I numeri della votazione a Palazzo Madama riflettono una scelta politica netta: 113 favorevoli, 71 contrari e 2 astenuti. Al di là di questo esito, con cui il Senato ha dato il primo via libera alla nuova legge elettorale, il cosiddetto Melonellum, si avverte comunque la distanza di una parte dei parlamentari della maggioranza dal provvedimento, portati ad allinearsi alle direttive della coalizione a causa del voto palese. Lo scontro decisivo si sposta ora alla Camera dei Deputati per la terza lettura. Per blindare il testo ed evitare i rischi dello scrutinio segreto, il Governo intende infatti ricorrere allo strumento della questione di fiducia sui singoli articoli del provvedimento.
La serrata del Parlamento
Al di là dei complessi tecnicismi burocratici, questa riforma rischia di produrre un effetto istituzionale preciso: la “serrata” del Parlamento. Un termine che, storicamente, evoca la celebre “Serrata del Maggior Consiglio“ avviata dalla Repubblica di Venezia nel 1297: l’atto politico con cui l’accesso all’assemblea suprema venne chiuso e progressivamente riservato in via esclusiva alle sole famiglie patrizie già insediate, sbarrando la strada a ogni rinnovamento esterno. Qui non ci soffermeremo sulla qualità di optimates e nobiles degli autori della “serrata” dei nostri giorni, ma è chiaro il parallelismo negli effetti.
Oggi, come evidenziato da Gabriele Maestri, giornalista e tra i massimi esperti in Italia di simboli politici e diritto elettorale, questa legge introduce ostacoli analogamente insormontabili per l’accesso delle nuove forze politiche, penalizzando in modo strutturale i movimenti a forte radicamento territoriale.
Con queste regole, la Liga Veneta era fuori
L’obbligo per presentarsi alle elezioni è stato infatti innalzato a ben 6.000 firme per singolo collegio, da raccogliere rigorosamente in modalità cartacea, a causa della decisione della maggioranza di respingere l’introduzione della firma digitale, che avrebbe potuto mitigare questo gravoso ostacolo burocratico. Il meccanismo di chiusura autoreferenziale è evidente: la norma non consente a un movimento diffuso soltanto al Nord o al Sud di presentarsi validamente senza estendere la propria struttura a livello nazionale. Senza una struttura organizzativa di livello nazionale capace di raccogliere centinaia di migliaia di firme su tutto il territorio, l’esclusione è quasi certa. Come giustamente nota Maestri, con queste regole formazioni storiche come la Lega Lombarda del 1987, l’Union Piemontèisa, il Piemont Autonomista o la Liga Veneta del 1983 non avrebbero mai potuto partecipare alle elezioni, e lo stesso ostacolo si riflette oggi su realtà come Sud chiama Nord di Cateno De Luca.
La protesta di Resistere Veneto
Le prese di posizione istituzionali provenienti dai territori iniziano a emergere con fermezza. In un comunicato ufficiale molto duro e netto, i consiglieri veneti Riccardo Szumski e Davide Lovat (Szumski Resistere Veneto) hanno espresso una ferma condanna verso quella che definiscono una misura «pensata al solo scopo di soffocare sul nascere l’agibilità politica di forze civiche, territoriali e di opposizione reale». Dal comunicato pubblicato sul portale del Consiglio Regionale del Veneto emerge una contestazione radicale: la scelta di quadruplicare il numero di sottoscrizioni costituisce un «vulnus inaccettabile ai principi di uguaglianza, pluralismo e partecipazione», evidenziando come «la libertà politica e la rappresentanza democratica non possano essere subordinate agli interessi di bottega della classe politica». Per gli esponenti autonomisti veneti, si tratta di una vera e propria «offesa alla democrazia e al pluralismo», nonché di un diretto incentivo all’astensionismo.
Siamo di fronte a un evidente corto circuito logico e politico. Da una parte si promuove l’iter per una complessa “autonomia differenziata“; dall’altra, nei fatti, si approva una norma fortemente centralista. È l’espressione di un centralismo romano trasversale: culture politiche diverse, eredi di tradizioni storiche differenti, che si compattano per autodifesa istituzionale, arroccandosi e chiudendosi nel Parlamento per tutelare gli equilibri consolidati dei grandi partiti nazionali.
L’Europa apre ai territori, l’Italia chiude
Il contrasto con le dinamiche europee è evidente. Mentre in Italia si alzano barriere burocratiche per limitare l’ingresso di nuove forze politiche, in particolare quelle territoriali, proprio a metà settembre abbiamo assistito alla svolta del Patto di Cardiff. Questo vertice rappresenta un momento politico di grande rilievo nel Regno Unito: i leader dei partiti indipendentisti, repubblicani e nazionalisti — lo Scottish National Party (SNP), il Plaid Cymru e il Sinn Féin — hanno siglato una storica dichiarazione comune sul diritto all’autodeterminazione, coordinando le proprie tappe istituzionali e guardando con decisione al futuro nell’Unione Europea. Mentre i contesti europei più avanzati riconoscono le spinte territoriali, il Parlamento italiano approva una legge elettorale dal carattere marcatamente centralista.
Il mondo autonomista ha il dovere di analizzare questa fase con lucidità e fermezza. Non è possibile attenuare il giudizio critico solo perché a Palazzo Chigi siede un governo di centrodestra che, almeno in alcune sue componenti politiche, rivendica la vicinanza ai territori. La “serrata” del Parlamento rappresenterebbe un vulnus per la democrazia locale. È necessario che dai territori, da Nord a Sud, si levi una riflessione attenta e una ferma, coordinata protesta politica, prima che si precluda alle voci libere delle nostre comunità l’accesso alla massima assemblea democratica.
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