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L’Italia di Dante: una nazione di nazioni

La prospettiva del Sommo Poeta per l'Italia ed una proposta di reinterpretazione

Third Venetia by Third Venetia
25 Settembre 2026
in MALITALIA
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L’Italia di Dante: una nazione di nazioni

L'Italia plurale di Dante

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Dante Alighieri è una figura centrale nel pantheon della letteratura italiana. La sua divinizzazione ebbe luogo nell’ambito dell’arte e della letteratura già pochi anni dopo la sua morte, avvenuta il 14 settembre 1321, quando un altro gigante della letteratura, Giovanni Boccaccio, ribattezzò la Commedia scritta dall’autore fiorentino aggiungendovi l’aggettivo «Divina», come è conosciuta oggi, sebbene esso sia entrato stabilmente nel titolo a stampa soltanto dopo l’edizione veneziana del 1555.

dante dore
Molti artisti hanno tentato di illustrare la Divina Commedia di Dante Alighieri, ma nessuno ha lasciato un’impronta tanto indelebile nel nostro immaginario collettivo quanto il francese Gustave Doré.

Nel XIX secolo, il Risorgimento italiano, alla ricerca di figure che prefigurassero il progetto politico di una nazione italiana, vide in Dante una sorta di profeta, in ragione della sua partecipazione al dibattito sulle lingue letterarie e del suo utilizzo del volgare fiorentino come mezzo di comunicazione tra i popoli della penisola italiana e delle sue isole.

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Ma cosa pensava realmente Dante Alighieri dell’Italia e della lingua italiana?

Per cominciare, per il Sommo Poeta non esisteva una singola «lingua italiana», dal momento che esistevano più lingue italiane. Ammesso, naturalmente, che potessero essere classificate innanzitutto come italiane. Egli stesso ne individuò 14 e, per la maggior parte di esse, non ebbe parole particolarmente gentili.

Poiché Dante è stato adottato dai sostenitori di un’identità italiana unificata come una sorta di «padre fondatore» della nazione, o come sostenitore dell’unità italiana, è opportuno esaminare i suoi scritti per verificare se egli abbia effettivamente proposto idee di questo tipo.

L’Italia prima dell’Italia

Per comprendere la visione di Dante è necessario chiarire un punto fondamentale: nel corso della storia, il termine Italia è stato utilizzato per indicare regioni geografiche differenti, che non sempre coincidevano tra loro.

Per gli antichi Greci, che furono i primi ad adottare il termine, Italia indicava nient’altro che quella che oggi chiamiamo Calabria.

calabria fisica
La Calabria moderna, un tempo conosciuta come Italia.

Durante la Repubblica romana, il termine arrivò gradualmente a comprendere l’intera penisola italiana, vale a dire fino agli Appennini. Successivamente incluse anche le Alpi, la Pianura Padana e la pianura veneta: Augusto le incorporò nel 42 a.C., mentre Sicilia e Sardegna furono incluse sotto Diocleziano nel 297 d.C.

Con il nuovo ordine politico medievale del Sacro Romano Impero, la situazione cambiò: i territori settentrionali dell’estinto Regno dei Longobardi, la Langobardia Maior, divennero il Regno d’Italia. Ciò che ricadeva entro i suoi confini era quindi Italia; il resto si trovava altrove.

Nel frattempo, gran parte della Venetia fu assorbita nella Marca di Verona, soggetta alla Baviera. Per secoli, quella che oggi chiamiamo Italia meridionale fu conosciuta con diversi nomi: Puglia, Sicilia, Napoli, Mezzogiorno… in ogni caso conservò una denominazione distinta da quella che, durante tutto il Medioevo, era identificata politicamente con l’Italia, pur rientrando ancora nella sua definizione geografica.

Anche Sicilia e Sardegna sono state considerate territori separati, tanto dal punto di vista geografico quanto da quello politico.

 

italia regioni
Regioni dell’odierna Repubblica Italiana.

