Il generale Luigi Cadorna, comandante in capo del Regio esercito italiano fin quasi al termine della Grande Guerra, continua a mietere vittime: Anna Laura Remigi, sindaco del comune di Specchia, nel Salento, il 3 luglio 2026 è stata condannata in primo grado, dal tribunale di Lecce, per averlo diffamato.
La sindaca pugliese ha avviato l’iter per cancellare l’intitolazione di una via cittadina al generale Cadorna, per dedicarla invece a Gino Strada, il fondatore di Emergency recentemente scomparso. E aveva accompagnato la sua iniziativa con giudizi pesanti sulla figura del generale Cadorna, definendolo “macellaio”, “stratega inetto”, “ominicchio”, e ricordando la sua gestione della guerra con assalti allo scoperto che avevano fatto migliaia e migliaia di vittime, spesso per far avanzare il fronte di pochi metri, e della disciplina tra i poveri soldati, che non rifuggiva da giudizi sommari, fucilazioni sul posto, e persino decimazioni.
Alessandro Barbero teste a difesa
Per i suoi giudizi sul generale, ritenuti offensivi e diffamatori, la sindaca di Specchia è stata querelata dal nipote del generale Cadorna, che si chiama Carlo Cadorna ed è pure lui militare, ora in congedo, col grado di colonnello.

La difesa della sindaca aveva chiamato a testimoniare persino Alessandro Barbero, il celebre studioso e divulgatore di storia, per illustrare la legittimità di quei giudizi, d’altronde non certo nuovi nei confronti di Cadorna, aspramente contestato già ai suoi tempi proprio per i suoi metodi e la sua strategia, e rimosso dopo Caporetto per essere sostituito dal generale Diaz.
Il caso di Michele Favero (Indipendenza Veneta)
Il tribunale di Lecce ha ritenuto legittima la critica storica a Cadorna, ma ha condannato la sindaca, anche se la pubblica accusa ne aveva chiesto l’assoluzione. L’ha condannata per gli epiteti, ritenuti espressioni offensive e diffamatorie sulla persona del generale.

La condanna è mite, una multa di 800 euro, ma poi ci sarà il risarcimento da valutare in sede civile, e sappiamo com’è andata nell’analogo caso in cui per le espressioni usate nei confronti del generale Cadorna, il segretario di Indipendenza Veneta, Michele Favero, è stato condannato a pagare risarcimenti per decine e decine di migliaia di euro, cifre monumentali che a molti sembrano obiettivamente sproporzionate, anche se poi la Cassazione ha giustamente posto un freno al risarcimento, che non può essere “automatico” una volta provata la diffamazione. L’erede del diffamato deve quindi provare quale sia stato il danno effettivo da lui patito.
Dalla parte della sindaca, e di Favero
La sindaca di Specchia farà ricorso in appello: “Sono convinta della mia innocenza”. E nessuna marcia indietro sull’intitolazione della via a Gino Strada.
Sia chiaro: noi stiamo con la sindaca di Specchia, stiamo con Michele Favero. Riteniamo che, come ha argomentato in difesa di Favero l’avvocato Alessio Morosin, il giudizio anche pesante e personale, l’aperta condanna all’operato di una figura pubblica e storica del passato, e persino l’insulto, quando sia in evidenza connesso e motivato dall’operato che si vuol criticare, non possa essere trattato alla stregua di offese tra persone viventi, tra privati cittadini.
In gioco la libertà
Il giudizio storico è un’altra cosa, deve essere libero e totale, non può essere limitato dalla legge che giustamente tutela la reputazione delle persone. E’ in gioco la libertà e la stessa democrazia, come insegna il professor Carlo Lottieri. Abbiamo diritto di giudicare, e anche di condannare aspramente, personaggi pubblici e storici.
