altre popolazioni”
Se, tuttavia, l’etnia è un elemento che precede la nazione, occorre prestare particolare attenzione nell’applicare questa definizione al caso italiano. La formazione dello Stato unitario ha infatti svolto un ruolo fondamentale nella configurazione attuale di molti degli elementi richiamati nella definizione proposta. Si rischia, pertanto, di confondere la causa con l’effetto, incorrendo in una forma di ragionamento circolare: lo Stato unitario sarebbe possibile perché i suoi cittadini condividono determinate caratteristiche, ma queste stesse caratteristiche si sarebbero consolidate proprio attraverso le politiche e la narrazione identitaria promosse dallo Stato.
Questa circolarità emerge proprio analizzando nel loro contesto i singoli elementi della definizione:
- Una cultura: Se la si intende come un insieme di riferimenti, simboli e tradizioni comuni, plasmati principalmente dalla narrazione dello Stato nazionale e dai processi di costruzione dell’identità collettiva, allora è possibile sostenere che in Italia si sia progressivamente consolidato uno strato culturale condiviso (all’interno del quale comunque insistono tutt’oggi differenze significative). Ciò implica però che tale cultura non fosse condivisa nelle fasi precedenti alla gestazione dello stato unitario e sia dunque una cultura nazionale, non etnica. Se si considera invece la cultura come un insieme più ampio di pratiche, valori, tradizioni, attitudini e consuetudini sviluppatesi storicamente all’interno delle diverse comunità, il quadro appare decisamente più complesso e non riteniamo che si possa a cuor leggero parlare di una cultura condivisa, magari di massa, storicamente sviluppatasi all’interno dei territori dell’attuale stato italiano nei secoli precedenti a quelle della gestazione dello stato stesso.
- Una storia: Che cosa significa, precisamente, che i membri di una comunità condividano una storia? È sufficiente aver vissuto per secoli all’interno dello stesso spazio geografico? Occorre aver fatto parte delle medesime istituzioni politiche? Oppure si ritiene “storia condivisa” il riconoscimento come proprio di un determinato insieme di eventi, personaggi e vicende del passato? A seconda della risposta, il significato dell’espressione cambia sensibilmente, e con esso la sua capacità di sostenere l’esistenza di una “etnia italiana”. Se per storia condivisa si intende semplicemente una successione di eventi che hanno interessato un determinato territorio, il criterio risulta piuttosto debole. Le popolazioni della penisola italiana hanno certamente interagito nel corso dei secoli, attraverso scambi commerciali, conflitti e varie forme di dominio politico. Ciò non significa, tuttavia, che abbiano partecipato tutte alla medesima esperienza storica, né che attribuissero agli eventi un significato comune. Per gran parte della storia precedente all’unificazione la penisola è stata suddivisa tra entità politiche differenti, con istituzioni, interessi e orientamenti culturali spesso divergenti.
Il problema diventa ancora più evidente se si considera che le comunità della penisola non sono state soltanto divise tra loro, ma anche frequentemente in conflitto. Le guerre tra le città e gli Stati italiani risultano esemplificative circa il fatto che le appartenenze politiche e territoriali (noi in alcuni casi aggiungeremmo etniche) potessero prevalere su qualsiasi ipotetica “solidarietà comune”. Naturalmente, sarebbe anacronistico interpretare questi conflitti come scontri tra nazioni nel senso moderno del termine; proprio per questo, però, non è nemmeno possibile presentarli automaticamente come episodi interni a una singola comunità etnica consapevole di sé.
