È entrata in vigore il 24 giugno 2026 la riforma dello Statuto di Autonomia del Trentino-Alto Adige/Südtirol. Una legge di revisione costituzionale approvata in doppia lettura sia alla Camera che al Senato, dopo l’approvazione, nel giugno dell’anno scorso, del disegno di legge del governo. Quattro votazioni in cui si è registrato, in tutto, un solo voto contrario e poche decine di astenuti.
La riforma dello Statuto di Autonomia – quello in vigore fino a qualche giorno fa era datato 1972 – introduce novità molto significative, a partire da un dato non solo simbolico, e cioè che il nome legittimo in lingua tedesca della Provincia di Bolzano – Südtirol – entra finalmente e ufficialmente in Costituzione, ogni volta che si nomina la Regione, superando resistenze che affondano le loro radici nelle politiche fasciste di italianizzazione forzata e nell’invenzione dell’Alto Adige.
Trento e Bolzano, autonomia più larga
Lo spazio di autogoverno delle Province Autonome di Trento e Bolzano è stato ampliato, inserendo anche la piena competenza sulla tutela dell’ambiente, inclusa la gestione della fauna selvatica. Piena autonomia nella gestione del personale, nell’ordinamento degli uffici, nel commercio, nei piani urbanistici, della viabilità, degli acquedotti e degli altri servizi pubblici, con facoltà di gestirli in house.
Ma gli aspetti più importanti sono altri, e riguardano la solidità dell’Autonomia. Anzitutto, la “competenza esclusiva” che ora qualifica le materie affidate alle legislazione provinciale e regionale. Il termine “competenza esclusiva” era finora riservato allo Stato, mentre ora la legislazione primaria di Trento e di Bolzano gode di una tutela eguale, che la blinda di fronte alle interpretazioni – troppo spesso stataliste – della Corte Costituzionale.
Restituita l’autonomia “rubata”
Nel nuovo Statuto di Autonomia vi sono anche altre norme dichiaratamente inserite allo scopo di restituire quello spazio di autonomia che era stato “rubato” negli anni proprio dalla giurisprudenza anti-autonomista della Corte Costituzionale.

Dopo la riforma costituzionale del 2001 (quella stessa che ha introdotto l’autonomia differenziata, recentemente impallinata e resa di fatto impraticabile dalla Corte), riforma che aveva attribuito alle Regioni tutte le materie non espressamente riservate allo Stato, di fronte alla volontà di Trento e Bolzano di legiferare in quelle materie, la Consulta aveva persino teorizzato l’esistenza, a favore dello Stato, di “competenze trasversali“, novità giuridica che di fatto permetteva di limitare fortemente, ogni volta che governo volesse, lo spazio di autonomia che la riforma costituzionale del 2001 intendeva invece attribuire alle Regioni.
Niente più vincoli alle leggi provinciali
E così il nuovo Statuto di Trentino e Südtirol cancella il vincolo del rispetto delle “grandi riforme economico-sociali della Repubblica” che con la sua vaghezza ha aperto la porta a decine di impugnazioni di leggi provinciali da parte dei governi di Roma, e a sentenze della Consulta spesso sfavorevoli alle Autonomie.
Dunque prendiamo nota: anche le sentenze della Corte Costituzionale – e ci riferiamo proprio a quella che ha bombardato l’autonomia differenziata, pur prevista in Costituzione (QUI l’illuminante articolo di Alessio Morosin)- sono superabili, quando il Parlamento ha la volontà politica di farlo!
La clausola anti-retromarcia
Ultimo tassello di grande importanza: nel nuovo Statuto di Autonomia c’è una clausola “anti-retromarcia”, che subordina ogni futura modifica al consenso di Trento e di Bolzano. Una clausola di salvaguardia, che impedirà per sempre al Parlameno italiano di introdurre modifiche allo Statuto di Autonomia senza l’accordo della Regione e delle Province Autonome.
Fugatti: ora passi avanti anche per altre Regioni
Il presidente della Provincia Autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, alla presentazione del disegno di legge per il nuovo Statuto, ha espresso l’augurio che il passo avanti dell’Autonomia trentina e sudtirolese non resti isolato, ma che l’autonomia possa compere passi avanti anche nelle altre Regioni che lo chiedono.

Una posizione che gli fa onore: viva l’Autonomia di Trento e di Bolzano, viva la specialità delle altre Regioni Autonome a cominciare dal nostro Friuli, ma vogliamo dare qualcosa anche al Veneto e soprattutto a Belluno, la provincia senza autonomia incastrata tra Regioni autonome? O noi veneti siamo, come suol dirsi, figli della serva?
Il comunicato di Franco Roccon
E proprio su questo tema – nel silenzio delle istituzioni e anche degli organi di informazione veneti – sembra doveroso dar voce alla reazione di Franco Roccon, bellunese, popolare esponente della Liga Veneta Repubblica. Roccon ha firmato un comunicato stampa. Eccolo.

