Nei (loro) libri di storia ci raccontano che quando la soldataglia francese invase la Serenissima Repubblica Veneta la nostra gente la accolse festante, saltando e ballando attorno ai cosiddetti “alberi della libertà”: niente di più falso come ho già dimostrato nel mio libro “1797: la Serenissima e l’occupazione napoleonica”; e basta documentarsi un po’ per trovare ulteriori testimonianze di quanto diffusa fu la resistenza delle genti serenissime che, nel nome di San Marco, tentavano disperatamente di difendere la loro libertà, le loro leggi, le loro tradizioni, la loro religione.
Qualche giorno fa mi trovavo a Lovere, bellissimo borgo situato nella parte alta del Lago d’Iseo che entrò a far parte della Serenissima nel 1448; in sieguito si sviluppò l’industria del panno in pezze che presto divenne il “panno di Lovere” famoso in tutta Europa; una ricchezza testimoniata dalla bellezza dei palazzi e delle chiese a partire dalla Basilica di Santa Maria in Valvendra.
Per capire quali erano i sentimenti degli abitanti di Lovere e di tutta la fedelissima provincia bergamasca basta leggere quanto hanno scritto al Doge e al Senato Veneto meno di un anno prima della caduta della Serenissima, il 7 luglio 1796 con i quali mettevano a disposizione della Serenissima ben 10.000 uomini:
“La gratitudine verso gli innumerevoli benefizi versati sopra di noi dalla Serenissima Repubblica, che per tanti secoli fra noi mantenendo la giustizia, la sicurezza e la felicità colle sue leggi clementi, ne dona il dolce diritto di chiamarci più figli ancora che sudditi del suo paterno imperio … per questi oggetti sentiti profondamente dagli abitatori delle infrascritte valli, e dai corpi infrascritti del piano e con tanta rapidità ed ardore abbracciati dai rispettivi consigli, essi hanno colle unite parti spiegato il vivo desiderio di spendere il sangue e la vita in difesa del Serenissimo Principe con uno sforzo degno di noi e di quella devozione pervenutaci in retaggio dai nostri maggiori e poggiamo ai piedi del trono del Serenissimo Principe l’offerta del numero di diecimila uomini de’ nostri abitanti atti alle armi.”
Naturalmente feci un salto nella locale biblioteca dove la responsabile veramente preparata e gentile mi mise a disposizione alcuni volumi di storia locale; in particolare la mia attenzione si è concentrata sul volume “Storia di Lovere” di don Luigi Marinoni (1826-1908) autorevole storico della zona .
A pagina 52 facendo riferimento all’anno 1796 scrive che “…Anche qui, come ovunque, due opposte correnti e quindi animate conversazioni in case di diverso sentire. I più trepidavano per la beneamata repubblica di S. Marco, perchè la credeano ad ogni altra signoria migliore. Inclinavano a novità alcuni nostri giovani, più illusi che pervertiti da libri piovuti da Francia, ma i vecchi aveano già capito che i demagoghi non avrebbero decampato dal loro natio programma -libertà, libertà, ma fate il voler nostro- e sapeano che i giacobini avean le mani … lunghe e grondanti sangue”.
E più avanti …”Ma quando 200 francesi giunsero a Lovere, accennando di voler stabilmente dimorarvi col programma di rapinare, schernire, scompigliare, i vecchi videro avverati i loro infausti presagi per la millenaria Repubblica mercanteggiata a Campoformio”
E ancora “Frattanto son trascinati a Lovere, perché non volevano bestemmiare S. Marco, Lelia Damioli, un Vender e due Fanzago di Pisogne, un Simoni di Bienno, un Fiorini di Gianico ed altri accolti con musiche irrisorie. Bella libertà! Bell’omaggio ad altro proclama del Podestà che inculcava di considerarsi tutti uguali e fratelli! Specialmente disgustava i loveresi la baldanza di codesti orgogliosi e minacciosi stranieri che quasi pretendeano di essere ringraziati perché rubavano e multavano dileggiando. Pena lire 25 a chi non portasse coccarda tricolore …Coccarda si, ma armi no! Mentre si pianta l’albero della libertà con suoni, balli, bagordi (e multa di lire 50 a chi non illuminava la casa) i francesi vogliono tutte le armi.”
Con queste premesse “Il malcontento è generale, onde nulla di meraviglia se i loveresi si collegano con 200 clusonesi, qui venuti in armi, cogliendo l’occasione in cui i francesi aveano rallentato i presidi per causa di guerra. Da qui mossero a liberar Bergamo preceduti dal prete G. Omio con un crocefisso alla cintura. I pochi francesi che presiedevano la città, con parecchi cisalpini, si scontraron con essi presso Trescorre. Vi furono venti morti e parecchi feriti, la maggior parte francesi (nessuno di Lovere); ma il fatto sta che i nostri il giorno dopo si trovarono tutti a casa loro.
In Valcamonica un Panserini, un Calvi, un Vielmi, un Romelli, un Taglierini accozzano 300 sammarchini (fedeli a Venezia) a cui pur troppo s’uniscono banditi e facinorosi venuti anche a Lovere per far guerra … alle coccarde, ed imporre il grido viva San Marco. Ma i francesi ricevono rinforzi , e fucilano a Clusone il Bana (che ebbe poscia una specie di culto) riescono a disarmare i sammarchini di Valcamonica che si erano ritirati al Casino di Boario. Da quel punto a Lovere è un continuo avvicendarsi di truppe regolari e sbirri (fin 200 gendarmi in una volta) ed i nostri buoni avi, che aveano velato le immagini di San Marco soltanto con tele nella speranza di presto scoprirle, si veggono costretti a far solenne atto di sottomissione ai così detti Municipalisti centrali di Bergamo.”
Alla fine gli abitanti di Lovere saranno costretti a pagare …
“Però i liberatori dei popoli si degnano di perdonare ai loveresi ribelli, mediante il pagamento di 8 mila lire subito e circa sette pesi di argenteria ed altrettanta poco dopo, oltre ottanta paia di scarpe e quaranta camiscie, e soldi venti per testa (persona) ed un prestito forzoso a carico degli agiati … e finalmente un tributo speciale di circa 20 mila lire entro un anno.”
Liberté, egalité, fraternité ma sopratutto argent, ecco l’obiettivo della masnada napoleonica …
Ettore Beggiato