A ciò si aggiunge un’altra questione: una “storia condivisa” può riferirsi non tanto agli eventi vissuti, quanto alla loro interpretazione collettiva. In questo caso, ciò che una comunità condivide non è necessariamente una storia univoca, bensì una determinata narrazione del passato. È infatti possibile selezionare alcuni eventi, attribuire loro un significato particolare e presentarli come tappe di un percorso collettivo, mettendo in secondo piano altre vicende o interpretazioni potenzialmente incompatibili con tale ricostruzione. La costruzione di una memoria “nazionale” opera spesso proprio attraverso questo processo: individua momenti fondativi, stabilisce una genealogia simbolica della comunità e propone una continuità tra popolazioni ed epoche differenti. Il ruolo dello Stato nella costruzione di una interpretazione storica condivisa diventa, quindi, centrale. Anche in questo caso la “storia condivisa” non precederebbe l’unità, bensì il contrario.
- Una lingua: il criterio della lingua condivisa è un altro elemento particolarmente rilevante per mettere alla prova la definizione di etnia proposta nel dossier applicata al caso italiano.
Se, infatti, una lingua condivisa viene considerata uno degli elementi costitutivi di un’etnia, occorre chiedersi in quale misura l’italiano fosse effettivamente parlato dalle popolazioni della penisola prima della nascita dello Stato unitario.
È importante distinguere, a questo proposito, tra l’esistenza di una lingua letteraria comune e il suo effettivo utilizzo nella comunicazione quotidiana.
Secondo la celebre stima del linguista Tullio De Mauro, nel 1861 soltanto il 2,5% circa della popolazione era in grado di utilizzare attivamente l’italiano. Questa cifra è stata contestata da Arrigo Castellani, che, adottando criteri più ampi e includendo altre categorie di parlanti, ha stimato una percentuale prossima al 9,5%.3 Pur nella differenza tra le valutazioni, il dato fondamentale rimane: alla vigilia e al momento dell’unificazione, l’italiano non era ancora la lingua d’uso comune della grande maggioranza degli abitanti della penisola.
Questa circostanza pone un problema significativo circa la definizione di un’etnia italiana. Costituendo la lingua comune un criterio per l’identificazione dell’etnia, si dovrebbe concludere che, nel 1861, soltanto una minoranza degli abitanti della penisola soddisfacesse tale requisito. È noto come in realtà la diffusione dell’italiano come lingua parlata è stata il risultato di un processo storico lungo e complesso, strettamente legato alla formazione dello Stato nazionale e alle trasformazioni sociali successive all’unificazione. Anche sulla base di questo elemento, dunque, sarebbe fallace ritenere l’esistenza di un’etnia italiana, essendo anch’esso, nelle modalità che gli permetterebbero di assumere un carattere definitorio, frutto dell’unificazione politica e non antecedente ad essa.
- Una genealogia: Il criterio della genealogia comune risulta altrettanto problematico se applicato alla popolazione dello stato italiano nel suo complesso. La questione verrà approfondita nella sezione dedicata alla genetica.
- Hanno consapevolezza di partecipare a una identità comune: anche qui la cosa è problematica. Sicuramente esistono numerosi esempi dove vari individui nei secoli affermano una qualche forma di italianità. Viene da contestare quanto questa forma possa essere ricondotta ad un’identità etnica e quanto invece non si trattasse di un’identità lasca, magari percepita per opposizione. Sarebbe inoltre da problematizzare sui singoli casi cosa tali individui intendessero per italia, dato che non sempre nella storia vi erano contemplati gli stessi territori e le stesse popolazioni.4
Vi sono anche numerosi controesempi, per citarne uno si pensi a “La Carta del Navegar Pitoresco. Dialogo tra un senator venetian deletante e un professor de pitura, soto nome d’Ecelenza, e de Compare”, opera d’arte e di letteratura pubblicata a Venezia nel 1660 dove nel Vento primo, precisamente a pagina 24 si può leggere:
“El me disse ben questo, che’l se messe
A interogarlo s’el giera Roman?
E lù ghe disse: mi son Venetian;
Quasi che tal parola l’ofendesse.” 5
- Si riconoscono e vengono riconosciuti come “diverse” rispetto ad altre popolazioni: anche questo criterio applicato al caso italiano presenta delle criticità. La percezione di diversità nella seconda metà dell’Ottocento era infatti una questione interna al neonato stato unitario.
