L’ultima fatica di Ettore Beggiato, il libro “1797: la Serenissima e l’occupazione napoleonica“, frutto di una ricerca durata anni, promette di diventare un classico, com’è stato per altri volumi dell’autore, che hanno cambiato la nostra percezione di epoche storiche che non ci sono state raccontate né insegnate a scuola.
Com’è accaduto per il referendum di annessione del Veneto al Regno d’Italia, che solo Beggiato, col suo “1866, la grande truffa” ha svelato per quello che veramente è stato. E così promette di essere anche il volume sull’occupazione napoleonica, denso di testimonianze dell’epoca, che documentano le devastazioni napoleoniche, le rapine – Beggiato le chiama giustamente così, rifiutando il titolo di “requisizioni” col quale fino ad oggi gli storici sembrano volerle legittimare – e soprattutto documenta la strenua opposizione, il corale, disperato tentativo dei popoli della Serenissima di difendere dall’invasore francese le Terre di San Marco, il governo di San Marco, a costo dei propri beni e spesso della propria vita.

Acquaviva Picena, perla delle Marche
Sono decine e decine, ormai, le presentazioni del libro che Ettore Beggiato è stato invitato a tenere, in circoli culturali, in luoghi museali, in librerie, biblioteche, sale civiche. A Venezia, nel Veneto, nel Friuli, in Istria.

Ma particolarmente significativa è stata, domenica 21 giugno, solstizio d’estate, la presentazione che Ettore Beggiato è stato invitato a fare nelle Marche, ad Acquaviva Picena, una perla delle Marche: uno splendido borgo medievale a due passi da San Benedetto del Tronto, con vista sul mare da una parte e sui Monti Sibillini dall’altra, ai piedi di una delle più belle fortezze della Penisola, una rocca rinascimentale.

Con l’assessore di Acquaviva Picena
Alla presentazione, moderata da Emanuele Luciani dell’associazione culturale Galee Sibilline, ha preso parte l’assessore alla Cultura di Acquaviva Picena, Marianna Spaccasassi. Beggiato ha raccontato l’invasione napoleonica della Serenissima davanti ad un pubblico attentissimo, e non ha nascosto la sua riconoscenza per l’interesse inaspettato che un libro di storia della Serenissima riscuote nelle Marche.
Qualcuno si chiederà, ma come mai tanta attenzione per la ricerca storica di Beggiato, in una Regione estranea alla storia della Repubblica Veneta?
La cancellazione della storia
E’ una domanda legittima, ma solo perché la propaganda italiana successiva all’unificazione della Penisola ha tentato di cancellare e nascondere la gloria degli Antichi Stati, gabellata per “secoli bui”, per popoli “calpesti e derisi”, che soltanto col Risorgimento – lo dice la parola stessa – e con l’unità politica avrebbero acquisito dignità.
E’ vero il contrario. L’Italia ha fondato la propria grandezza e il proprio mito nel mondo, proprio nei secoli in cui era politicamente divisa. E uno degli esempi più clamorosi di cancellazione della storia degli Antichi Stati è proprio la Serenissima: una grande potenza europea per secoli, famosa nel mondo e decisiva per l’identità stessa dell’Europa – basti pensare alla battaglia di Lepanto, al secolare baluardo imposto da Venezia all’espansionismo ottomano – derubricata a repubblichetta marinara.
Le Serenissime Marche
Se la storia della Serenissima fosse insegnata nelle scuole venete come lo è la storia di Roma, della quale conosciamo aneddoti e leggende, dai sette re di Roma alle Oche del Campidoglio, da Muzio Scevola a Furio Camillo, nessuno si stupirebbe dell’interesse suscitato nelle Marche dal libro di Beggiato.
Perché le Marche non sono affatto estranee alla storia della Serenissima: si potrebbe dire che ne fanno parte integrante. Come alcune città della Puglia, del resto. Non per nulla, e persino col beneplacito del Papa, il Doge di Venezia si fregiava del titolo di Signore delle Marche.
Fano veneziana
La città di Fano, terza città della Regione, è stata veneziana per secoli, da quando, nel 1140, assediata dai pesaresi, chiese aiuto a Venezia. La Repubblica nviò una squadra navale che comprendeva una sorta di portaerei dell’epoca, una nave gigantesca battezzata Totus Mundus e armata di grandi catapulte che avevano già dato prova della loro efficacia nell’assedio di Ancona. Quando videro la flotta veneta, i pesaresi levarono le tende e Fano in festa fece atto di sottomissione a Venezia.
La Serenissima Fermo
Ma importantissimo, per la Veneta Repubblica, fu il rapporto di alleanza e fedeltà stipulato con la città marchigiana di Fermo. Fermo fu, per secoli, la porta d’accesso dei commerci veneziani da e per l’Italia centrale, attraverso il suo porto, che oggi si chiama Porto San Giorgio, ma il nome antico era Porto di Fermo. Fermo assicurava il rifornimento di grano, di carte, tessuti e pellami alla Serenissima, la quale invece esportava sale e naturalmente spezie e prodotti di pregio, che da Fermo i mercanti distribuivano nell’Italia.

L’alleanza politica e militare di Fermo con la Serenissima garantiva alla Repubblica uno scalo amico sulla costa italiana dell’Adriatico. Fermo, che era stata spesso in lotta con Ancona, godeva in cambio della sicurezza data dalla protezione veneziana e di forti privilegi, quali l’esenzione dai dazi che Venezia imponeva sui traffici adriatici. Questo vantaggio derivante dall’alleanza con Venezia ha fatto della città marchigiana un caposaldo commerciale ricco e prospero, ha plasmato la città di Fermo come la conosciamo oggi. Pittori come Jacobello del Fiore hanno lasciato a Fermo opere grandiose, tra le più belle del gotico veneziano.
Renier Zen, il Doge di Fermo

Nel 1253, podestà di Fermo era il patrizio veneto Renier Zen, che quell’anno fu eletto Doge di Venezia. Da Fermo i notabili della città armarono quattro galee per andare rendergli omaggio, e l’amore del popolo di Fermo per il suo Doge fu tale che, contravvenendo alla regola, il figlio di Renier Zen fu scelto come podestà di Fermo in successione del padre. Da allora, a Fermo si celebra la Festa del Doge, e a testimonianza del rapporto duraturo di fedeltà, la città di Fermo ha partecipato, pochi anni fa, alle inziative per festeggiare i 1.600 anni di Venezia.
Perché la storia non è solo documenti, guerre, commerci, idee. La storia, come mostra il rapporto tuttora vivo tra le città marchigiane e Venezia, è anche amore.
Alvise Fontanella