Molti altri termini che oggi designano regioni italiane subirono trasformazioni simili nel corso del tempo. Per esempio, gli Abruzzi — l’odierno Abruzzo — arrivarono a indicare diverse parti del Mezzogiorno. Persino il termine «Lombardia», che originariamente indicava i territori governati dai conquistatori longobardi, veniva utilizzato nell’Impero Romano d’Oriente per riferirsi a quelle che oggi sono Puglia e Basilicata, mentre le attuali Italia settentrionale e centrale erano già comunemente chiamate «Italia».

La regione della Venetia, lungi dall’essere stata definita soltanto dall’esperienza della Repubblica di Venezia, ha rappresentato una realtà ricorrente e coerente negli ultimi tre millenni, per ragioni geografiche, etnoculturali e storiche.

Quando Dante nacque, nel 1265, la regione cisalpina e la penisola italiana erano suddivise in comuni, città-stato, signorie feudali e territori pontifici, talvolta coordinati in mutevoli sistemi di alleanze con il Sacro Romano Impero o con il Papato.

Politicamente, la grande linea di divisione non era «italiani contro stranieri», bensì guelfi contro ghibellini, rispettivamente sostenitori del Papato e dell’Impero. Non si trattava di vere e proprie fazioni o partiti politici, ma piuttosto di aggregati di gruppi d’interesse, espressione del complesso tessuto sociale delle città medievali.

Dante crebbe come guelfo fiorentino e guidò la città per due mesi. Visse la divisione interna dei guelfi tra Bianchi e Neri: quando i Guelfi Neri, alleati con papa Bonifacio VIII, presero il potere a Firenze, Dante fu esiliato nel 1302. Questa esperienza lo spinse progressivamente ad allontanarsi dal localismo delle lotte di fazione e a sviluppare una critica più ampia della condizione dell’Italia, oltre alla sua teoria della monarchia universale.

Giunse gradualmente alla convinzione che l’Italia fosse una “nave senza nocchiere”, una sposa vedova in attesa di un Imperatore sovranazionale capace di darle unità politica.

De Vulgari Eloquentia: l’Italia come mosaico linguistico

È quindi corretto affermare che, nell’analisi condotta da Dante nel De Vulgari Eloquentia, egli non si riferisce a una nazione italiana — che avrebbe identificato ma che non era politicamente costituita — bensì a un gruppo linguistico.

È precisamente questo lo scopo dell’opera, considerata uno dei più importanti trattati di linguistica dell’Europa medievale: in un’epoca in cui la linguistica non esisteva ancora come disciplina scientifica, Dante aveva già individuato diversi raggruppamenti linguistici nelle regioni europee: la langue d’oc in Occitania e Aragona, la langue d’oïl in Francia e Bretagna e la lingua del sì in Italia.

Oggi sappiamo che queste definizioni non sono del tutto accurate. Nel caso dell’Italia, per esempio, è possibile individuare due raggruppamenti distinti per pronuncia, vocabolario e regole grammaticali.

Il confine tra lingue romanze occidentali e orientali attraversa infatti proprio l’Italia ed è noto come linea Massa-Senigallia o linea La Spezia-Rimini.

Molto prima del nazionalismo moderno, Dante vede la penisola come un insieme di tipi umani distinti. In nessun’opera ciò appare più chiaramente che nel suo trattato linguistico, il De Vulgari Eloquentia, nel quale analizza i volgari italiani con precisione chirurgica e umorismo caustico.

Dante comincia dividendo fisicamente e culturalmente l’Italia. Gli Appennini separano il territorio in due grandi versanti: uno rivolto verso il Tirreno e l’altro verso l’Adriatico. Su ciascun lato elenca regioni e città: da una parte Puglia, Roma, il Ducato di Spoleto, Toscana e Genova; dall’altra ancora la Puglia, la Marca di Ancona, la Romagna, la Lombardia, Treviso, Venezia, Friuli e Istria.

Dal punto di vista linguistico, individua almeno 14 volgari differenti nella penisola, con migliaia di varietà parlate. Un catalogo delle differenze linguistiche ed etniche presenti nello spazio geografico chiamato «Italia», che egli ritiene possa essere unificato soltanto nel contesto di un impero universale.

Un’etnografia sarcastica

Nel processo di esclusione dei diversi dialetti alla ricerca di un «volgare illustre», Dante traccia una mordace etnografia dei popoli italiani.

