Ora che è morto e non può più dare le rispostacce che dava, col sigaro toscano tra le dita, non solo gli amici ma anche gli avversari piangono Umberto Bossi. L’ultimo rivoluzionario, lo chiamano. Matteo Salvini cancella gli impegni per tornare a Milano. Peccato che la Lega di Salvini sia un partito quanto mai lontano dalla Lega di Bossi.
Il federalismo sdoganato
Non fu l’ultimo rivoluzionario, anche se inventò la Padania, le ampolle dal Monviso alla Laguna, il Dio Po. Anche se rubò a Verdi il Va’ Pensiero, facendone – alquanto abusivamente – l’inno della secessione padana. Bossi è stato l’uomo che ha sdoganato il federalismo nel dibattito politico italiano, obbligando perfino un governo Andreotti a introdurre in Finanziaria un capitolo bugiardo intitolato Federalismo Fiscale: un inganno, una truffa, per far finta di accontentare il Nord.
La Chiesa e il federalismo
Perfino Papa Wojtyla, il nostro grandissimo San Giovanni Paolo II, si scomodò a nominare una Commissione, presieduta dal cardinal Martini, che doveva mettere a punto la posizione della Chiesa rispetto all’idea federalista che la Lega di Bossi negli anni Novanta aveva imposto nel dibattito politico italiano.

E la Commissione Martini produsse un testo di alto spessore, che fondava il federalismo come estensione dei diritti della persona. Tra questi diritti c’è quello di di decidere di sè, di scegliersi gli amici, la persona con cui fare famiglia, di sentirsi parte di una comunità, di un’associazione, di un popolo.
I diritti umani dei popoli
E per estensione, anche le comunità, anche i popoli hanno diritto di decidere liberamente di sè: di scegliere liberamente con chi stare, di stringere legami con i vicini, con i simili, di affermare la propria identità, senza per questo negare che tutti gli uomini sono fratelli. Tutti fratelli, tutti eguali, ma non tutti uguali.
Il discorso di Wojtyla alla Camera
In un discorso alla Camera che la politica italiana ha dimenticato, Papa Wojtyla tuonò contro le “forzate uniformità” in Italia e in Europa. Pensava certo anche alla sua Polonia, allora omologata nell’Unione Sovietica, ma parlava all’Italia “una e indivisibile” che negava, come tuttora nega, l’autonomia ai popoli che la chiedono. E parlava ai cattolici del Nord, che non si sentivano peccatori ed egoisti solo perché votavano la Lega di Bossi e rivendicavano il diritto di governarsi da soli.
La Lega di Bossi e l’Europa federale

La Lega di Salvini è un partito sovranista di destra, un partito nazionalista italiano che festeggia il Tricolore, che si batte per il Ponte sullo Stretto di Messina, che odia l’Europa unita e rafforza gli Stati nazionali contro Bruxelles. La Lega di Bossi era un partito dichiaratamente antifascista, che voleva depotenziare gli Stati nazionali, per consentire la nascita di una vera Europa unita, federale, fatta di liberi popoli costituiti in Stati indipendenti ma federati nell’Europa, alla quale avrebbero affidato le grandi funzioni di politica estera e di difesa, restando padroni di governare ciasacuno il proprio territorio secondo le proprie tradizioni, come da cinquant’anni recita invano lo Statuto del Veneto.
L’accentramento dei poteri in Lega
Su una cosa sola la Lega di Bossi e quella di Salvini si somigliano un poco: nell’accentramento dei poteri nel Capo. Tra i grandi meriti di Bossi, non c’è quello di aver compreso che un partito è, al proprio interno, il modello del Paese che vuole costruire. E se vuoi un’Italia federale, non puoi avere una Lega centralizzata, in cui Milano decide ogni cosa. E nella quale perciò basta l’avvento di un segretario come Salvini per snaturare il partito e tradirne gli obiettivi originari.
I Serenissimi

Quando i Serenissimi imposero nel dibattito politico il nodo dell’indipendentismo veneto, in aperta contrapposizione a quello della inesistente Padania, i leghisti veneti esultarono, il Leone di San Marco spuntava da tutti i balconi. Ma Bossi parlò di cospirazione, di servizi segreti. Per avere forza contrattuale a Roma, era convinto di aver bisogno di un solido partito pluriregionale.
La forza del Veneto
Aveva le sue ragioni, ma così negava per primo il diritto all’indipendenza del Veneto, negava alla Liga Veneta la propria storica autonomia, facendone solo una sezione regionale della Lega Nord. E dando inizio a una diaspora “venetista” dalla quale la Lega di Salvini si distanzia sempre più, indebolendosi.

Perché non c’è Piemonte o Lombardia che tenga, il cuore pulsante dell’autonomia, la sua forza politica, è il Veneto, erede rimasto di una Repubblica Veneta indipendente per oltre mille anni.
Bossi, il testamento politico
Nel momento dell’addio a Umberto Bossi, Serenissima News ricorda quello che si può considerare il suo testamento politico: un testo che Bossi scrisse nel lontano 1993, e che volle ristampare l’anno scorso. Un modo “alla Bossi” per ribadire che la strada che ha preso la Lega di Salvini è sbagliata, e per ribadire i princìpi fondamentali, i cardini, quelli che lui chiama il cuore della Lega.
Un messaggio che indica la strada
La recentissima ristampa della prefazione che Umberto Bossi scrisse nel 1993 per l’edizione del romanzo “La Lega Lombarda” di Massimo D’Azeglio, non è certamente casuale. La lezione di Bossi è un messaggio chiaro, netto, potente, con il quale il padre fondatore interviene nel dibattito di oggi con parole che, proprio per essere state scritte più di trent’anni fa, assumono una forza e un’autorevolezza inattese. Quello di Bossi è un messaggio che taglia come una spada i nodi che oggi la Lega, apparentemente, non riesce a sciogliere.