Premesso che per “Napoli” si intendeva spesso il Mezzogiorno nel suo complesso6, i carteggi dell’epoca dei funzionari piemontesi (e non) sono esplicativi:
“Oh! Quella Napoli come è funesta all’Italia! paese corrotto, vile, sprovvisto di quella virtù ferma che contrassegna il Piemonte, di quel senno invitto che distingue l’Italia centrale e Toscana in ispecie.” 7
Giuseppe Massari
“Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile. E quali e quanti misfatti!”8
Luigi Carlo Farini
“Qui siamo fra una popolazione che, sebbene in Italia e nata italiana, sembra appartenere alle tribù primitive dell’Africa”9
Alessandro Bianco di Saint-Jorioz
“È poi rimarchevole che in questo Regno delle Due Sicilie il nuovo governo troverà che tutto è da fare […]. Tutte le città di Napoli e Sicilia sono in uno stato di indecenza, quasi inferiori a quello delle antiche tribù dell’Africa.”10
Mary Augusta, Lady Holland
“Bisogna in certa guisa adunque rifare il paese, rifare, o dirò meglio creare, la coscienza pubblica, bisogna rendere gli uomini capaci della applicazione del sistema costituzionale. E sarebbe cosa da spaventarsene, sarebbe cosa da riputarsi impossibile, se questa medesima terra tanto lontana dalle idee di progresso e di civiltà non ci presentasse opportunità speciali.”11
Giovan Battista Cassinis
“La nostra annessione con Napoli e con quelle provincie appestate e guaste dal dispotismo più assurdo è già un’ardita pruova che noi facciamo, ma almeno con la nostra forza, col nostro coraggio più grande, con la nostra superiore intelligenza e superiore morale, con la nostra esperienza e il nostro carattere, possiamo sperare di governarle e domarle.” 12
Diomede Pantaleoni
“Credimi, non siamo noi che profittiamo nell’unione, ma sono queste sciagurate popolazioni senza morale, senza coraggio, senza cognizioni e dotate solo di eccellenti istinti e d’un misto di credulità e di astuzia che le dà ognora nella mani dei più gran farabutti.”13
Diomede Pantaleoni
“Dirò due parole sulla tanto decantata Napoli dal bel clima. La popolazione è la più brutta ch’io abbia veduta in Europa dopo Oporto, ma sorpassa questa nella mollezza e nel vizio, nel sudiciume. […] Abbiamo acquistato un cattivissimo paese, ma sembra impossibile che in un luogo ove la natura fece tanto per il terreno, non abbia generato un altro Popolo.”14
Paolo Solaroli
“Conosco molto codesto Paese dove ho soggiornato per più di due anni consecutivi e so di quali spine, e di quanti agguati siano cosparse le sue vie. Avvezzi alla severa disciplina e alla sdegnosa onestà del nostro settentrione, la viltà, l’ingordigia, la venalità e la malafede che cresce in ragione cubica più si discende verso il calcagno dello stivale fanno un effetto disperante. Ci vorranno due generazioni prima che il rubare, il mentire, il truffare siano costì considerate azioni non proibite soltanto dal Codice. Eppure bisogna che qualcuno si assuma di far da maestro e da pedagogo”15
Guido Borromeo
“Pensi che l’Italia dall’Alpi agli Appennini romani ha una vita, un pensamento, una leva; dagli Appennini al mare ne ha un’altra. Nel Settentrione predomina il patriottismo, nel Mezzogiorno l’interesse; là è spontaneo il sagrifizio, qui si opera per egoismo; nel Nord si riflette, qui nel Sud si saltella; là vi è concordia almeno nel fine, qui si discorda in tutto; nell’alta Italia si conosce la vita politica, nella bassa s’ignora affatto; di sopra, vi è educazione civile, di sotto pubblica corruzione”16
Tommaso Sorrentino
Le citazioni potrebbero continuare, ma danno un’idea sufficiente di quanto si vuole provare.