Roma — I Romani, eredi dell’antica urbs, vengono giudicati duramente. Il loro parlare è un «turpissimo volgare», il più brutto d’Italia, e i loro costumi e il loro aspetto sono posti sullo stesso piano della loro lingua. Per Dante, i Romani contemporanei rappresentano la parodia decaduta della città che un tempo aveva governato il mondo.

Marche e Umbria — Ancona, Spoleto, Fermo — Il loro dialetto viene citato essenzialmente per essere deriso; già i poeti contemporanei lo utilizzavano come materia prima per la satira. Questi abitanti dell’Italia centrale diventano una sorta di simbolo della rozzezza provinciale.

Lombardia — Milano, Bergamo — Le città settentrionali parlano un volgare talmente rustico da ispirare versi comici. Dante tratta i Lombardi, per quanto potenti, come culturalmente goffi: un promemoria del fatto che il peso politico non equivale alla raffinatezza culturale.

Venetia — Friuli, Istria, Veneto — La parlata di Aquileia e dell’Istria «erutta» dalla bocca; i dialetti montani e gli accenti rurali vengono liquidati come barbari. L’intera area di Brescia, Verona, Vicenza, Padova e Treviso, con le sue desinenze troncate e le consonanti gutturali, appare a Dante come caratterizzata da una lingua aspra e «irsuta».

Sardegna — Qui il disprezzo di Dante raggiunge il culmine. I Sardi, sostiene, sono a malapena «italiani»; la loro parlata imita il latino come una scimmia imita i gesti umani. Invece di un volgare vivo, Dante sente un’imitazione meccanica della grammatica, quasi un popolo privo di una propria vera lingua.

Sicilia e Puglia — Dante riconosce il prestigio della Scuola siciliana di poesia, al punto che ai suoi tempi la lirica italiana veniva chiamata «siciliana». Tuttavia distingue nettamente l’alto registro poetico dalla parlata quotidiana allungata dei Siciliani, che considera inadatta allo stile elevato. Analogamente, il dialetto pugliese è pieno di «barbarismi grossolani», anche se i poeti pugliesi cercano di evitarli nei propri versi.

Toscana — Firenze, Pisa, Lucca, Siena, Arezzo — Dante riserva una particolare ostilità alla propria regione. I Toscani, sostiene, sono inebriati dall’idea che la loro parlata sia la più nobile d’Italia. Demolisce questo orgoglio parodiando il dialetto di ogni città: il fiorentino ingordo, il pisano compiaciuto, il lucchese vanaglorioso, il senese esasperato, l’aretino nasale.

La conclusione è spietata: quasi tutti i Toscani sono immersi nel proprio volgare ripugnante; qualunque cosa sia il «volgare illustre», esso non può coincidere semplicemente con il toscano così com’è.

Genova e Romagna — La parlata genovese è così satura della lettera Z che, scherza Dante, se i Genovesi la perdessero diventerebbero muti. Nella Commedia, Genova diventa un disastro morale oltre che linguistico: Dante definisce i Genovesi «uomini diversi / d’ogne costume e pien d’ogne magagna» e si domanda perché non siano ancora stati dispersi dal mondo. La Romagna è invece divisa tra un dialetto eccessivamente «femminile», morbido e cantilenante, e un parlare brutalmente troncato e barbarico nel nord-est; entrambi gli estremi non soddisfano gli standard di Dante.

Escludendo una lingua dopo l’altra perché troppo rozza, troppo effeminata, troppo aspra o troppo provinciale, Dante riconosce implicitamente la legittimità e il radicamento di ciascuna parlata locale — esse sono reali e potenti — ma, allo stesso tempo, nega a ciascuna il diritto di rappresentare l’«Italia» nel suo complesso.

Immagina invece un volgare elevato che non appartenga a nessuna città in particolare, formato dalle migliori pratiche dei poeti ovunque essi scrivano. Una lingua letteraria, dunque, non una lingua parlata.

Il dibattito su quale lingua letteraria comune utilizzare nel mondo italofono sarebbe proseguito per secoli.

