La Repubblica italiana sarà anche fondata sul lavoro, ma l’unità d’Italia è fondata sulla propaganda nazionalista. Dal Risorgimento in poi, fino alla Grande Guerra e oltre, è un susseguirsi ininterrotto di bufale patriottiche, di episodi gabellati come storici, di bugie belle e buone, di veri e propri miti inventati di sana pianta e che – insegnati nelle scuole – finiscono per sembrare verità. Bastipensare al referendum-truffa per l’annessione della Venezia all’Italia, alle cui clamorose menzogne, se non ci fosse stato il fortunatissimo libro di Ettore Beggiato, presteremmo ancora fede.
Ma non sapevo che il furore propagandistico dell’Italia fosse arrivato fin nelle chiese, anzi sopra le chiese venete, fin sulla sommità dei campanili. Non lo sapevo perché di solito non guardiamo le campane da vicino. Abbiamo familiarità con la loro voce, ma non con lo strumento in sé.
L’iscrizione latina sulle campane
ME FREGIT FUROR HOSTIS AT HOSTIS AB AERE REVIXI ITALIAM CLARA VOCE DEUMQUE CANENS.
Questa iscrizione latina è fusa nel bronzo di migliaia di campane, in tutta la Venezia: in Trentino, nel Veneto e in Friuli, ma anche in Istria. Proviamo a tradurre: “Mi distrusse il furore del nemico, ma dal bronzo del nemico sono tornata in vita e canto con chiara voce l’Italia e Dio”.

Quelle campane, insomma, durante la Grande Guerra vennero distrutte durante i combattimenti, o requisite dall’esercito austroungarico per le necessità militari. Fuse per fare cannoni, in parole povere. O fatte saltare in aria insieme al loro campanile, dall’esercito italiano durante la ritirata di Caporetto, per sottrarre un comodo punto di vedetta al nemico. Finita la guerra, dal bronzo dei cannoni austriaci rinacquero le campane.
Propaganda italiana
Attribuire la responsabilità della distruzione delle campane al solo “furore del nemico“, quando in realtà il nemico si stava difendendo dal furore italiano, appare alquanto eccessivo. Ma è coerente con la propaganda italiana: ancor oggi molti pensano che la Prima Guerra Mondiale sia stata una guerra in cui l’Italia sia entrata per difendersi.
“Caduti per difendere la Patria”, vero? Signornò: fu l’Italia a dichiarare guerra all’Austria. L’Austria era alleata dell’Italia, non voleva la guerra con l’Italia, ed anzi era pronta a pagare un prezzo al Regno d’Italia purché quest’ultimo non entrasse in guerra. Trento e Trieste, le città cosiddette “irredente”, potevano venir acquistate dal Regno d’Italia per via diplomatica. Ma i Savoia, si sa, dovevano “fare gli italiani”. E li fecero, infatti, mischiando sui sacri confini il sangue di seicentomila morti di tutti i diversi popoli della Penisola. E costruendo, su quel sangue e sui sacri confini, e persino sui sacrari con le salme dei Caduti, la retorica nazionalista che avrebbe portato l’Italia al Fascismo e alla Seconda Guerra Mondiale.
Prima l’Italia e poi Dio…
Ma torniamo alle campane. Dunque dopo la vittoria, le campane distrutte dal “furore del nemico” vennero rifuse col bronzo dei cannoni strappati al nemico. E ora, con chiara voce, cantano….
Ecco, appunto: chi cantano con chiara voce, le restituite campane? ITALIAM DEUMQUE CANENS, cantano l’Italia e Dio, sta scritto sulle campane stesse. Ogni rintocco, voi credete che sia un richiamo alla preghiera, un canto rivolto al Signore, un ricordare Dio agli uomini? Nossignore: la chiara voce delle campane canta prima di tutto l’Italia. E solo dopo, in seconda battuta, canta Dio. Italiam Deumque canens.
L’idolatria dell’Italia che viene addirittura anteposta a Dio è stata avvertita, tanto che la parrocchia di San Remigio a Orgnese, in provincia di Pordenone, che pubblica una bella scheda storica, traduce rispettosamente l’incisione latina con “cantando Dio e l’Italia”, mentre la frase sulla campana in realtà mette prima l’Italia e Dio al secondo posto.
Cantano per l’Italia
Lo fanno migliaia e migliaia di campane in tutta la Venezia: nel Trentino, nel Veneto, nel Friuli Venezia Giulia e nell’Istria. Sui campanili di Albona, Rovigno, Pola e tante altre città oggi slovene e croate, decine e decine di campane cantano per l’Italia. ITALIAM DEUMQUE CANENS.
L’unità d’Italia (compreso il Sudtirol austriaco), raggiunta con la Grande Guerra, è dunque cosa sacra, parificata alla Fede, compagna nelle stesse preghiere, ricordata ad ogni rintocco delle campane, che suonano prima di tutto per l’Italia finalmente unita e poi, solo poi, per ricordarci Iddio.
L’Opera di Soccorso per le Chiese Rovinate
Ma quella scritta sulle campane, era dunque un afflato corale di tutti parroci patrioti? Ma no: esattamente come l’intitolazione a Roma di una via principale in tutte le città e in tutti i paesi d’Italia, che avvenne per decreto di Mussolini, non fu una scelta, ma un’imposizione. Una decisione piovuta dall’alto.

Subito dopo la guerra, nacque una benemerita istituzione, l’Opera di Soccorso per le Chiese Rovinate dalla Guerra. La quale aveva sede a Venezia e finanziò la restituzione delle campane alle chiese che ne erano state private, ai campanili ammutoliti. Ai paesi, dei quali le campane erano la voce e scandivano da secoli il tempo della vita.
Un’opera colossale
Fu un’opera colossale: la Statistica delle campane asportate dalle provincie venete (che in realtà conta non solo le campane requisite dagli austriaci ma anche quelle distrutte dai combattimenti o dagli italiani stessi in ritirata) elenca 8.728 campane distrutte. Per rifonderle furono necessarie 3.540 tonnellate di bronzo. E la scelta di utilizzare, quando era disponibile, il bronzo dei cannoni sottratti all’esercito austriaco, sembrò insieme naturale, economica e altamente simbolica.

Le parole latine furono dettate da un professore di Firenze, padre Ermenegildo Pistelli, patriota e simpatizzante per il Fascismo. E l’Opera di Soccorso per le Chiese Rovinate che operava in stretto contatto, e con i fondi del Ministero per le Terre Liberate impose che in tutte le campane rifuse a spese del Regno d’Italia, fosse presente quell’incisione.
Conegliano, fu solo un errore?
Per la verità sul campanile del Duomo di Conegliano, l’iscrizione su una della quattro campane rifuse, quella detta La Leonarda, sembra aver dimenticato una enne: invece di CANENS (in italiano: cantando), l’ultima parola si legge CANES (in italiano: cani).
Un errore del fonditore, si è sempre detto. Un errore? O non si trattò piuttosto di una consapevole, intelligente, magnifica ribellione contro la guerra, l’inutile strage, e la retorica patriottica che ne seguiva? Perché a mancare è una lettera, una lettera soltanto, eppure l’assenza di quella sola lettera trasforma la frase intera, facendola ambiguamente alludere a una bestemmia, e a una solenne maledizione all’Italia: ITALIAM DEUMQUE CANES…
Alvise Fontanella