Sulla questione della percezione, inoltre, vi è un altro esempio interessante, ancora più recente, riportato proprio nel Dossier di Mastrangelo. Nella nota 14 infatti si legge:
“Nel XIX secolo, sull’onda delle teorie razziali dell’epoca, si suggerì di dividere gli italiani in due etnie separate, “settentrionali” e “meridionali”, basandosi sulla pur non disprezzabile variabilità fenotipica riscontrabile nei tipi umani ai due estremi del paese retaggio delle due originarie stirpi italiane. In particolare sulla maggiore o minore presenza di tratti nordici (capelli biondi, occhi azzurri, forma del cranio etc.). Questi modelli andavano a considerare gli aspetti biologici più di quelli culturali nella definizione delle etnie ed ebbero anche effetti giuridici, come per esempio la preferenzialità concessa ad Ellis island agli emigranti italiani dal nord rispetto ai meridionali.”
A riconferma del fatto che la percezione degli stessi cittadini italiani in epoca post-unitaria non è necessariamente univoca.
Ad oggi vi è effettivamente un riconoscimento, interno ed esterno, degli “italiani”, cosa però nuovamente imputabile alle dinamiche e all’esistenza dello stato italiano.
In conclusione, l’analisi dei singoli elementi della definizione proposta dal dossier evidenzia le difficoltà di applicarla al caso italiano senza incorrere in una sovrapposizione tra identità etnica e identità nazionale o in una circolarità argomentativa. Molti degli elementi che oggi possono essere ricondotti a un’identità italiana condivisa si sono consolidati proprio attraverso il processo di unificazione e la successiva costruzione dello Stato nazionale, anziché costituirne un presupposto.
Non si tratta di negare l’esistenza di elementi comuni tra le popolazioni della penisola, quanto di interrogarsi sulla loro natura, sulla loro origine e sulla possibilità di considerarli sufficienti a definire un’etnia italiana, specialmente se preesistente all’unità politica.
Genetica: fondamentale e, in quanto tale, minimizzata? O non capita?
Nell’intero volume la questione genetica viene affrontata, ma viene continuamente affermato il primato del dato culturale su quello biologico.17
Le differenze genetiche tra le popolazioni dello stato italiano vengono riportate, ma minimizzate.
Scrive Mastrangelo a pagina 7:
“[…] studi recenti suggeriscono che a partire dalla fine dell’Impero Romano l’Italia sia rimasta geneticamente più isolata rispetto al resto d’Europa, mantenendo una sua specificità consolidata dall’epoca della Repubblica Romana. In questo senso perfino le invasioni barbariche del V-VII secolo non hanno influenzato granché il pool genetico italiano. Un pool genetico che non presenta discontinuità nette, ma un graduale passaggio da nord a sud costituendo ai fatti un robusto tronco neolitico di ceppo caucasico. Come ancora visibile oggi, gli italiani del nord hanno alcune affinità con gli europei continentali e quelli del sud con i popoli di Grecia, Anatolia, Caucaso e Vicino Oriente antico, ma di fatto sono più imparentati fra loro che con i popoli d’oltralpe o d’oltremare”18
A supporto di queste affermazioni l’autore cita tre studi, come rilevabile nelle note 3 e 4 del Dossier:
- Ralph P, Coop G (2013) The Geography of Recent Genetic Ancestry across Europe.
- Posth et al. (2021) The origin and legacy of the Etruscans through a 2000-year archeogenomic time transect.
- Antonio et al. (2019) Ancient Rome: A genetic crossroads of Europe and the Mediterranean. science.
Le affermazioni contenute nel Dossier sono in contrasto con le stesse fonti riportate.