Divina Commedia: l’Italia come problema politico irrisolto

Se il De Vulgari Eloquentia ci mostra un’Italia culturalmente frammentata, la Divina Commedia ci presenta un’Italia politicamente frantumata.

La celebre invettiva di Dante nel VI canto del Purgatorio costituisce il fulcro della sua diagnosi politica:

«Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!»

L’Italia è una nave senza capitano, un’ex regina trasformata in un bordello.

Qui esiste un’intuizione che il lettore moderno può riconoscere come «Italia nel suo complesso»: un’unità geografico-culturale che dovrebbe condividere un destino comune.

Ma per Dante il problema non è che l’Italia sia priva di uno Stato-nazione; il problema è che le istituzioni chiamate a governare la Cristianità non stanno svolgendo il proprio compito.

  • L’Imperatore, legittimo nocchiere del potere secolare, è assente o negligente.
  • Il Papato ha usurpato il potere temporale, impossessandosi delle «redini» che dovrebbero appartenere a Cesare.
  • Le città italiane, liberate dalla supervisione imperiale e fomentate dalla politica papale, si divorano reciprocamente in interminabili guerre di fazione.

L’Italia di Dante soffre, in altre parole, per l’assenza di un’autorità universale legittima, l’unica forza capace di unificarla.

De Monarchia: la visione politica di Dante

Per comprendere come Dante ritenga che l’Italia debba essere unificata, è necessario rivolgersi al suo trattato politico, il De Monarchia, e alle sue epistole latine.

Dante sostiene che l’umanità nel suo complesso abbia bisogno di un unico monarca universale per raggiungere la pace.

La pace universale, sostiene, è la condizione migliore per la piena realizzazione dell’essere umano e richiede che tutte le giurisdizioni particolari siano subordinate a un unico e supremo potere temporale.

Un Impero per tutta l’umanità: non esattamente un assist allo Stato-nazione italiano immaginato dagli intellettuali dell’epoca risorgimentale.

L’Imperatore del Sacro Romano Impero è un sovrano sovranazionale, la cui autorità deriva direttamente da Dio e non dal Papa.

Papa e Imperatore sono «due soli»: uno governa la vita spirituale, l’altro quella temporale. Quando il Papa interferisce negli affari temporali, ne deriva il disordine.

L’Impero romano — e i suoi successori germanici — sarebbe stato scelto dalla Provvidenza per incarnare questa monarchia universale.

L’Italia non appare come un potenziale soggetto sovrano in sé, bensì come una provincia cruciale: sede di Roma e regione maggiormente segnata dal conflitto tra Papato e Impero, ma non soggetto ultimo dell’ordine politico.

L’unità di riferimento di Dante è la città — Firenze, Siena, Pisa e così via — oppure la regione, ampiamente caratterizzata nel De Vulgari Eloquentia, oppure ancora l’Orbis Christianus, il mondo cristiano; non una nazione collocata a metà strada tra questi livelli.

Enrico VII: il salvatore straniero

Secondo Dante stesso, la sua ideologia prende forma concreta quando l’imperatore Enrico VII di Lussemburgo entra in Italia tra il 1310 e il 1313. Nelle sue lettere e nella Commedia, Dante lo accoglie come una figura quasi messianica. Nell’Epistola V, indirizzata «Ai principi e ai popoli d’Italia», Dante annuncia l’arrivo di Enrico con toni apocalittici. Nel Paradiso, Beatrice profetizza Enrico come l’anima che «fia giù agosta», destinata a venire «a drizzare Italia», anche se l’Italia, accecata dall’avidità e dalle fazioni, non sarà in grado di riconoscerlo.

L’agente della rigenerazione dell’Italia non è quindi il popolo italiano, bensì un Imperatore tedesco — e presumibilmente straniero — che discende sulla penisola investito di un’autorità sancita da Dio. Dante non immagina neppure un’unificazione guidata dagli Italiani, ma sogna un’Italia ricondotta al proprio giusto posto all’interno di un Impero universale.

Epistole contro la libertà italiana

Nelle lettere ai Fiorentini e allo stesso Enrico, Dante arriva a denunciare proprio ciò che i nazionalisti successivi avrebbero celebrato come una prima forma di «nazionalismo italiano»: il rifiuto delle città di accettare il dominio imperiale.

