Al sacrario militare di Redipuglia, ci vanno ancora le scolaresche in gita didattica. Ci andai anch’io, tanti anni fa. Però io ero vaccinato: nonno Alvise, la Grande Guerra l’aveva combattuta di persona. E conservava una medaglia al valor militare e anche i frammenti, estratti dal suo corpo, della granata che si era beccato sull’Isonzo e che per poco non l’uccise.
Una granata che gli aveva salvato la vita, diceva, perché l’aveva allontanato dal fronte, di cui malvolentieri ci raccontava gli orrori. Nonno, gli chiedevo, ma tu hai ucciso? E lui mi prendeva le mani, e aveva gli occhi lucidi. Siamo stati costretti, diceva, dovevamo scattare fuori e correre all’assalto, davanti alle mitragliatrici, e chi non lo faceva, pum! gli sparavano alla schiena. Cosa pensava il mite nonno Alvise di quella guerra e di chi dava quegli ordini, lo capivo guardandogli le mani che si chiudevano a pugno, lo sdegno che ancora lo infiammava dopo una vita, indovinando le parole forti che gli sfuggivano e che lui fermava a metà.

La guerra del nonno
Quando, anni dopo la morte del nonno, mi portarono a Redipuglia, sapevo della Grande Guerra quello che insegnano a scuola, avevo appreso i nomi del Re e del maresciallo Cadorna, ma per me non erano i buoni. Erano i cattivi. Quella guerra era per me, e lo è ancor oggi, la guerra che indignava mio nonno.
Per me Redipuglia non era, quindi, quel monumento magniloquente al sacrificio di sè per la Patria, che Mussolini inaugurò nel 1938. Non era il maestoso omaggio agli eroi, alla sterminata legione dei Caduti. Era la vergogna di una dinastia e di un regime che dopo aver tolto la vita a centinaia di migliaia di uomini in una guerra insensata, aveva usato anche i loro poveri corpi per alimentare la stessa retorica nazionalista che li aveva uccisi, e che già preparava il nuovo rovinoso macello.
Sacrari “bugiardi”
Ma la cosa che mi scandalizza di più sono quei tre ossari in provincia di Bolzano. Perché sono, perdonate il termine, sacrari “bugiardi”.
Il territorio che l’Italia volle ribattezzare Alto Adige era una retrovia austriaca e fu soltanto marginalmente coinvolto nel teatro di guerra. I sacrari militari in Venezia Giulia o sul Grappa parlano lo stesso linguaggio retorico, ma almeno ospitano soldati che caddero combattendo in quei luoghi e per quei luoghi.
Ufficio P
Lo stesso sacrario di Redipuglia giace sul monte Sei Busi, sul quale si combatté aspramente. Non vi era invece alcun motivo che fanti italiani venissero sepolti lassù, sul confine dove non si combatté, il confine che l’Italia ottenne non per conquista militare, ma per accordi internazionali, alla fine della guerra.

Quei soldati erano stati mandati a morire per “liberare le terre irredente”, cioè Trento e Trieste italiane. Non per occupare Bolzano. Tanto che, ottenuto il confine al Brennero, il famigerato Ufficio P (Propaganda) dovette far stampare opuscoli appositi, per fornire argomenti a ufficiali disorientati, che dovevano giustificare, di fronte alle domande stupefatte della truppa, come mai l’Italia volesse “liberare” anche una terra in cui la gente parlava tedesco e i cui giovani avevano combattuto per l’Austria.
Voluti dal Fascismo
Gli ossari di cui parlo furono voluti dal Fascismo negli anni Trenta del Novecento, e costruiti nelle vicinanze dei valichi alpini della Val Venosta, della Valle Isarco e della Val Pusteria. L’ossario di Burgeis, sul passo Resia in comune di Malles Venosta/Mals im Vinshgau, a Ovest, al confine con la Svizzera, quello di Colle Isarco/Gossensass sulla via del Brennero e sul lato Est quello di San Candido/Innichen.
Nei tre monumenti, costruiti tutti tra il 1937 e il 1939, sono state trasferite salme di soldati italiani e anche di soldati austriaci, esumate da cimiteri militari talvolta assai distanti, lungo i fronti della Grande Guerra.
Italianizzazione forzata
Quei tre ossari, lassù al confine con l’Austria, sono quindi una pura operazione di propaganda. Contengono ossa di soldati caduti altrove, o morti in prigionia o in ospedale successivamente alla firma dell’armistizio, catturati o feriti in battaglie lontane dai luoghi dove ora si trovano sepolti.
Quei monumenti, dal tipico stile fascista, sono stati eretti alle porte dei “sacri confini” per affermare la pretesa dell’Italia di occupare quella terra tedesca, come fosse un diritto conquistato col sangue di soldati che invece combatterono altrove. Erano gli anni in cui il Fascismo perseguiva una feroce politica di italianizzazione forzata del cosiddetto Alto Adige: i tre ossari sui “sacri confini” sono strumento di quella politica, che una democrazia dovrebbe respingere con orrore. E invece.
La storia che non si voleva dire
Invece non molti anni fa la giunta provinciale di Bolzano fece apporre, cominciando dall’ossario di Colle Isarco, una “tabella esplicativa” – condivisa con l’allora ministro Sandro Bondi – in cui si spiegano le motivazioni politiche e di propaganda che avevano portato il regime fascista a costruire quei monumenti a presidio dei “sacri confini”.

L’ex Obmann, Luis Durnwalder, raccontò le resistenze dei militari e dell’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, i rinvii chiesti fino all’ultimo momento all’inaugurazione delle tabelle. Quasi cent’anni dopo, la democrazia italiana aveva ancora timore della verità. Non si contestava il contenuto delle “tabelle esplicative”, d’altronde redatto da studiosi e non da politici. Semplicemente, era una storia che non doveva essere detta. La Grande Guerra, l’inutile strage, il sangue e le ossa di seicentomila morti, sono stati, e restano tuttora, strumenti della propaganda bugiarda che dal Risorgimento in poi ha fondato l’unità d’Italia.
Alvise Fontanella