Durante il Periodo Imperiale Romano, la popolazione dell’Italia centrale e meridionale ha subito un imponente spostamento genetico, con un apporto di ascendenza pari a circa il 50% del pool genetico preesistente a favore di componenti provenienti dal Mediterraneo orientale, dall’Anatolia e dal Vicino Oriente.19
Nel Tardo Antico e nell’Alto Medioevo, il crollo dell’Impero d’Occidente e lo stanziamento di popolazioni germaniche (in particolare i Longobardi) hanno apportato un contributo genetico dall’Europa centro-settentrionale stimato tra il 10% e il 40% nella popolazione dell’Italia centrale e settentrionale.20
Ulteriori studi confermano eventi di commistione tra 2050 e 1300 anni fa nel centro-nord, legati proprio al periodo delle migrazioni barbariche e al ripopolamento post-romano.21
Nel confronto condotto da Raveane et al. (2019), l’Italia presenta una variabilità genetica tra cluster regionali superiore a quella osservata negli altri paesi europei inclusi nell’analisi, con un Fst mediano pari a 0,004.22 Con una distanza genetica interna pari a quella tra nazioni europee diverse: La distanza genetica (Fst= 0,0013) tra gli italiani del Nord e quelli del Sud è pari o superiore alla distanza che separa intere nazioni europee distinte, come ad esempio tra Spagnoli e Rumeni (Fst = 0,0011) o tra Britannici e Francesi (Fst = 0,0007).23

Risultano fuorvianti anche le affermazioni sul continuum, che non è privo di differenziazioni. Le analisi di raggruppamento e i modelli di condivisione aplotipica confermano che i genomi italiani si strutturano principalmente in tre macro-cluster: Sardegna, Nord Italia (inclusa la Toscana) e Centro-Sud Italia (con la Sicilia). I primi due cluster risultano vicini alle popolazioni dell’Europa Occidentale, mentre il Centro-Sud è vicino ai gruppi mediorientali. La maggior parte dei campioni del Centro Italia (come quelli di Lazio e Abruzzo) si unisce geneticamente ai cluster del Sud Italia. La Toscana rappresenta un’eccezione nel Centro Italia, aggregandosi ai cluster del Nord.24
Questo grado di strutturazione permette di identificare l’origine macro-regionale con un grado di precisione estremamente elevato.25
Viene da chiedersi se la propensione del Dossier ad attribuire alla cultura un ruolo prioritario rispetto alla biologia (impostazione che, come visto nella sezione precedente, presenta a sua volta alcune criticità) non sia legata proprio all’estrema eterogeneità storica e culturale della penisola. La dimensione biologica, infatti, rischia di entrare in contraddizione con la presunta unità etnica italiana sostenuta dall’autore, rendendo più difficile ricondurre la popolazione della penisola a un gruppo omogeneo sulla base di una comune discendenza.
Viene quindi da chiedersi se la particolare enfasi attribuita nel Dossier alla dimensione culturale, rispetto a quella biologica, e la peculiare interpretazione di quest’ultima, non contribuiscano anche a sostenere una rappresentazione dell’unità etnica italiana che i dati genetici rendono in realtà problematica. Come evidenziato, la storia demografica della penisola è stata caratterizzata tanto da fenomeni di continuità quanto da importanti apporti esterni e da una significativa differenziazione regionale. Questi risultati rendono difficile ricondurre la popolazione italiana a un gruppo geneticamente omogeneo sulla base di una discendenza comune e sostanzialmente ininterrotta. Ne emerge una tensione tra la complessità della storia biologica della penisola e la rappresentazione unitaria dell’italianità proposta dall’autore, tensione che meriterebbe di essere affrontata esplicitamente anziché risolta attraverso la semplice subordinazione del dato genetico a quello culturale.
Lingua e Lingue, Volgare e Volgari
Tante sono le affermazioni problematiche presenti nel Dossier afferenti all’ambito linguistico.