La battaglia di Legnano del 1176, nella quale una lega di città lombarde, venete e romagnole sconfisse l’imperatore Federico Barbarossa. Nel 1226 fu costituita una seconda Lega per sconfiggere l’imperatore Federico II, che governava dalla Sicilia e dalla Puglia.

La rivendicazione della «libertà» da parte di Firenze — ossia il suo rifiuto di accogliere l’Imperatore — è considerata da Dante non come una virtù patriottica, bensì come una bestemmia. Coloro che resistono all’Imperatore «resistono all’ordinamento di Dio» e sono colpevoli di ribellione non soltanto contro Cesare, ma contro la Provvidenza. Dante invita Enrico a punire duramente le città ribelli, compresa Firenze, in nome della pace. Nel complesso, Dante è quasi antinazionale nel senso moderno del termine.

Mentre il Risorgimento ottocentesco avrebbe presentato il dominio straniero — austriaco, francese, spagnolo — come illegittimo, elevando la nazione italiana a soggetto politico autonomo, Dante ragiona nella direzione opposta: il dominio imperiale straniero è legittimo, mentre la rivendicazione locale dell’autogoverno è sospetta.

Ci troviamo quindi di fronte a un paradosso: Dante anticipa l’unificazione linguistica e letteraria — un volgare illustre italiano — ma nega esplicitamente che tale unificazione possa essere identificata con, o fondata su, un singolo dialetto regionale o una singola comunità civica.

Inoltre, Dante anticipa l’unificazione politica della penisola — un’Italia non più dilaniata dalle guerre tra città — ma insiste sul fatto che tale unificazione non possa nascere dall’Italia stessa e debba invece provenire da un intervento imperiale.

L’Italia, nel pensiero di Dante, è dunque troppo frammentata per essere una nazione dal basso e troppo subordinata per essere una nazione dall’alto.

L’eredità di Dante: ancora una nazione di nazioni

Se utilizzassimo le categorie di Dante contro il moderno Stato-nazione, potremmo sostenere che un ordine politico realmente giusto non possa essere costruito sull’assolutizzazione di un singolo popolo — né dei Fiorentini, né degli Italiani — ma debba essere orientato al bene comune dell’intera Cristianità, allora, e dell’Europa, oggi.

Allo stesso modo, le differenze regionali e culturali — le «nazioni» presenti all’interno dell’Italia — sono così profonde che qualsiasi tentativo di appiattirle all’interno di un’identità nazionale omogenea non sarebbe soltanto inutile, ma rischierebbe di esercitare violenza sulle comunità realmente esistenti.

Cosa rimane oggi dell’Italia di Dante?

Il quadro politico per il quale combatté — un Imperatore del Sacro Romano Impero alla guida di una Cristianità unificata — è scomparso da molto tempo.

Il Papato non è più un potere temporale e il Sacro Romano Impero non rivendica più una giurisdizione universale.

Al suo posto, tuttavia, troviamo il lungo e travagliato processo dell’integrazione europea, con i suoi «due soli»: il superstato europeo e la federazione dei popoli europei.

Nel mezzo rimangono i modelli di partito e di Stato ereditati dal secolo scorso, ancora pienamente operativi.

Forse sarebbe più corretto considerare Dante un precursore di questa visione.

L’Italia moderna esiste come Stato-nazione dotato di confini definiti, di una Costituzione e di una lingua standard — in gran parte, ironicamente, basata sul toscano di Dante, sebbene leggermente influenzata dal lombardo dell’Ottocento.

Alessandro Manzoni (Milano, 1785 – Milano, 1873), autore de I promessi sposi e ministro dell’Istruzione del Regno d’Italia. Pose le basi del romanzo moderno e sostenne l’unità linguistica italiana, proseguendo nel solco della letteratura moralmente e socialmente impegnata caratteristica dell’Illuminismo italiano.

