Quel 9 maggio 1997 venimmo tutti svegliati dalle immagini del Tanko in Piazza San Marco e da quella bandiera sul Campanile. L’impresa dei Serenissimi, da loro e dalle loro famiglie pagata a carissimo prezzo per l’enormità di quella che non possiamo chiamare se non persecuzione giudiziaria, è stata un atto d’amore per la Patria Veneta e anche un gesto di grande, grandissima politica.

Un gesto di grande politica
Un gesto di grande politica, che ha abbattuto i miti della “nazione padana”, riconducendo la questione dell’autogoverno e dell’indipendenza alla ben più reale e storicamente concreta dimensione veneta.

Un gesto politico che ha riacceso in tutti noi l’orgoglio di essere veneti, l’amore per la nostra bandiera, mille volte più antica, più nobile e vera di quella italiana ma anche di quella padana alla quale per anni ci eravamo aggrappati.
L’amore per la Patria veneta
Da quell’impresa, da quell’amore sono nati partiti indipendentisti veneti, è scaturita la Risoluzione 42 votata dal Consiglio Regionale, che afferma il diritto all’autogoverno del Popolo Veneto. Nel gesto poetico e politico dei Serenissimi affondano le radici della modifica costituzionale che ha introdotto l’autonomia differenziata, e della clamorosa risposta del Popolo Veneto al referendum sull’Autonomia.
E anche se il nazionalismo italiano fa resistenza, anche se la Corte Costituzionale arriva perfino a “riscrivere” la Costituzione (leggete QUI cosa ne dice Alessio Morosin) pur di negare al Popolo Veneto i propri diritti fondamentali, non importa, non perdiamoci d’animo, perché anche i giudici costituzionali passano, ma l’amore per la Patria veneta che i Serenissimi hanno ravvivato nei cuori, resta e darà, se Dio vorrà, frutti che oggi non sappiamo immaginare.
La telefonata di Albert Gardin
Quel maggio 1997, mi telefonò in redazione al Gazzettino l’amico Albert Gardin, che non era ancora “Doge” e non immaginava di diventarlo, ma faceva l’editore, e un grande editore, di quelli che hanno le idee.

E mi propose di scrivere un libro in pochi giorni, che uscisse subito, a caldo, per raccontare l’impresa dei Serenissimi nella sua verità. Un libro libero dalla narrazione allineata diffusa dal Gazzettino e da tutti gli altri organi d’informazione, che li chiamavano terroristi, sulla scia delle accuse mosse dalla furibonda repressione scatenata contro di loro e persino contro chiunque esponesse la bandiera di San Marco o avesse in casa troppi libri di storia veneta.
I giorni della repressione
Erano i giorni della repressione. Accuse mai viste, terrorismo, sovversione, ai Serenissimi, galera anche per il portavoce Bepin Segato, che ne morì. Repressione, nuove incarcerazioni, tanto da provocare, quasi due anni dopo, la clamorosa protesta di cinque consiglieri regionali veneti sul cornicione degli uffici della Procura, in piazza San Marco.
E poi carabinieri che suonano alla porta, perquisizioni che sequestrano a pacifici studiosi i volumi di storia veneta della loro biblioteca, visite di militari perfino al Passo San Marco, in Lombardia al confine con la Svizzera, antico confine tra la Serenissima e i Grigioni, dove l’ex dogana della Serenissima da 500 anni batteva la bandiera di San Marco: interrogatori e intimidazioni fino a farla ammainare. Questo è accaduto, nella democratica Italia!

Anch’io ebbi paura, ma risposi sì all’invito di Gardin perché non avrei potuto più farmi la barba, cioè guardarmi allo specchio, se mi fossi tirato indietro.
E così, in pochissimi giorni, sentendo testimoni diretti e lavorando sulle stesse carte dell’inchiesta che li condannava, ho scritto per Editoria Universitaria di Albert Gardin un piccolo libro, “1997 il ritorno della Serenissima” che forse azzoppò la mia carriera giornalistica ma mi illuminò la vita. Quel libro, oggi praticamente introvabile, venne fotocopiato pagina per pagina dalla polizia giudiziaria, e si trova integralmente contenuto nel fascicolo dell’inchiesta sui Serenissimi.