Tra queste, quelle di carattere più generale che ci sentiamo di contestare sono le seguenti:
“Roma ha donato all’italia un’unica lingua, il latino che, contaminandosi con le cosiddette “lingue del sostrato” (ovvero quelle preromane) ha dato origine prima ai dialetti e, a cavallo dell’anno Mille, al volgare, una lingua franca dall’istria alla sicilia che – pur con tutte le sue varianti (Dante ne contava 14) – era perfettamente intellegibile da pressoché tutti gli abitanti della penisola, delle isole e della prospiciente Dalmazia.” p.14
È corretto ricordare che il latino si diffuse ben oltre la penisola italiana: fu la lingua di una parte vastissima dell’Europa occidentale e mediterranea. Ma la sua diffusione non comportò una completa uniformità linguistica, né durante l’Impero né dopo.
Le lingue di sostrato possono aver influenzato le varietà romanze, ma la loro formazione è un processo assai più complesso. Vi concorrono, tra l’altro:
- le trasformazioni interne del latino parlato, sul piano fonetico, morfologico, sintattico e lessicale;
- la differenziazione geografica delle varietà latine già in epoca romana;
- i diversi sviluppi successivi alla fine dell’unità politica imperiale;
- i contatti con altre lingue, comprese quelle germaniche, greche e slave, a seconda delle aree e dei periodi.
La sequenza «latino → dialetti → volgare» risulta proprio concettualmente sbagliata, così come parlare di dialetti da un punto di vista linguistico.
“Volgare” è il termine con cui si indicavano le lingue parlate dalla popolazione, contrapposte al latino della cultura scritta e dell’istruzione. La ricostruzione più corretta è quella di un’evoluzione e differenziazione delle varietà latine, dalla quale emersero gradualmente molteplici lingue romanze. I volgari italiani medievali sono una parte di questa storia, non il risultato finale di una sequenza lineare.
Detto ciò occorre prestare attenzione: parlare di volgare al singolare non è necessariamente sbagliato dato che il termine può indicare, in senso collettivo, l’insieme delle lingue parlate in opposizione al latino. Diventa però fuorviante se induce a pensare che esistesse un unico idioma italiano condiviso da tutta la penisola. La stessa testimonianza di Dante contraddice tale interpretazione: nel “De vulgari eloquentia” distingue quattordici principali varietà volgari italiane e riconosce una frammentazione ben più ampia al loro interno.
Ulteriori considerazioni sull’intelligibilità e l’uso di massa sono già state fatte precedentemente, eviteremo di ripeterci.
“L’«italiano» come lingua nasce molto prima del Risorgimento e gli italiani sono consapevoli di possedere un idioma comune almeno dall’anno Mille. […] Per secoli gli italiani si sono capiti fra di loro nei vari “volgari” che non erano affatto “dialetti”.” p.15
Anche in questo passo si tende a confondere la formazione di una tradizione linguistica e letteraria con l’esistenza di un idioma comune effettivamente condiviso dalla popolazione. Che l’italiano abbia origini medievali e che una lingua letteraria nella penisola si sia sviluppata ben prima del Risorgimento è indubbio; non ne consegue, tuttavia, che gli abitanti dei territori in questione possedessero già intorno all’anno Mille la capacità e la consapevolezza di parlare una stessa lingua.
È altrettanto indimostrata, nella sua formulazione generale, l’affermazione secondo cui gli italiani si sarebbero capiti per secoli attraverso i rispettivi volgari. La parentela linguistica può favorire la comprensione, ma non garantisce l’intelligibilità reciproca, che varia secondo le distanze linguistiche, l’esperienza dei parlanti e le circostanze comunicative. Inoltre, la possibilità di comunicare fra varietà differenti non equivale all’esistenza di un idioma comune.
Infine, contrapporre categoricamente i volgari ai dialetti è fuorviante. Le varietà romanze della penisola non derivano dall’italiano standard, affermatosi attraverso un processo storico successivo: discendono direttamente dal latino e si sono differenziate nel corso del tempo, dando origine a un insieme articolato di lingue e varietà romanze. I termini «volgare» e «dialetto» non identificano necessariamente categorie linguistiche contrapposte: il primo richiama soprattutto la distinzione medievale fra lingua parlata e latino, mentre il secondo può designare varietà linguistiche territoriali con un’accezione sociolinguistica il più delle volte inadeguata ed anacronistica.