Eppure, la struttura di sentimenti registrata da Dante rimane ancora riconoscibile:

  • Le identità regionali in Italia rimangono forti, così come persistono differenze linguistiche, etniche, culturali e politiche dal Veneto alla Campania, dalla Sicilia al Piemonte.
  • Le rivalità locali e le caricature reciproche riecheggiano il catalogo satirico dei popoli tracciato da Dante — polentoni, terroni…
  • La diffidenza verso l’autorità centrale, l’oscillazione tra il desiderio di ordine e la resistenza al controllo imposto e una visione dicotomica della politica continuano a caratterizzare la cultura politica italiana.

Leggendo Dante in controtendenza rispetto all’agiografia nazionalista, emerge un’immagine più complessa:

  • Dante come fondatore di una lingua letteraria condivisa, non di un popolo omogeneo.
  • Dante come critico della frammentazione italiana, ma anche come critico di qualsiasi pretesa che una singola parte — o persino l’Italia stessa — possa rivendicare un primato universale sulle altre.

La bellezza di tutto ciò è che proprio questo rende l’Italia così forte.

La dinamica risultante dall’incontro — o dallo scontro — di forze così diverse all’interno di uno spazio ristretto come la penisola è ciò che, nel corso dei millenni, ha stimolato il genio e la creatività dei diversi popoli della regione cisalpina e della penisola italiana.

All’interno di questo microcosmo si sarebbe creato il giusto equilibrio tra il movimento delle persone, delle merci e delle idee, garantendo lo sviluppo senza sconvolgere cultura, demografia e ordine sociale. Non sarebbe un caso che siano sempre stati fattori esterni — come le invasioni — a rompere questi equilibri, e mai rivoluzioni o guerre civili. Quest’ultimo aspetto sarebbe anche il risultato di un’altra caratteristica distintamente italiana: il potere è stratificato in modi incredibilmente complessi. Nel corso dei secoli, le nuove élite non hanno mai soppiantato quelle preesistenti, ma si sono invece aggiunte a esse. Immaginate come possa essersi evoluto un fenomeno di questo tipo, protrattosi per oltre duemila anni. E ci fermeremo qui, perché questo argomento merita un’analisi dedicata.

Tornando a Dante, la sua Italia è una «nazione» di Nazioni: un territorio abitato da popoli storicamente distinti, uniti soltanto precariamente e spesso esclusivamente sulla carta — che ciò avvenga sotto il dominio imperiale, sotto sovrani stranieri o sotto il tricolore del moderno Stato italiano. Dante amava l’idea dell’Italia, le diede una lingua letteraria e un poema visionario, ma continuò comunque a vedere i suoi popoli come plurali e il suo destino politico come inseparabile da poteri posti al di fuori di essa.

È tempo di considerare cosa potrebbe accadere se cercassimo di integrare la tesi e l’antitesi di questo articolo: se l’Italia abbracciasse la visione di Dante e iniziasse a considerarsi una parte fondamentale di un impero più ampio, cosa dovrebbe accadere? L’Italia di oggi dovrebbe rivedere completamente la propria struttura e le proprie priorità, dotandosi di strumenti istituzionali e di progetti capaci di prepararla a diventare il primo mattone di qualcosa di molto più grande.

Non può evitare di fare i conti con la propria storia e di comprendere che le differenze presenti al suo interno costituiscono la sua forza, non la sua debolezza. Le identità dei popoli italiani devono essere valorizzate e incluse nella narrazione che lo Stato italiano presenta di sé stesso.

E quale modo migliore per raggiungere tutto ciò se non adottando una riforma federale dello Stato? Che, incidentalmente, era proprio ciò che molti chiedevano già durante il Risorgimento, prima che Casa Savoia e Garibaldi intervenissero militarmente, sostenuti rispettivamente dai Francesi e dai Britannici.

È evidente che la visione di Dante non rappresenta una prematura o incompleta anticipazione di quello che sarebbe successivamente diventato il nazionalismo italiano, alla quale si potrebbero perdonare alcune carenze. Ci troviamo piuttosto di fronte a una figura che si colloca in diretta opposizione a tutto ciò e che venne incorporata nella narrazione di quel progetto attraverso espedienti retorici, poiché Dante era una figura troppo importante per poter essere semplicemente messa da parte.

The Third Venetia

Tags: dante alighieride monarchiade vulgari eloquentia
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