Non trovo di meglio, per celebrare questo anniversario, che regalare ai lettori di Serenissima News la premessa che scrissi per il mio libro quel maggio 1997, pochi giorni dopo i fatti di San Marco. Eccola:
1997, il ritorno della Serenissima
Che i lettori perdonino questo libro costruito in fretta, mentre i fatti che racconta scorrono ancora veloci davanti agli occhi. Conoscere la fine della storia è lusso da scrittori, privilegio non concesso al giornalista che avverta già l’urgenza di presentare i fatti così come sono accaduti, restituendo loro insieme alla verità, la dignità e la poesia che di giorno in giorno vediamo piegate da un gigantesco sforzo esorcistico.
Di volta in volta, i ragazzi di San Marco ci sono stati dipinti come terroristi, tradendo insieme la verità e il vocabolario, quando non se ne fa piuttosto le nuove macchiette d’un Veneto nemmeno capace d’una rivoluzione seria: Veneto polentone e ignorante, volgare e benestante, razzista ed egoista, come impone la moda lanciata dai giornalisti e dagli intellettuali che contano ma non raccontano, che fanno toccata e fuga da queste parti turandosi il naso, bene attenti a non convocare alle loro trasmissioni persone incompatibili col copione che le attende, di marionette alla veneta.
Era tardi, in redazione. Bisognava chiudere il giornale. Terroristi, non ci stava nel titolo. Ci voleva una parola più breve. Io scrissi: insorti, e andai a dormire tranquillo. Fu un successo: il giorno dopo, seppi di impegnate discussioni. Quasi tutti i giornali d’Italia li chiamarono allo stesso modo: terroristi, e basta. Insorti, mai più. Parola proibita: forse perché in quella parola si celava un sottoscala di mobili antichi e preziosi, un retaggio di nobiltà che era troppo riconoscere a quei banditi di strada, che dovevano obbligatoriamente venir ammantati di nero.
Per il reato d’insurrezione armata rischiavano una vita in galera, ma non avevano il diritto di essere chiamati insorti.
Vi era l’urgenza di una presentazione dei fatti che fosse insieme distaccata e partecipe, che non sacrificasse all’ordine costituito né ad altri superiori interessi, che conservasse l’umiltà di capire e di rispettare, di leggere il gesto di San Marco per quello che veramente è stato, illegale certamente — e non sono illegali eppure nobili gli abbordaggi pacifisti di Greenpeace? — ma certamente onesto e non privo di una sua grandezza.
Non hanno agito per denaro, non hanno sparso e non progettavano di spargere una goccia di sangue. Eppure chi ha concesso alle Brigate Rosse l’attenuante di aver agito per nobili motivi, pretende negare oggi all’ideale dell’indipendenza la dignità morale che riconobbe a certe sanguinarie utopie.
Giornali e televisioni grondano in questi giorni di lezioni di storia veneta. Quel conoscere le cose di casa nostra, che ci è stato e ci è negato dai programmi scolastici, ci viene propinato tutto d’un colpo, in pillole avvelenate. Ci insegnano l’ingloriosa fine della Serenissima, l’antidemocratico regime patrizio, la dittatura del Consiglio dei Dieci, perfino l’elevata mortalità infantile d’allora, come fosse questa una caratteristica veneziana e non già di tutto il mondo duecent’anni fa. Bisogna non esser troppo colti per capire che i ragazzi di San Marco non vogliono tornare alle bianche parrucche coi riccioli, alle lanterne ad olio e alle case senza acqua corrente, come si tenta di farci credere. Il loro progetto per l’elezione di un Doge non è che la via veneta per proporre una moderna repubblica presidenziale. Nessuno vuol tornare indietro nel tempo: la Serenissima è l’indipendenza, l’autonomia del Veneto, non la rinuncia alla corrente elettrica e all’automobile!
Otto persone normali, onesti lavoratori e padri di famiglia, hanno lasciato le loro case, i loro figli e le loro mogli, e sono andati serenamente incontro al processo e al carcere che sapevano inevitabile e che non hanno tentato di evitare. Hanno consapevolmente sacrificato anni della loro vita in nome dell’ideale nel quale fortissimamente credevano e credono. Hanno diritto al nostro rispetto e anche al titolo di patrioti, avendo sicuramente agito da nient’altro mossi che dall’amore per quella che considerano la loro patria.
Ad aver compiuto questo gesto matto, romantico e poetico come oggi non usa più, non sono stati dei veneziani. L’omaggio più generoso all’anniversario della Serenissima viene dalla campagna, dalla periferia, esattamente come duecent’anni fa vennero dalla Dalmazia, dalle isole di là del mare, le prove d’amore e di valore più alte alla Repubblica di San Marco.
Duecent’anni dopo, sia pure appena per sette ore, la Serenissima è tornata ad estendere la propria sovranità su un territorio minuscolo, ma dall’altissimo valore simbolico. Ai nobiliuomini veneziani, agli studiosi di storia veneta, che da sempre affermano l’illegittimità dell’autoscioglimento della Repubblica per mancanza del numero legale nel Maggior Consiglio del 12 maggio 1797, la conseguente illegittimità del trattato di Campoformido, e infine l’invalidità del referendum per l’annessione del Veneto al regno d’Italia, avvenuto con voto palese in stato d’occupazione militare, i ragazzi di San Marco hanno fornito nuovi argomenti sulla mai interrotta continuità formale della Veneta Repubblica.
Ma a tutti noi hanno regalato qualcosa di assai più prezioso e concreto: bisognerebbe esser ciechi e sordi per non vedere che c’è in giro un nuovo, inedito orgoglio di appartenere a questa terra. Quella bandiera che sventolava dal campanile, che abbiamo visto insultata dal carabiniere che l’ammainava dal blindato, la bandiera che i prefetti hanno proibito, e che noi prim’ancora avevamo dimenticato, ora che esporla è quasi reato ci è stata restituita, è tornata a garrire nel cuore della gente, mille volte più vera, più bella, più nostra e meno nemica d’Italia dei bugiardi miti padani di Bossi.
Otto uomini di campagna ci hanno insegnato che per quella bandiera può valer la pena d’affrontare processo e carcere, di lasciar casa, moglie e figli, di scommettere la vita. Fra altri duecent’anni, delle mostre e delle commemorazioni ufficiali per quest’anniversario della Serenissima non si ricorderà parola. Saremo dimenticati noi e i giudici che li condannano. Il loro gesto rimarrà, storia nella storia della Serenissima, anzi purificato nel tempo da ogni illegalità, semplice e solenne testimonianza d’amore, fino a che di Venezia sopravvivrà la memoria.
(Premessa alla prima edizione di “1997 Il ritorno della Serenissima”)
Alvise Fontanella, maggio 1997






