La legge elettorale che Giorgia Meloni fortissimamente vuole, nel tentativo di blindare la propria rielezione, è un ritorno al passato, al sistema proporzionale puro, con un collegio unico nazionale, più un forte premio di maggioranza. Niente preferenze, per carità, non sia mai che il popolo sovrano possa eleggere candidati diversi da quelli nominati dalle segreterie di partito. E soprattutto, viene reciso l’ultimo legame dei parlamentari col territorio che li elegge: la scelta più anti-federalista e anti-autonomie che si possa immaginare.
I referendum traditi
Andiamo con ordine. Nel tempo, l’Italia ha tradito i referendum promossi, nel 1991 e poi nel 1993, da Mario Segni. Eppure furono, quelli di Mario Segni, tra i pochi referendum che videro un’imponente partecipazione al voto ed ebbero un verdetto che più chiaro non si può.

Il referendum promosso da Segni nel 1991 proponeva di cancellare le preferenze plurime sulla scheda elettorale, ammettendo una sola preferenza. Era la rivolta contro i partiti, che grazie a ben orchestrati giochi di alleanze tra potentati locali, riuscivano, con quattro preferenze, a far emergere chi doveva emergere. La preferenza unica avrebbe reso impossibili questi giochetti. E il popolo sovrano dimostrò di volerlo: andò a votare quasi il 63% degli elettori, e quasi il 95% votò per l’abolizione delle preferenze plurime.
Il sistema maggioritario all’inglese
Ma fu nel 1993 che Mario Segni riuscì a scardinare il sistema, col referendum che impose il passaggio al sistema maggioritario all’inglese, con collegi uninominali. Anche questo referendum ebbe un esito chiarissimo: andò a votare il 77% degli elettori, e quasi l’83% lo approvò. Era una vera rivoluzione: al posto del sistema proporzionale, con i voti pesati col bilancino di sofisticati algoritmi su un collegio unico nazionale, sul quale si era fondata la Prima Repubblica, il popolo sovrano aveva scelto un sistema maggioritario all’inglese: il Paese veniva diviso in tanti piccoli collegi quanti erano i seggi in parlamento, e in ogni collegio si eleggeva il candidato più votato.

Il Mattarellum
E nacque così il Mattarellum, dal nome di Sergio Mattarella, proprio l’attuale presidente della Repubblica italiana, che annacquò parzialmente il risultato secco del referendum, ma almeno cercò una sorta di compromesso tra la volontà chiaramente espressa dal popolo sovrano e le resistenze della Casta, che esigeva di poter continuare a decidere gli eletti. La nuova legge elettorale faceva eleggere col sistema maggioritario soltanto il 75% dei seggi in Parlamento, l’altro 25% rimaneva eletto col sistema proporzionale, e per giunta senza preferenze, in liste bloccate decise dai partiti.
Quello che è successo dopo, è un tradimento spudorato del referendum popolare. Prima il Porcellum di Roberto Calderoli, che tornò ad azzerare il sistema maggioritario voluto dagli elettori, facendo eleggere il Parlamento su liste completamente bloccate decise dai partiti. Poi la riforma Renzi, abortita per sentenza della Corte Costituzionale, e infine il sistema attuale, nel quale appena un terzo dei seggi viene eletto col sistema maggioritario, e due terzi su liste bloccate, senza preferenze.
Le liste bloccate
Dal Mattarellum del 1993 fino ai nostri giorni, due fili comuni uniscono le riforme elettorali italiane. Primo, la pretesa dei partiti di “nominare” gli eletti grazie alle liste bloccate, abolendo le preferenze con il comodo pretesto dei brogli, e – secondo – la progressiva cancellazione del legame tra il parlamentare e il territorio che lo ha eletto.
Rappresenta la Nazione…
Il germe di questo male – negazione del federalismo, del regionalismo e di ogni autonomia – è nella Costituzione, all’articolo 67, preso pari pari, come altri cardini della Costituzione (come quello della Repubblica una e indivisibile per definizione, indipendentemente dalla volontà dei cittadini), dalle teorie giacobine della Rivoluzione Francese: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione“. L’intera Nazione, non il territorio che lo ha eletto.
È un criterio che ci viene presentato come nobile, come il diritto e il dovere dei parlamentari di votare prescindendo dagli interessi locali, come fossero spregevoli interessi di bottega e non il sale vero della democrazia, anzi il fondamento stesso di ogni democrazia, fin dai tempi remoti in cui i capifamiglia si riunivano in piazza per prendere le decisioni comuni.
In pratica, affermare che ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione nel suo insieme, produce parlamentari che obbediscono ai partiti nazionali, condanna come becero provincialismo la difesa degli interessi, dei valori, dell’identità stessa di un territorio. E proclama il diritto, e anzi il sacro dovere del parlamentare di sacrificare l’interesse del territorio che dovrebbe rappresentare, quando questo confligge con quello che viene presentato come interesse nazionale.
L’esempio del Regno Unito
Nelle democrazie più antiche e solide, come nel Regno Unito, gli eletti non rappresentano la Nazione. A rappresentare la Nazione è il Parlamento, nel suo insieme. I parlamentari sono, e fieramente si considerano, i rappresentanti della comunità che li ha eletti. Alla Camera dei Comuni è normale che un parlamentare dica: io rappresento gli interessi dei cittadini di Manchester, e dichiari voto contrario, o favorevole, ad un provvedimento legislativo, con la motivazione che la norma va a favore o contro gli interessi della città di Manchester.