O non potremmo dunque definire criminali o macellai i vari Mao, Stalin, Hitler, Mussolini, Napoleone, Tito e tanti altri, nel timore che qualche loro discendente ci quereli per diffamazione? La libertà di giudizio e di critica nei confronti di grandi personaggi pubblici e storici è un valore, in democrazia, infinitamente più prezioso della reputazione di un avo, e del danno – a nostro giudizio limitatissimo quando non del tutto inesistente – che ricade sui discendenti.
Ma dov’è questo danno?
Dov’è mai questo danno? Nessuno si sogna di stimare meno il nipote Carlo Cadorna per via dei metodi usati da suo nonno cento anni fa, e nessuno di certo considera disonorata la discendenza, che ci ha dato proprio nel figlio di Luigi Cadorna, il generale Raffaele Cadorna “junior”, un protagonista della Resistenza, un militare che non si piegò al Fascismo.
Nessuno disprezza i discendenti di Mussolini o di Casa Savoia per le gravissime colpe dei loro avi, che tuttavia dobbiamo essere liberi di condannare. La democrazia deve essere libera di prendere le distanze dalla storia passata, libera di giudicare le vicende che hanno generato il presente, libera di criticare, condannare, persino maledire i loro autori.
Concentrarsi sull’essenziale
Detto questo, ci permettiamo di lanciare una proposta ai tanti, tantissimi, che condividono le critiche a Cadorna e ad altri personaggi in vari modi legati al Risorgimento e alla Grande Guerra, che la propaganda sabauda e fascista considerava l’ultima guerra di indipendenza.
In attesa che i successivi gradi di giudizio sperabilmente ribaltino sentenze che ripugnano al nostro senso di giustizia, e che mettono in gioco la nost ra stessa libertà, esortiamo coloro che la pensano come noi a concentrarsi sull’essenziale.
L’onore della toponomastica
Lasciate perdere le parole che un giudice potrebbe ritenere insulti gratuiti, anche se gratuiti non sono. Tenete per voi i giudizi che potrebbero esser scambiati per diffamazioni alla persona e non al suo operato. Tacete gli epiteti, le offese.
Siate consapevoli che ciò che del vostro, e nostro, pensiero lascerà traccia sulle future generazioni non sarà l’aver definito “ominicchio” un personaggio storico, ma l’averlo tolto dalle nostre strade, dall’onore della toponomastica.
Via dal Pantheon
Concentriamoci sull’essenziale, un terreno sul quale nessun giudice, pur cresciuto ed educato anche lui, come noi tutti, fin dalla più tenera età, nel mito bugiardo del Risorgimento e della Grande Guerra, potrà impedirci di espellere dalle nostre strade, dalle nostre piazze, e quindi dalla nostra memoria collettiva, dal Pantheon dei Padri Fondatori nei quali una democrazia si riconosce, figure che non rispondono più, se l’hanno mai fatto, ai nostri valori e alle nostre convinzioni.
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Per fortuna, non c’è (ancora, non si sa mai…) una legge che ci obblighi a dedicare le piazze ai Cadorna, ai Cialdini, ai Garibaldi, ai Vittorio Emanuele e ad altri personaggi che hanno fatto l’Italia nel modo sbagliato in cui è stata fatta.
Strade alla storia veneta
Che siano dunque avviate iniziative per intitolare le nostre strade alla nostra storia veneta calpestata, ai Dogi, ai condottieri, ai grandi personaggi della Serenissima, alle grandi battaglie e alle città del “commonwealth” veneziano, a scapito delle troppe Via Roma imposte per decreto del Fascismo a tutti i Comuni, a scapito delle figure che abbiamo il sacrosanto diritto di non condividere più, e di non volerle perpetuare a modello dei cittadini di domani.
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Questa, e soltanto questa, è l’azione che lascia un segno sul futuro. Non diamo ai nipoti di quei personaggi e ai loro avvocati l’opportuntà di trascinarci in giudizio su una parola ritenuta di troppo, distraendoci e magari ostacolando il cambio di intolazione di una strada, che è l’unico vero obiettivo importante, quello che proporrà altri nomi, altri modelli, altri esempi civici, altre idee alle future generazioni.
Alvise Fontanella







