Un vero omaggio alla ricerca storica di Ettore Beggiato sui crimini napoleonici nelle terre di San Marco. La prestigiosa Rivista di studi storici dell’Associazione Nobiliare Veneta ha pubblicato una ampia e lusinghiera recensione del libro di Ettore Beggiato “1797: la Serenissima e l’occupazione napoleonica“, firmata dall’eminente studioso Marino Zorzi.

Per quasi vent’anni Marino Zorzi è stato Direttore della Biblioteca Nazionale Marciana, e in questa veste ha condotto ricerche fondamentali, tra cui la monografia “La libreria di San Marco” e lo studio sulle iscrizioni del Mappamondo di Fra Mauro.

Per gentile concessione della rivista, Serenissima News pubblica qui la recensione di Marino Zorzi.
ETTORE BEGGIATO, 1797: la Serenissima e l’occupazione napoleonica.
Vicenza, Editrice Veneta, 2025, pp. 351.
Nella recensione che nel n.12 (2020) del nostro periodico abbiamo dedicato a uno dei precedenti volumi di Ettore Beggiato, Galeas per montes. Navi attraverso i monti, Vicenza, Editrice Veneta, 2019, abbiamo ricordato i suoi importanti meriti come pubblico amministratore e la sua ampia produzione storica: nell’una e nell’altra attività, di uomo politico e di storico, egli trae ispirazione dal profondo amore che lo unisce alla sua terra, il Veneto. Per questo sentimento, che pienamente condividiamo, egli non può non provare rimpianto per la Repubblica Veneta e nel contempo sdegno per chi l’ha distrutta, recando infiniti lutti e danni alla popolazione e all’arte: il generale corso Bonaparte, figlio della sanguinosa rivoluzione, che divenne imperatore dei Francesi, fino alla sua definitiva caduta nel 1815.

In un precedente volume, 1809: l’insorgenza veneta. La lotta contro Napoleone nella terra di San Marco, Rimini, Il Cerchio, 2009, Beggiato aveva posto in luce la lotta e il sacrificio di molte città e paesi del Veneto insorti nel 1809 contro il governo napoleonico, nella vana speranza che l’impero austriaco riuscisse vittorioso nella guerra allora in corso contro l’impero francese, liberando il paese da una dura servitù. Il sentimento antinapoleonico era, come dimostrano le sollevazioni, assai diffuso, alimentato anzitutto dalla fiscalità del governo e dall’obbligo del servizio militare: per i giovani reclutati voleva dire andare a morire in Spagna o in Russia, senza una ragione. Le insorgenze furono ovunque schiacciate. Il Veneto era da tre anni soggetto a Napoleone, dopo otto anni di governo austriaco, dal 1798 al 1806, e aveva avuto modo di sperimentare di nuovo la durezza del dominio francese, che aveva già sofferto in alcuni terribili mesi nel 1796-97.
A quest’ultimo breve, funesto periodo Beggiato dedica la sua ricerca con il volume che qui presentiamo. La data 1797 inclusa nel titolo mette in rilievo l’anno in cui si consuma la tragedia finale, con la devastazione di molta parte della Terraferma veneta e con la cessazione della Repubblica, ma il racconto incomincia l’anno prima, con l’arrivo in Lombardia dell’Armée d’Italie, al comando di Napoleone. E’ noto che il generale francese, che aveva a disposizione un esercito male armato e male equipaggiato, galvanizzò le truppe promettendo ricco bottino a spese delle terre conquistate (Beggiato riporta il suo proclama che invita al saccheggio, nonché le direttive del Direttorio di Parigi da cui il saccheggio era suggerito e programmato per i comandanti dei vari fronti in cui la Francia era impegnata) e riuscì ad applicare con inatteso successo nuove tecniche d’assalto. Il re di Sardegna combatté poco e si ritirò, gli austriaci, che governavano il Mila- nese, si schierarono lungo il Mincio per opporsi all’avanzata francese, ma Napoleone li aggirò invadendo il ducato di Parma, neutrale, che non si attendeva un’aggressione; e qui approfittò del dominio acquisito in disprezzo al diritto anche per imporre pesanti tassazioni. Poi attaccò la Lombardia e il 10 maggio 1796 vinse gli austriaci a Lodi, occupando Milano il 15 maggio. Subito fioccarono requisizioni e furti in tutta la Lombardia, il 22 si ebbero turbolenze da parte della popolazione derubata, a Milano, a Pavia e nella cittadina di Binasco. Il 24 maggio Binasco pagò più cara di tutte le altre comunità insorte la sua rivolta: fu distrutta, gli abitanti massacrati, le donne violentate. Napoleone si servì più volte della menzione di questo episodio come minaccia a chi osasse ribellarsi. Giustamente Beggiato mette in rilievo il triste fatto, prova generale di ciò che attendeva il territorio veneto. Per il momento la Lombardia veneta non era stata toccata, salvo un episodio, che Beggiato narra: il 12 maggio, dopo la battaglia di Lodi, l’esercito francese diretto a Milano passò per Ombriano, sobborgo della veneziana Crema; stanchi per i combattimenti, i francesi si riposarono saccheggiando le case e spogliando la chiesa parrocchiale di ogni oggetto prezioso: un altro assaggio del loro modo di procedere.
