Gli Uscocchi rappresentarono per diversi secoli un autentico pericolo per le navi della Serenissima; popolazioni di origini slave sfuggiti all’avanzata degli ottomani nella penisola balcanica, di religione cattolica particolarmente devoti alla Madonna, in un primo tempo si stabilirono nella zona attorno alla fortezza di Clissa per spostarsi poi a Segna nel 1537; originariamente gli Uscocchi assaltavano soprattutto le navi turche, poi cominciarono a depredare tutto che capitava a tiro a partire dalle navi della Serenissima.
La guerra della Serenissima contro gli Uscocchi
Il culmine della tensione fra Uscocchi e la Serenissima si toccò il 12 maggio 1613 quando gli Uscocchi assalirono presso Carlopago/Karlobag, la galera di Cristoforo Venier che fu decapitato a Segna provocando la pesantissima reazione dei veneziani che portò alla guerra di Gradisca (chiamata anche guerra degli Uscocchi) conclusasi il 26 settembre 1617 con la pace di Madrid che costrinse l’Austria, da sempre protettrice di questi predoni, a disperderli nell’interno croato e a bruciarne le navi.
L’assalto respinto ad Albona
Gli Uscocchi non solo assaltavano le navi ma facevano anche frequenti scorribande nelle isole e nelle coste della Serenissima e proprio in una di queste scorribande i temibili predoni tentarono di saccheggiare Albona: era la notte di San Bastian, il 20 gennaio 1599.
La città, cinta di mura, con cinque torrioni quadrati, con rivelino e fortezza, chiusa con solide porte si alza su ripido colle a 353 metri sul mare, fu assalita da circa 600 Uscocchi sbarcati a Portolongo che furono avvistati in tempo e così i cittadini albonesi, pur in numero esiguo poterono organizzarsi sotto la guida di Giambattista Negri, illustre cavaliere della Serenissima, del parroco don Priamo Luciani e del comandante delle cernide De Rino e dopo un cruento combattimento respinsero l’attacco dei predoni.
Il trucco delle botti
La leggenda dice che gli albonesi fecero rotolare delle botti piene di ferro lungo le vie in pendenza del centro provocando un rumore assordante e facendo credere al nemico di avere un gran numero di difensori: fatto sta che gli Uscocchi fuggirono via; una lapide nel Duomo ricorda i momenti drammatici e quanti sacrificarono la loro vita.
Gli abitanti di Albona attribuirono all’intervento di San Sebastiano la loro salvezza e da allora è diventato il patrono della città e la notte del 20 gennaio è da sempre commemorata e festeggiata.
L’assalto a Fianona
Una volta respinti gli Uscocchi puntarono sulla vicina Fianona dove i pochi valorosi tentarono una disperata difesa guidati da Gaspare Calavani.
E qui lascio parlare Giuseppina Martinuzzi (1844-1925), pedagogista, poetessa, scrittrice albonese, ma soprattutto “maestra”: insegnò prima alla scuola elementare di Albona e di gallesano, poi nel 1875 a Muggia, infine dal 1877 a Trieste ove per ben 32 anni fu la “maestra dei poveri”: figli di contadini, minatori, operai italiani e slavi mescolati in una scuola in cui l’ordinamento austriaco vietava il matrimonio alle maestre elementari:
Il racconto di Giuseppina Martinuzzi
“Come la belva ferita diventa terribile così essi, irritati per l’impresa fallita sentivansi ardere dalla brama d’inferocire. Fianona è indifesa, perché sprovvista di fortilizi, di cernide, facile dunque sarà il saccheggiarla. E senza altro discutere van per la notte ancora alta.