“Ma l’italia era – ed è tutt’ora – una nazione «bilingue» nel senso vero del termine: quasi tutti gli italiani parlano oltre alla lingua standard unificata da scuola obbligatoria e mass-media anche i dialetti regionali e locali, alcuni dei quali – come quelli veneti, siciliani o il napoletano20 – sono quasi al livello di lingue per ricchezza lessicale e hanno prodotto nei secoli opere letterarie di pregio. italiano e dialetti sono comunque entrambi discendenti dal latino, ma i secondi restano ancora profondamente debitori – per accento, terminologie e perfino aspetti grammaticali – a quelle “lingue del sostrato” che esistevano prima di Roma.” p.16
Anche questo passo presenta diverse imprecisioni concettuali e terminologiche. Anzitutto, definire l’Italia una nazione «bilingue» è improprio senza specificare quali lingue siano coinvolte e quali siano i rispettivi ambiti d’uso. È più preciso descrivere la situazione italiana in termini di repertorio linguistico, distinguendo l’italiano standard, le sue varietà regionali e le lingue regionali storicamente sviluppatesi dal latino.
Occorre distinguere nettamente fra italiano standard, italiano regionale e lingue regionali. Un parlante veneto può utilizzare l’italiano standard, una varietà regionale dell’italiano (dialetto) caratterizzata da tratti fonetici, lessicali e sintattici locali, oppure la lingua veneta, genealogicamente distinta dall’italiano.
È inoltre privo di fondamento scientifico affermare che alcune lingue siano «quasi al livello di lingue» per ricchezza lessicale. Non esiste una gerarchia linguistica oggettiva basata sulla ricchezza del lessico: ogni lingua dispone delle risorse necessarie a soddisfare le esigenze comunicative dei propri parlanti e può sviluppare registri specialistici, tradizioni letterarie e terminologie articolate. La produzione di opere letterarie di pregio testimonia una tradizione culturale, non un grado superiore di complessità linguistica.
In questo contesto, il termine «dialetto» va inteso nel suo significato linguistico preciso: una varietà territoriale di una lingua, caratterizzata da tratti fonetici, lessicali e grammaticali propri. Il veneto, il siciliano e il napoletano non sono dialetti dell’italiano, bensì lingue romanze sviluppatesi autonomamente dal latino. Diversamente, l’italiano regionale veneto, siciliano o campano è una varietà regionale dell’italiano. Confondere queste categorie significa sovrapporre la differenziazione interna di una lingua alla distinzione genealogica fra lingue diverse.
Conclusioni
Si sono viste dunque le diverse criticità presenti nel dossier della Fondazione Machiavelli a firma di Emanuele Mastrangelo. A partire dalla definizione stessa di etnia, si sono riscontrate inesattezze (volute o meno) riguardo le nozioni fondamentali della genetica peninsulare, disponibili in numerose pubblicazioni scientifiche a riguardo. Inoltre, una confusione analoga si è riscontrata nell’ambito linguistico, anche in questo caso affrontato con una trattazione grossolana, volontaria o involontaria.
Il dato principale che ne risulta è quindi quello di una forzatura, con lo scopo di dimostrare una tesi tramite espedienti artificiosi e ormai smentiti dalla letteratura scientifica menzionata in questo articolo. Come per la costruzione della presunta “etnia italiana”, che procedeva a partire da una narrazione nazionale sul dato etnico e non dal dato etnico in sé, questa forzatura pretende di vagliare una tesi con strumenti appositamente costruiti per tale scopo.
In questo contesto, è auspicabile che le notazioni qui riportate non vengano liquidate con la stessa approssimazione con cui si è svolta la disamina. Anzi, proprio in virtù dell’importanza del tema, sarebbe necessario un confronto più aperto e più razionale, guardando alla già citata letteratura disponibile a riguardo senza il fumo della retorica nazionale negli occhi. Fintantoché, infatti, l’argomento delle etnie nella Penisola italica non sarà affrontato con rigore scientifico, non si farà altro che perpetuare un bias confermativo, nocivo anzitutto per l’immagine intellettuale e politica di chi ne rimane vittima.