In un sistema come questo, ogni parlamentare rappresenta un territorio, e l’interesse nazionale è l’equilibrio che si trova tra gli interessi dei vari territori. Ad ogni seggio in Parlamento corrisponde un collegio, quindi ci sono molti, piccoli collegi, che corrispondono a città, ad aree omogenee, a quartieri di grandi città. Ogni parlamentare ha perciò un rapporto strettissimo col proprio collegio, di cui si sente il rappresentante. Ne consegue che i partiti, se vogliono vincere il collegio, vengono spinti a non paracadutare candidati estranei al territorio: sono costretti a candidare persone popolari, conosciute e stimate nella loro città.
Nei collegi piccoli vale la persona
L’Italia, come si è detto, ha tradito i referendum di Segni, che miravano proprio a questo: togliere potere ai partiti e consegnarlo ai territori. Già la scelta di far eleggere col sistema maggioritario soltanto una parte dei seggi in Parlamento, attualmente appena un terzo, è un tradimento della “filosofia” del maggioritario.
Se si attribuiscono tutti i seggi in Parlamento, ciascuno ad un collegio, avremo molti, piccoli collegi, tanti quanti sono i seggi in Parlamento: nell’Italia ogni collegio avrebbe meno di sessantamila abitanti.
E dunque ogni collegio sarebbe sufficientemente piccolo perché il rapporto tra elettori ed eletti sia forte, personale, diretto, relativamente poco influenzato da tv, social e internet, o dalle disponibilità economiche dei candidati, e molto dalla conoscenza diretta, dal vissuto del candidato, dal suo rapporto con il territorio. Un sindaco molto popolare potrà candidarsi e vincere anche se il partito non lo volesse, perché se il collegio è piccolo, prevale la persona.
Collegio vasto, comanda il partito
Se invece si attribuisce, come avviene oggi in Italia, soltanto un terzo dei seggi in Parlamento col sistema maggioritario, i collegi saranno pochi, e quindi saranno molto più vasti: ciascuno avrà un duecentomila abitanti, e questo allontana il candidato dal territorio, obbliga a inserire in uno stesso collegio aree anche molto diverse come orientamento politico, aprendo la porta a disegni mirati dei collegi stessi, e soprattutto indebolisce il legame personale dei candidati con gli elettori.
Salvo casi eccezionali, in collegi vasti prevale l’appartenenza al partito sulla stima della persona: e questo facilita il massiccio ricorso a candidature paracadutate, di gente che non ha legami col territorio, e che certamente non lo rappresenterà in Parlamento.
La riforma Meloni
Con la riforma elettorale prospettata dal governo Meloni, sparisce del tutto il sistema dei collegi uninominali, sparisce anche l’attuale simulacro di legame col territorio. Tutto si decide sfacciatamente su base nazionale, su liste decise dai partiti, e senza preferenze: il regno dei paracadutati, la legittimazione finale dei partiti personali in cui il leader fa ciò che vuole e candida dovunque i propri camerieri e famigli.
Un Parlamento eletto tutto con collegi uninominali, all’inglese, è il Parlamento ideale di un paese federale, che riconosce l’autonomia dei territori, riconosce ogni territorio come soggetto di diritti politici. Riconosce il diritto di ogni territorio, di ogni comunità, ad essere rappresentata come tale in Parlamento. Riconosce che ogni territorio, ogni comunità, ha il diritto di difendere i propri interessi, le proprie convinzioni, il proprio stile di vita. E il Parlamento nazionale è il luogo dove gli interessi, le idee, le culture dei territori trovano compensazione.

Un parlamento figlio di una riforma elettorale come quella voluta da Giorgia Meloni è un Parlamento dove il legame dell’eletto con il territorio che lo elegge non ha più alcun peso, è il Parlamento di un Paese accentrato, dove i territori non hanno voce. Un Parlamento dove ogni membro rappresenta davvero, solo e soltanto, non la Nazione in realtà, ma il Potere nazionale che lo ha nominato. Ed è perciò un Parlamento che mai e poi mai riconoscerà autonomia ai territori che ha spogliato di ogni rappresentanza.
Alvise Fontanella