Poche ore dopo Fianona fu invasa. Chi potrebbe ridirne il terrore? Molti fuggono, altri si nascondono, i più coraggiosi si danno alla difesa. Ma che cosa può il valore di pochi, colti alla sprovvista contro una banda così numerosa ed armata ?
Gasparo Calavani in ceppi
-Tutti si muoia, prima di lasciarsi prendere le insegne venete! – aveva comandato Gasparo Calavani, e a quell’uomo dalla tempra adamantina ognuno si facea dover di ubbidire. Ma quando la valanga precipita trascina sotto il suo peso anche la quercia che resistette alle bufere. Calavani fu accerchiato, atterrato, messo in ceppi e costretto ad assistere al saccheggio della sua misera patria.
Il supplizio
All’avida rapina seguì l’orgia della crapula, delle più infami oscenità; pur tutto ciò non bastava. L’offesa recata alla Repubblica era grande, ma poteva essere maggiore; il leone era stato atterrato, spezzato, altre insegne s’erano innalzate, ma non era tutto: bisognava costringer qualcuno ad insultare, a rinnegare apertamente la odiata dominatrice. Ed ecco uno dei caporioni imporre al prigioniero di fare atto di sottomissione al loro principe …
Calavani eroe della Repubblica
Ma come! Potrebbe forse un istriano mancar di fedeltà alla Repubblica? E il coraggioso risponde Viva San Marco! Né lo sgomenta la minaccia dei tormenti, no: più della vita vale la sua fede … Dunque … Viva San Marco! Fino all’ultimo fiato.
Il coltello dello scorticatore ha tagliato la pelle del collo, ma Calavani non piega l’animo, né il grido dei felloni esce dal petto sanguinante. Il barbaro supplizio procede: la pelle si riversa sugli omeri, ogni fibra sussulta, ma fra gli spasimi del dolore si ode il grido Viva San Marco! Si, l’eroe combatte contro la natura e la vince.
Viva San Marco! Poi … tutto è finito.”

Sempre di Giuseppina Martinuzzi è questa ode a Gaspare Calavani, tratta dal volume di Cesira Batini e Stefano Ghezzani “L’archivio di zia Marietta”:
Viva San Marco! Dei felloni il grido
Non uscirà dal petto al prigionier:
Io, incatenato, la barbarie sfido,
Tanto sui nervi questa fede ha imper.
Viva San Marco! Così a voi risponde
Colla fierezza d’immutabil fè
L’eroe non sol, ma quante in doppie sponde
Città e castella chiude l’Istria in sé.
Viva San Marco! …un Orrido corsaro
Dell’atroce martirio il segno dà.
Raccapricciante ver! … L’iniquo acciaro
L’intime fibre scorticando va.
Sussultano le carni, il guardo move
Entro un’onda di fiamme e di dolor;
Giù pei laceri fianchi il sangue piove,
ma Calavani non è vinto ancor.
Egli morrà senza tradir. San Marco
Attenderà la forte alma nel ciel,
E il veneto leon dell’Istria il varco
Sorveglierà pei secoli fedel.
Egli morrà senza tradir. La storia
Ne’ tempi bui quel nome scriverà:
Verrà la luce, e un ramoscel di gloria
Dagli evi tardi a lui s’intreccerà.
Albona allor, gentil sangue latino,
Del nume antico sentirà l’ardor,
E, ritta in faccia al baluardo alpino
Tempi diversi volgerà nel cor.
Trieste 20 gennaio 1899
Giuseppina Martinuzzi

Il Leone di Fianona
A Fianona, sulla loggia antistante la Parrocchiale era stata collocata, proprio sotto il Leone di San Marco una lapide in ricordo del sacrificio di Gaspare Calavani; il Leone venne abbattuto nel 1797 , ridonato da Venezia il 20 gennaio 1929 e di nuovo scalpellato assieme alla lapide nel 1945.

Ecco il testo della lapide:
“Ridonato da Venezia il Leone
Perpetui nei secoli il grido che più
Forte del dolore e della morte
Ruggiva Gasparo Calavani
Sotto l’atroce coltello del barbaro
Il XX gennaio MDXCIX Viva San Marco”
Ettore Beggiato
Bibliografia:
Alberi D., Istria. Storia, arte, cultura, 1997
Batini C. e Ghezzani S., L’archivio di zia Marietta, 2024
Dotti I., Parole istrovenete … da non dimenticar, 1997
Gerbini M., Note storiche del porto di Fianona d’Istria, 1994
Rizzi A., Il Leone di San Marco in Istria, 1998
Vorano T. (a cura di), Quarto centenario della difesa di Albona dall’aggressione degli Uscocchi, 1999