Ai militanti e agli elettori perplessi e sconcertati, ai dirigenti muti ed esitanti di una Lega snaturata dall’interno dalla svolta nazionalista di Matteo Salvini e persino fino a poco tempo fa unita alle milizie di Vannacci, trasformata in un partito di destra iperitaliano e ipernazionalista, segnato persino da non celate nostalgie fasciste, e ferocemente antieuropeo, il vecchio Capo indica la strada.

No al “nazionalimo ottocentesco”
Una strada opposta a quella imboccata da Salvini. E non solo per la centralità che la voce di Bossi restituisce al federalismo e alle autonomie nel pensiero della Lega, dando forza agli Zaia e ai Fedriga che si oppongono come possono – ma forse potrebbero di più – alla deriva vannacciana e salviniana che sta svuotando la Lega e sostituendone gli ideali politici. Il messaggio di Bossi è dirompente anche per la chiara posizione nei confronti dell’Europa.

Ai professionisti dell’antieuropeismo, a quelli che volevano uscire dall’euro e poi dalla Unione Europea, agli ipernazionalisti di “Prima l’Italia” che fanno sponda a Putin e Trump e sono alleati in Europa con tutti i partiti di destra nemici dell’Europa, la voce di Bossi risuona con la potenza delle parole profetiche che richiamano il popolo alla vera fede. E’ lo Stato nazionale e centralista il nemico, non l’Europa dei popoli che vogliamo costruire, e che non si può costruire se non superando i “nazionalismi ottocenteschi”.
Libertà, federalismo, Europa
Libertà, federalismo, Europa. Questo è il cuore della Lega, la sua ragione di essere al mondo, e in Parlamento. “Il federalismo europeista è il pensiero della Lega” – scrive Bossi -. Basta col “nazionalismo ottocentesco che si ostina a frenare la spinta verso l’unità europea“. Il nazionalismo ottocentesco che continuando a sacralizzare gli Stati nazionali, da un lato impedisce l’integrazione europea e dall’altro è nemico giurato delle autonomie regionali.
Autonomia dei popoli nell’Europa unita
Così parlò Bossi: “Dopo il centralismo del periodo nazionalista e quello del periodo fascista, è oggi indispensabile superare il centralismo partitocratico. Dal superamento di questo centralismo, che ha sottratto il potere a ogni controllo, si potrà poi ripartire per relizzare una maggiore giustizia fondata sull’autonomia dei popoli“.
“I liberi Comuni padani e la Repubblica di Venezia – scrive Bossi nella prefazione alla Lega Lombarda – non si sognavano minimamente di contestare l’unità dell’Europa continentale rappresentata idealmente dal Sacro Romano Impero. Di questa Europa si sentivano parte integrante e viva...”.
L’autodeterminazione fiscale
“Molti studiosi nel Risorgimento – lamenta Bossi – hanno trasformato la Lega Lombarda nell’antesignana di una Unità di cui, in quel XII secolo, non si capiva il senso né si aveva l’ideale. Ma…è altrettanto ingiusto ridurre, come si fa oggi, quella grande e gloriosa resistenza della Lega contro l’Impero a una semplice difesa di piccoli egoismi nel nome di autonomie municipali“.
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“La Lega Lombarda non si era battuta in campo aperto, sino alla battaglia di Legnano, per l’indipendenza dell’intera penisola, quale anticipatrice del Risorgimento e punta di un movimeno xenofobo antitedesco, contrario a un governo unitario dell’intera Europa, quale fu quello del Sacro Romano Impero medievale. La Lega Lombarda – afferma Bossi – era scesa in campo innanzitutto per affermare l’autodeterminazione fiscale e il libero commercio delle città lombarde. Ovvero all’insegna di quella libertà che ha sempre ispirato e a tutt’oggi ispira la mia azione politica”.
Esigenza di libertà
“Quegli orgogliosi combattenti – scrive Bossi, quasi profetizzasse le odierne trattative tra Regioni e Stato per l’autonomia differenziata – erano spinti da un’esigenza di libertà, inclusa la libertà di decidere quanta parte delle tasse dovesse andare ai servizi e al lustro dei rispettivi Comuni e quanta invece all’Impero. Alla nascita della Lega Lombarda presiedette un forte impulso etico di libertà, di affermazione di virtù civili che trascende ogni gretto particolarismo comunale“.
È la democrazia che crea lo sviluppo
“Non è lo sviluppo economico ad aver favorito lo sviluppo della democrazia – spiega Bossi – al contrario, è il lento e progressivo costruirsi di un tessuto democratico che affonda le sue radici nelle libertà acquisite dai Comuni italiani del XII secolo ad aver posto le basi dello sviluppo economico dell’Italia settentrionale”.
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“Laddove invece – conclude il Senatur – si affermò il dispotismo, dove il suddito venne abituato a dipendere per la propria esistenza dai favori del potente, ancor oggi l’affermazione della democrazia è una facciata di comodo. Il voto di scambio non è che la moderna versione della sudditanza economica e morale: tra famiglia e famiglia manca il tessuto connettivo delle istituzioni democratiche, è assente la mentalità che porta al rispetto del bene comune a tutti i cittadini”.
Alvise Fontanella









