Le elezioni comunali di Venezia sono particolarmente sentite dal resto del mondo veneto e italiano, per via del pesante impatto della città su economia e visibilità internazionale. Si potrebbe affermare che il potere detenuto dal sindaco di Venezia sia paragonabile a quello del governatore del Veneto, soppesandone funzioni e influenza potenzialmente esercitabile.
Si vota il 24 e 25 maggio 2026, nel più vasto contesto delle elezioni amministrative italiane con 666 comuni al voto. Sono una battaglia per il controllo di un ecosistema urbano-amministrativo estremamente complesso, dove il potere reale non coincide più soltanto con Ca’ Farsetti, il municipio, ma si distribuisce tra partecipate, infrastrutture, fondazioni, turismo, urbanistica e reti economiche territoriali.
Dopo dieci anni di governo di Luigi Brugnaro, la città affronta una transizione delicata. Il “modello Brugnaro” — civismo imprenditoriale, forte verticalizzazione decisionale, centralità delle società partecipate e gestione manageriale degli asset urbani — ha ridefinito la società veneziana.
I Candidati
Il candidato del centrodestra, Simone Venturini, rappresenta la continuità di questo sistema. Assessore uscente e uomo interno alla stagione brugnariana, Venturini eredita non soltanto una coalizione politica, ma una struttura amministrativa consolidata che comprende rapporti con partecipate, categorie economiche, sistema turistico e gestione dei grandi dossier urbani. La sua lista civica è sostenuta dalla coalizione Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Unione di Centro e Partito dei Veneti.

La sua forza elettorale principale resta Mestre e la terraferma produttiva, cioè quella parte del Comune che negli ultimi anni ha percepito l’amministrazione uscente come pragmatica ed efficiente. Tuttavia Venturini eredita anche tutte le criticità della stagione Brugnaro: overtourism, spopolamento della città storica, tensioni urbanistiche e il peso politico dell’inchiesta “Palude”, che continua a gravare sull’immagine pubblica del blocco amministrativo uscente.
Sul fronte opposto, Andrea Martella tenta di costruire una coalizione alternativa ampia e trasversale. Senatore PD ed ex sottosegretario, ha aggregato il cosiddetto “campo largo”: Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra, Volt Veneto e varie liste civiche.

La strategia di Martella è duplice. Da un lato trasformare il voto in un referendum sul post-Brugnaro; dall’altro ampliare il più possibile la base elettorale urbana attraverso una campagna molto segmentata. In questo quadro va letta anche la forte attenzione rivolta al voto immigrato, soprattutto a Mestre e Marghera, con candidati di origine straniera inseriti nelle liste e materiale elettorale multilingue dedicato alle principali comunità presenti nel territorio comunale.
Si tratta da un lato di una scelta pragmatica che sfrutta la composizione etnica della Venezia contemporanea, ma anche di una presa d’atto che tali comunità vivono e pensano come organismi autonomi con i quali bisogna giungere a compromessi politici, l’opposto di quella che dovrebbe essere una integrazione.
Accanto ai due poli principali si muovono altre candidature. Dato politicamente indicativo della frammentazione veneziana perché tutti i pronostici fanno intendere un testa a testa tra le due principali coalizioni, per cui la mancanza di una intesa con partiti minori potrebbe essere fatale per la vittoria di uno dei due poli.
Michele Boldrin rappresenta l’elemento più atipico della competizione. Economista liberale, docente negli Stati Uniti e fondatore del movimento “Ora!”, intercetta un elettorato tecnocratico, liberal-riformista e anti-partitico. La sua candidatura parla soprattutto ai ceti istruiti urbani e a una parte del mondo produttivo insofferente sia verso il populismo del centrodestra sia verso il progressismo tradizionale del centrosinistra.

Claudio Vernier, espressione della lista civica Città Vive e Volt Veneto, proviene dal mondo del commercio e dell’associazionismo economico veneziano e costruisce la propria campagna attorno ai temi della sicurezza urbana, del rilancio economico della città storica e della tutela delle attività tradizionali messe sotto pressione dal turismo di massa e dalla trasformazione commerciale di Venezia.

Interessante sul piano politico non solo locale ma anche regionale è la situazione dell’area identitaria veneta. Il voto venetista si presenta fortemente diviso, non solo a Venezia ma anche in altre città venete al voto nel 2026. A Venezia troviamo candidature come Roberto Agirmo e Pierangelo Del Zotto. Questa frammentazione mette in difficoltà soprattutto il progetto politico di Resistere Veneto, nato per costruire un contenitore territoriale identitario unitario, capace di riaggregare l’elettorato autonomista disperso dopo la trasformazione nazionale della Lega. Dopo le elezioni regionali di appena 6 mesi prima, le comunali 2026 mostrano invece un panorama ancora estremamente frammentato, personalistico e localizzato, senza una vera leadership egemonica dell’area venetista.
Un caso particolare è quello di Luigi Corò, che aveva cercato di collocarsi nell’orbita del generale Roberto Vannacci e dell’area sovranista-identitaria nazionale. Tuttavia Corò è stato sostanzialmente disconosciuto dal movimento Futuro Nazionale, che appare orientato a evitare dispersioni nelle competizioni amministrative locali e a concentrarsi invece direttamente sulla costruzione di una presenza politica per le future elezioni nazionali ed europee.
Più radicata nella tradizione civica veneziana è invece la candidatura di Giovanni Andrea Martini, vicino ai comitati cittadini, alle battaglie sulla residenzialità e alla critica della monocultura turistica. Il suo peso elettorale probabilmente resterà limitato, ma continua a rappresentare una parte significativa dell’opinione pubblica del centro storico.
Il sistema delle partecipate
Chiunque vinca, il 26 maggio erediterà una città dove il potere reale è distribuito in una rete multilivello.
Non contano solo sindaco e consiglio comunale. A Venezia il potere reale si distribuisce attorno a una serie di infrastrutture e società che gestiscono funzioni essenziali della città e che, spesso, hanno un orizzonte temporale più lungo delle singole amministrazioni.