Occupata la Lombardia, i francesi prendono Bologna, nello stato pontificio. Gli austriaci mandano un’armata, che viene sconfitta a Lonato e a Castiglione (5 agosto 1796), poi a Bassano, e si rinchiudono in Mantova; una nuova armata austriaca è sconfitta ad Arcole (15-16 novembre), un’altra a Rivoli (16 gennaio 1797); il 2 febbraio Mantova capitola. Nel frattempo i francesi percorrono il Veneto, si installano a Peschiera, a Verona, a Vicenza, compiendo atti di violenza, esigendo armi, vettovaglie, denaro; il governo veneziano li accontenta, temendo terribili vendette, sperando che la tempesta passi. Da notare che spesso gli occupanti firmano ricevute per le loro requisizioni: chiffons de papier, privi di ogni valore. Dopo la caduta di Mantova la situazione precipita. La popolazione esasperata si ribella ovunque contro i francesi, ma la superiorità militare è loro, l’eroismo degli insorti è vano, la repressione è spietata.
Il libro di Beggiato descrive gli eventi seguendo un criterio geografico, cominciando dalla Lombardia veneta. A Bergamo il 12 marzo 1797 un gruppo di giacobini, come venivano chiamati i filofrancesi, proclama una repubblica, sotto la protezione degli occupanti; in risposta il 15 marzo si ribella Clusone, insorgono le valli alpine. Anche a Brescia una repubblica filofrancese si insedia il 17 marzo, ma la Val Trompia e la Val Sabbia insorgono, al pari di Salò e di Lonato. In aprile insorge Verona: sono le famose Pasque Veronesi, una tragica epopea che il volume descrive con commovente efficacia. Insorgono Valeggio, Pescantina, l’altopiano dei Sette Comuni, Lonigo, Valdagno. Ovunque le conseguenze sono tragiche: uccisioni, condanne a morte, condanne alla prigione più dura, distruzione di case, sequestro di beni, spoliazione delle chiese, asportazione delle argenterie, dei preziosi, del denaro e degli oggetti depositati nei monti di pietà (se ne contano ben settanta svuotati). L’autore rintraccia con paziente e fruttuosa ricerca una quantità di scritti di contemporanei, testimoni dei fatti, la cui lettura non lascia dubbi sull’entità della violenza patita dalla popolazione.
Ma anche dove non c’è una resistenza armata, gli invasori sono di una avidità implacabile. A Feltre e nei villaggi vicini nel gennaio 1797 il saccheggio è sistematico, e continua nel maggio. A Pieve di Cadore si forma una Municipalità filofrancese e nel giugno sono requisiti 158 chilogrammi d’argento: stranamente Napoleone in persona dispone la restituzione, ma quando un mese dopo si presenta un incaricato a ritirare le argenterie le tro- va “decimate o guastate” . A Cavarzere e dintorni vengono requisiti ben 143 chili d’argento. Tutta la riviera del Brenta è spogliata. Il Friuli dopo la battaglia del Tagliamento (16 marzo 1697) è alla mercé dei francesi; a Udine si crea una Municipalità: le richieste degli occupanti sono enormi, e si ruba ovunque, nelle chiese, nei palazzi. A prova della lealtà dei friulani Beggiato riporta l’elenco delle offerte fatte alla Repubblica nel gennaio 1796: non manca nessun centro abitato. Tutto fu vano.
Segue poi un capitolo sull’Istria e sulla Dalmazia, in cui lo smarrimento e il dolore per la fine della Repubblica fu ovunque commovente, e su Corfù, ove l’occupazione francese durò fino al 1800, anno in cui nacque la Repubblica Settinsulare, composta dalle sette isole ionie, che cessò nel 1807 quando ritornarono i francesi, che restarono fino al 1814. Poi esse divengono Stati Uniti delle Isole Jonie, sotto il protettorato inglese, fino al 1864, in cui si uniscono alla Grecia. In questa straordinaria serie di trasformazioni una costante è il ricordo della Repubblica di San Marco e del suo leone, che è sempre nella bandiera delle isole negli anni in cui sono indi- pendenti: rinviamo al volume scritto da Beggiato, La Repubblica Settinsulare {1800-1807}, Venezia, Editrice Veneta, 2018, e quello di Konstantina Zanou, Dopo la Serenissima. Balbettare la nazione nell’Adriatico (1800- 1850}, Venezia, La Musa Talìa, 2021.
