Fëdor Michailovic Dostoevskij è, come tutti sanno, uno tra i più grandi scrittori russi. E come molti grandi uomini russi, era innamorato dell’Italia. Italia, naturalmente, intesa come espressione geografica, culturale.
Roma, Firenze, Venezia: queste le città sopra tutte le altre amate da Dostoevskij. Soprattutto Venezia, che visitò nell’estate del 1869 e ne fu folgorato, lui che era nato e vissuto a San Pietroburgo, la città russa che lo zar Pietro il Grande e poi Caterina II avevano voluto costruire su cento isole, con trecento ponti e i palazzi sostenuti da palafitte, a immagine e somiglianza di Venezia: non per nulla l’architetto principe della San Pietroburgo “capitale europea”, venne dalla Serenissima: è il bergamasco Giacomo Quarenghi, nato cittadino veneto nel 1744.

Testimone dell’unificazione
Dostoevskij visse proprio a cavallo dell’unificazione italiana. Fu testimone del Risorgimento: testimone delle poco gloriose battaglie e della geniale diplomazia di Camillo Benso conte di Cavour, che portò all’unificazione politica dell’Italia.
Ebbene, nel suo Diario di uno scrittore, rileggiamo e meditiamo cosa Dostoevskij scrive dell’Italia da poco unificata. Le sue sono parole – vergate nel 1877 – famosissime, parole definitive sull’unità d’Italia, parole che dovremmo tutti mandare a memoria, per vaccinarci contro il virus del nazionalismo italiano e della propaganda sabauda che tuttora imperversa, presentandoci l’Italia una e indivisibile come un valore, l’unità come un traguardo raggiunto, quando la verità è l’esatto opposto: l’Italia fu grande, grandissima, mondiale, quando non era unita politicamente, e proprio l’unità l’ha spogliata di quella grandezza, l’ha ridotta ad uno staterello piccolo e insignificante.
Cosa ha detto Dostoevskij
Ma lasciamo parlare Dostoevskij:
«Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale».
Era un’idea universale
I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si fosse logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour?
È un piccolo regno di second’ordine
È sorto un piccolo regno dì second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!».