Il primo centro di potere è il sistema AVM/ACTV/VE.LA.
Formalmente si tratta di società partecipate del Comune, ma sostanzialmente costituiscono la macchina operativa quotidiana della città. AVM controlla il trasporto pubblico locale attraverso ACTV e le attività commerciali, promozionali e turistiche tramite VE.LA.. Questo significa che il gruppo non gestisce soltanto autobus e vaporetti: controlla flussi turistici, bigliettazione, eventi cittadini, campagne promozionali, accessi, servizi informativi e parte dell’immagine pubblica di Venezia.
In una città dove il turismo è la principale industria, chi governa la mobilità governa anche l’economia urbana. La gestione delle linee acquee, dei terminal, delle tariffe e dell’accessibilità della città produce un potere enorme nei confronti di residenti, pendolari, operatori economici e visitatori. Inoltre gli affidamenti del trasporto pubblico sono strutturati su orizzonti lunghi — il documento cita il periodo 2023-2032 — rendendo il sistema relativamente autonomo rispetto agli avvicendamenti politici immediati.
SAVE e il sistema aeroportuale di Tessera
L’aeroporto Marco Polo non è soltanto un’infrastruttura di trasporto: è il principale punto di ingresso internazionale della città e uno snodo che influenza direttamente turismo, investimenti, mercato immobiliare e sviluppo urbano dell’intera fascia nord di Mestre. Nei pressi dell’aeroporto stanno sorgendo gran parte delle nuove infrastrutture dell’area metropolitana di Venezia, tra cui il Bosco dello Sport. SAVE SpA gestisce gli aeroporti di Venezia e Treviso e controlla quelli di Verona e Brescia, e parte dell’aeroporto di Charleroi in Belgio. In altra parole è il polo aeroportuale della Venetia.

Il terzo centro di poter è rappresentato dal Porto di Venezia e soprattutto da Porto Marghera. Esso non dipende direttamente dal Comune, ma dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale, cioè un soggetto autonomo che gestisce concessioni, terminal, pianificazione portuale e sviluppo logistico. Alle 16 autorità portuali sparse per le coste italiane si è aggiunto nel 2025 Porti d’Italia Spa, una società pubblica partecipata dai ministeri dello sviluppo economico e delle infrastrutture, che gestirà i progetti infrastrutturali più importanti. Questa riforma è stata molto discussa poiché di fatto ha accentrato le decisioni strategiche sul futuro dei porti italiani al governo centrale.
Questo crea una situazione particolare: il sindaco di Venezia ha enorme esposizione politica sui temi industriali e ambientali di Marghera, ma il controllo operativo reale è distribuito tra Autorità Portuale, ministeri, Regione Veneto, operatori logistici e concessionari privati.
La stessa questione delle bonifiche ambientali del Nuovo Petrolchimico e di Fusina si muove dentro questa logica multilivello, dove i flussi finanziari pubblici e le future destinazioni industriali possono ridefinire enormi quote di valore territoriale.
MOSE e la nuova Autorità per la Laguna di Venezia

Qui si sta formando probabilmente uno dei futuri principali centri di potere tecnico-amministrativo veneziano. Dopo la crisi del Consorzio Venezia Nuova, lo Stato sta progressivamente trasferendo funzioni, gestione e capacità operativa alla nuova Autorità lagunare. Il MOSE, il sistema di paratie che regola il livello dell’acqua della laguna e impedisce nuovi allagamenti di Venezia, necessita infatti di manutenzione permanente, con elevatissimi costi.
Chi governa il sistema MOSE governa indirettamente il futuro fisico della città. E governa anche una futura massa di spesa pubblica enorme legata alla manutenzione ordinaria e straordinaria delle paratie, dei canali e della sicurezza della città.
Infine c’è il sistema mediatico locale, probabilmente sottovalutato nel dibattito pubblico ma centrale nella costruzione del consenso cittadino.
NEM controlla La Nuova Venezia, una delle principali fonti informative della città metropolitana. La particolarità di NEM è la sua composizione proprietaria: imprenditori, fondazioni e gruppi finanziari del Nordest, con Enrico Marchi presidente nonché autore della creazione di tale polo dell’informazione. Il sistema informativo veneziano si muove dentro gli stessi ambienti relazionali che governano infrastrutture, finanza e sviluppo territoriale del Nordest.
Accanto a NEM resta influente anche Il Gazzettino, mentre televisioni come Antenna Tre e Rete Veneta continuano ad avere un peso significativo nel racconto politico regionale.
Il funzionamento reale della Venezia contemporanea dipende dal controllo delle partecipate e la loro forte ramificazione territoriale. Questo ecosistema, più ancora del consiglio comunale, che determina la distribuzione effettiva del potere veneziano contemporaneo. Un intreccio di partecipate, infrastrutture, concessioni, turismo globale e reti economiche territoriali.
È lì che continuerà a giocarsi il potere reale, indipendentemente dall’esito del voto.