E Venezia? Purtroppo l’aristocrazia veneziana non è all’altezza della sfida, ma ha molte giustificazioni. Ha di fronte un esercito che rappresenta lo stato più popolato e potente d’Europa, che ha ormai superato la crisi della rivoluzione, anzi ha messo a punto un piano di conquiste al di là degli antichi confini; un generale che applica tecniche militari nuove, cui i vecchi ufficiali non sono preparati (i veneziani contavano che gli eserciti dell’im- peratore romano-germanico ottenessero facili vittorie, mentre furono sempre sconfitti; e vedevano con sconforto che anche il papa, l’altro cardine del mondo antico, veniva disfatto); che non ha scrupoli di sorta, mente, inganna, inventa con genialità, assecondato dai suoi seguaci (pensiamo al falso proclama attribuito al provveditore generale veneziano Battagia, costruito in modo tale da giustificare la violenta reazione francese: Beggiato lo riporta e commenta). Inoltre sia Napoleone sia i suoi luogotenenti sono figli di un regime che non ha esitato a organizzare il genocidio della Vandea (uomini, donne, bambini, forse duecentomila uccisi) e ad ammazzare migliaia di aristocratici, preti, addirittura lo stesso sovrano. Quando poi i governanti vedono quello che avviene nella Terraferma, si capisce che cerchino di salvare almeno la capitale. E in complesso Beggiato non rivolge accuse severe al governo veneziano, pur deprecando vari casi di scarso coraggio.
Il 12 maggio il patriziato abdica e cede il potere alla Municipalità. Questa governa di fatto solo Venezia, non lo stato, e nulla può fare senza il consenso dei francesi. La città deve pagare enormi somme, assistere alla distruzione dell’Arsenale, ma almeno si risparmia eccidi, violenze, stupri e una delle umiliazioni più dolorose inflitte alle comunità invase: la profana- zione delle chiese, la distruzione o l’asportazione degli oggetti sacri.
Quindi forse, osserviamo, non fu inutile la decisione del governo aristocratico di dar vita a un organismo formalmente fraterno, la Municipalità giacobina, che i francesi non potevano trattare con la brutalità che avevano mostrato nella Terraferma.
Il materiale raccolto da Beggiato è imponente, e offre un quadro impressionante delle sofferenze inferte alla popolazione veneta (e non solo ad essa) da Napoleone e dalle sue truppe; e si comprende la sua indignazione per i molti che ancor oggi inneggiano a colui che nell’aprile dichiarò «sarò un Attila per lo Stato Veneto», mantenendo la promessa. Sembra impossibile che le parole «Liberté, Egalité, Fraternité» che lui e i suoi fedeli dichiaravano, falsamente, di portare al mondo siano considerate ancora oggi una giustificazione per tante malefatte.
Ma dobbiamo aggiungere un’altra triste pagina, sempre scritta da Napoleone e dai suoi seguaci. Nel 1798 la venuta degli austriaci aveva posto fine al loro dominio, ma una nuova guerra e la vittoria napoleonica ad Austerlitz nel dicembre 1805 assegnava il Veneto, l’Istria e la Dalmazia a Napoleone. E la politica di sfruttamento riprende, con mezzi nuovi, non violenti, legali: contribuzioni enormi imposte, tassazione spietata, creazione di feudi a spese degli abitanti del Veneto destinati ai marescialli dell’impero francese, soppressione delle “scuole” o confraternite e incameramento dei loro beni, al pari dei fondi destinati ai poveri, chiusura di molte chiese e di tutti i conventi e monasteri, con distruzione o alterazione degli edifici, svendita in aste colossali di migliaia di opere d’arte (quelle tolte a Venezia con il trattato di pace del 1797 tornarono grazie all’imperatore d’Austria, ma non quelle degli enti soppressi nella nuova dominazione). Questa seconda dominazione napoleonica, dal 1806 al 1814, produsse la distruzione di moltissimi edifici religiosi ma anche civili, che la prima dominazione, nel 1797, non aveva fatto in tempo a organizzare. Per Venezia esiste lo studio del 1964 di mio fratello Alvise, Venezia scomparsa, integrato e aggiornato nel 2019 dai due volumi di Alessandro Gaggiato, recensiti nel n. 15 del nostro periodico. Ma uno studio complessivo sul Veneto non mi pare sia stato ancora fatto. Speriamo che vi provveda Ettore Beggiato, con la passione e l’acribia che l’hanno guidato nella stesura dell’opera qui presentata.
MARINO ZORZI







