Alle sollevazioni venete del 1809 ho dedicato il volume “1809:l’insorgenza veneta. La lotta contro Napoleone nella Terra di San Marco” stampato da Editrice Veneta una ventina d’anni fa, nel dicembre del 2007 per la precisione, con la prefazione dell’indimenticabile avvocato Ivone Cacciavillani.
Dopo il fondamentale lavoro di Carlo Bullo “Dei movimenti insurrezionali del Veneto sotto il dominio napoleonico e specialmente del brigantaggio politico del 1809” stampato a Venezia nel 1899 il mio modesto lavoro era il primo tentativo di dare una nobiltà politica e culturale a quei moti che la storiografia ufficiale derubricava come insignificanti iniziative di briganti; ricordo che il 10 luglio 1809 a Schio gli insorgenti avevano fondato un loro governo nel nome di San Marco e che un po’ in tutto il Veneto c’erano state insurrezioni a partire dal Polesine (l’amico Marco Fornaro sta portando avanti importanti ricerche incentrate soprattutto sulla figura di don Carlo Giocoli), per non parlare della bassa veronese, dell’alta padovana, della zona della castellana (a Loria le done le a desfà la municipalità..) e di tante altre forme di protesta più o meno organizzate che hanno toccato l’intero Veneto.
Ad Asiago, anche quest’anno, la “Federazione dei Cimbri dei 7 Comuni” ha commemorato i caduti nella rivolta del luglio 1809 contro gli occupanti napoleonici, a questo proposito, mi è capitato in mano una ricerca del dott. Giancarlo Bortoli, noto storico dell’Altopiano, con il quale ho condiviso l’esperienza di consigliere provinciale a Vicenza nell’ormai lontano 1985.
Ecco quanto scrive Giancarlo Bortoli (già citato anni fa dal compianto Millo Bozzolan):
“Nel 1805 tutto si capovolse e tornarono le truppe napoleoniche. Di quell’anno sappiamo che nella sola Asiago i morti furono 40. Il 29 giugno del 1807 fu infine decretata la soppressione della Reggenza dei Sette Comuni e degli statuti che governavano la vita istituzionale dei singoli comuni della nostra antica Federazione: le libertà individuali, i poteri decisionali delle vicinie ovverossia assemblee dei capifamiglia.

Nel 1809 L’Austria cercò la rivincita. Michele Maria Prosdocimo Vincenzo Negrelli, amico di Ottaviano De’ Bianchi – comandate delle forze in Tirolo – compiono opera di proselitismo oltre frontiera e, più precisamente sull’intero Altopiano del Sette Comuni fino a toccare Arsiero, Schio e alcuni borghi minori posti ai piedi dei Lessini. La rivolta, meglio nota come “Insorgenza”, nell’Altopiano fu indotta da Ottaviano de’ Bianchi, , che organizzò l’alleanza delle popolazioni del Trentino Alto Adige e del Veneto, in particolare dei montanari. Fu preso prigioniero e fucilato il 24 giugno del 1809. Interessante il primo capo d’imputazione: avere eccitato i Popoli delli Sette Comuni posti nel Regno d’Italia a prendere le armi contro il loro legittimo Sovrano da lui chiamato nemico comune dell’Europa.
Da noi esisteva già un esercito organizzato (anche se sciolto nel 1807). costituito dalla Milizia volontaria, mentre nelle altre aree – in particolare nel Trentino e nel Bolzanese, l’esercito popolare era formato dagli Schützen (fucilieri) all’epoca capeggiati da Andreas Hofer – personaggio molto popolare nel Tirolo – il quale riuscì a resistere sino agli inizi del 1810. Anch’egli fu fucilato a Mantova (il 20 febbraio 1810).
A giugno l’insurrezione nei Sette Comuni destituì le autorità napoleoniche ma fu una “vittoria di Pirro”.
Il 17 luglio, Asiago era stata ripresa sotto la dominazione napoleonica e la repressione fu sanguinosa, addirittura “strage orrenda”, secondo la cronaca dell’ultraconservatore Arnaldo Tornieri “Più di 70 furono uccisi dai Francesi, tra cui anche qualche donna”. Pur compiacendosi che si fosse data una valida “lezione a quelli abitanti” e inveendo contro gli “sciagurati suscitatori del disordine e della confusione” i “disordini”, continuarono almeno fino ad ottobre.
Incuranti delle persecuzioni subite dalle nostre e altre genti, il 14 ottobre a Schönbrunn, viene firmata la pace fra Napoleone e Francesco I, con il sacrificio del Tirolo e del Vorarlberg, divisi fra il Regno di Baviera e il Regno d’Italia.
Nel 1809, sull’Altopiano dei SetteComuni, la repressione della rivolta fu fin troppo spietata, come lo stesso direttore di Polizia aveva ammesso in un “promemoria” indirizzato, ancora nei primi giorni d’ottobre 1809 al duca Francesco Melzi d’Eril: “L’insorgenza è compressa, ma sarà sempre grave il pensiero della perdita di circa 2000 uomini, la maggior parte agricoltori, che lasciarono la vita affrontandosi colle truppe o sul patibolo. La pena di morte fu applicata forse con troppa profusione dalle commissioni militari, cosicché sotto il giorno d’oggi produce un effetto contrario di quello che si vorrebbe. Accostuma il popolo al sangue e fa riguardare con indifferenza ciò che prima si vedeva con ribrezzo. Il numero dei detenuti è grande, quello de’ fuggitivi lo è ancor di più … ” Ironia della sorte, spesso il patibolo era “organizzato” laddove era stato piantato “l’albero della libertà” durante lo spirito libertario che accomunava i rivoluzionari.
Questi luttuosi eventi furono accompagnati, ogni volta, da saccheggi subiti dalle popolazioni (particolarmente tribolata fu Enego, tormentata anche dai passaggi Austriaci), da processi, violenze, depredazioni dei beni comunali e delle chiese.
Alla fine gli Altopianesi morti in battaglia, fucilati o impiccati per repressione furono 2.000!”

Anche nel 1809, come nel 1797, le popolazioni dell’Altopiano dei Sette Comuni dimostrarono con il supremo sacrificio il loro attaccamento, la loro dedizione a San Marco, la loro incrollabile fedeltà alla loro libertà, alle loro leggi, alle loro tradizioni.
Ettore Beggiato