The Third Venetia
Note e riferimenti bibliografici
- Emanuele Mastrangelo, ‘Italiani. Perché siamo un popolo, una nazione e un’etnia.’ https://www.fondazionemachiavelli.it/dossier-italiani-perche-siamo-popolo-nazione-etnia/ accessed 23 October 2026.
- Dal dossier: “Gli italiani [non] «vanno fatti» […] esistevano da un pezzo”
“[…] si può appartenere a una etnia, ma non a uno stato-nazione […]”
“Il combinato disposto di una relativa omogeneità genetica con una unificazione cultural-linguistica precoce ha dato origine all’attuale etnia italiana almeno otto secoli prima dell’unità politica della penisola” - ‘Italiano e dialetto dal 1861 a oggi’ (Treccani) https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/italiano_dialetti/Trifone.html accessed 23 October 2026.
- Giovanni Isabella, ‘Le plurime identità “italiane” prima dell’Unità d’Italia.’ (Storicamente, 2025) https://doi.org/10.52056/9791257010393/09.
- Marco Boschini, La Carta del navegar: pitoresco Dialogo tra un Senator venetian dele tante, e un professor de Pitura, soto nome d’Ecelenza, e de Compare Comparti in 8 Venti, … (1660).
- Giuseppe Galasso, L’altra Europa (Guida Editori, 1989).
- Commissione editrice dei Carteggi di Camillo Cavour (a cura di), La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia: carteggi di Camillo Cavour con Villamarina, Scialoja, Cordova, Farini, ecc, vol IV (Zanichelli 1961) p. 137.
- CC, Lib. del Mezz., vol III, p. 208.
- B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari 1972, p. 246; si noti come nonostante la popolazione appartenga all’italia e venga detta dunque “italiana” (importante il minuscolo), non ci si faccia problemi ad accostarla alle tribù africane
- CC, Lib. del Mezz., vol III, p. 244.
- CC, Lib. del Mezz., vol III, p. 351.
- CC, La questione romana degli anni 1860-1861, I, Bologna (1929) p. 70
- Massimo d’Azeglio e Diomede Pantaleoni. Carteggio inedito, Torino (1888) p. 441
- CC, Lib. del Mezz., vol III, p. 351.
- CC, Lib. del Mezz., vol IV, p. 71
- CC, Lib. del Mezz., vol IV, p. 71
- “E magna pars di questa identità (italiana, ndr) è innanzitutto culturale, dato che prevale (ma non annulla) su quello genetico.” Mastrangelo (n 1) p. 12; “nel caso delle etnie, dove oltre al dato biologico conta anche e soprattutto quello culturale […]” Mastrangelo (n 1) p. 19
- Mastrangelo (n 1). p. 7
- Posth, ‘The Origin and Legacy of the Etruscans through a 2000-Year Archeogenomic Time Transect | Science Advances’ (2021) https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.abi7673 accessed 23 October 2026.
- ibid; Margaret L Antonio and others, ‘Ancient Rome: A Genetic Crossroads of Europe and the Mediterranean’ (2019) 366 Science (New York, N.Y.) 708 https://doi.org/10.1126/science.aay6826.
- Giovanni Fiorito and others, ‘The Italian Genome Reflects the History of Europe and the Mediterranean Basin’ (2016) 24 European Journal of Human Genetics 1056 https://doi.org/10.1038/ejhg.2015.233.
- A Raveane and others, ‘Population Structure of Modern-Day Italians Reveals Patterns of Ancient and Archaic Ancestries in Southern Europe’ (2019) 5 Science Advances https://doi.org/10.1126/sciadv.aaw3492.
- Fiorito and others (n 21).
- Raveane and others (n 22).
- Fiorito and others (n 21).