“Meno di sette mesi: dal 22 ottobre 2025 al 13 maggio 2026. Tanto è bastato per approvare, con 129 voti favorevoli, nessun voto contrario e 48 astensioni, il disegno di legge costituzionale autonomista di modifica dello Statuto del Trentino-Alto Adige/Südtirol.
Nessun voto contrario. Nessun ostacolo. Nessuna polemica. Tutto è filato liscio nelle commissioni e nelle aule parlamentari per accogliere le richieste provenienti dai territori trentini e altoatesini di ampliare e rafforzare ulteriormente la propria autonomia.
Un provvedimento di enorme portata per una realtà che già oggi dispone di risorse e poteri significativamente superiori rispetto alle Regioni a statuto ordinario, come il Veneto.
Al termine della votazione è arrivato anche l’applauso dell’intera Aula. Destra, centro e sinistra uniti nel sostegno a questo ulteriore rafforzamento dell’autonomia speciale.
Per noi veneti, stretti tra due Regioni seguite da un Dio Maggiore, dotate di prerogative e risorse ben maggiori, si tratta dell’ennesimo schiaffo istituzionale. Una situazione difficile da comprendere e da accettare.
Era il 22 ottobre 2017 quando il Veneto, e con esso il Bellunese, reclamò con forza maggiore autonomia attraverso il referendum consultivo regionale. Oltre due milioni e mezzo di cittadini (57,3%) si espressero a favore di un profondo cambiamento nei rapporti tra Stato e Regioni, chiedendo maggiori competenze legislative, amministrative, territoriali ed economiche.
Da allora, però, è iniziato un percorso fatto di rinvii, commissioni, tavoli tecnici, incontri e proposte legislative. Si è discusso di LEP, di numero di materie da trasferire… (15- 18 _ 23 – 8…), di procedure e di regolamenti.
Tutte fesserie parlamentari. Intanto sono passati oltre nove anni e dell’autonomia richiesta dai veneti resta ben poco di concreto, solo fuffa.
Mentre per il Trentino-Alto Adige si procede in pochi mesi con una riforma costituzionale di grande rilievo, per il Veneto il percorso sembra non avere mai fine.
I nostri vicini fanno bene a utilizzare gli strumenti politici ed istituzionali del Parlamento e del Governo a loro disposizione, avendo avuto il precedente di Roma Capitale con potere legislativo. Hanno compreso perfettamente cosa significhi autonomia in termini di risorse economiche, trasporti pubblici, gestione del territorio, tutela delle tradizioni, energia e turismo. E utilizzano pienamente il peso dei propri rappresentanti nelle istituzioni nazionali.
E qui?
Qui tutto sembra scorrere nell’indifferenza generale. Si continua a seguire le indicazioni dei partiti nazionali senza una reale capacità di incidere sulle scelte che riguardano il nostro territorio.
Non sorprende, quindi, che numerosi comuni bellunesi confinanti con il Trentino-Alto Adige abbiano manifestato nel tempo la volontà di cambiare appartenenza regionale, come dimostra il caso di Sappada che ha spostato i confini del Veneto! . Oggi anche alcuni comuni confinanti di pianura con il Friuli-Venezia Giulia avanzano richieste analoghe. Un segnale che non può essere ignorato.
Il Consiglio Regionale del Veneto deve affrontare con decisione una questione che evidenzia sempre più le difficoltà operative dei comuni montani, Belluno compresa, nel garantire servizi essenziali ai cittadini mentre, a pochi chilometri di distanza, territori confinanti possono contare su disponibilità finanziarie nettamente superiori.
I 17/18 miliardi di euro che ogni anno escono dal Veneto senza ritornare al territorio contribuiscono ad alimentare lo spopolamento della montagna e l’indebolimento economico della nostra regione.
La proposta di annessione all’autonomia del Friuli-Venezia Giulia oggi all’attenzione del Consiglio Regionale rappresenta l’ennesimo segnale di disagio e un forte richiamo al Parlamento italiano affinché venga finalmente rispettata la volontà espressa dai cittadini veneti nel referendum del 2017.
Se per altri territori l’autonomia viene considerata una risorsa da valorizzare e rafforzare, per il Veneto continua invece a rappresentare una promessa rinviata.
Diversamente dai nostri vicini, che ottengono risposte concrete dalle istituzioni nazionali, noi continuiamo a essere trattati come figli di un Dio minore.
Siamo certi che molti la pensano come Franco Roccon. E c’è davvero da chiedersi come mai, quando è in ballo l’Autonomia regionale, gran parte della stampa veneta si giri dall’altra parte e non dia, a questo dibattito, l’importanza che merita.
Alvise Fontanella






