30 Novembre 2022
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La lapide sulla battaglia della Motta nel Santuario di Isola Vicentina

“La Madonna del Cengio, così volgarmente chiamata, e dal Mozzagrugno appellata santa Maria della Ceriola del Cengio giace sopra uno scoglio, e presentemente è Juspatronato di due nobili famiglie Porto di Vicenza. Ha quattro altari, e viene uficiata da un cappellano eletto dalle dette due nobili famiglie, ma per lo più assente. L’altar maggiore è di marmo Carrarese, e dello stesso marmo sono il tabernacolo, gli scalini, due Angeli di statura ordinaria, e assai belli, e i ballaustri. Ai lati di questo altare vi sono due statue di pietra tenera del celebre Orazio Marinali, come sono stato assicurato rappresentanti s. Anna e s. Gioachino. Nel mezzo di esso altare evvi la statua della Beata Vergine di pietra col Bambino Gesù in braccio, e come soggiunge il P. Barbarano, eccellentemente lavorata”. Così padre Maccà nella sua “Storia del territorio vicentino”.

Accanto alla chiesa troviamo un suggestivo chiostro e il convento dei “Servi di Santa Maria del Cengio”; la chiesa o Santuario è piuttosto frequentata anche ai giorni nostri.

Su un lato della chiesa si trova una lapide che fa ricorda la drammatica battaglia della Motta (Vi) durante la guerra della Serenissima con la Lega di Cambrai, il 7 ottobre 1513 quando  l’esercito veneziano guidato da Bartolomeo d’Alviano si scontrò con le truppe spagnole guidate dal vicerè Cardona supportate da 3.500 lanzichenecchi tedeschi; per la Serenissima fu una sconfitta molto pesante, con la perdita di circa 4.000 soldati.

La vittoria si trasformò in sconfitta

Ecco il testo in latino e la traduzione in italiano

“Redempti Orbis anno MDXIII cum Venetorum copiae in Germanos victricia arma circumferent, ductoribus Gritio, ac Liviano obliquo irruente fato, victoria in cladem commutata fuit, adeoque hostilis barbaries invaluit ut has edes sacrasque Aras lascivientibus flammis dehonestaverint. Tantae impietatis deliramenta Beata Virgo dolore lachrimis detestari ab incolis visibiliter conspecta fuit, prout ex historicae fidei monumentis posterorum memoriae demandarunt Caesar Cardinalis Baronius in Annalibus, et P. Franciscus Barbaranus in suo Directorio Spirirituali”

“Nell’anno della redenzione del mondo 1513 quando le forze dei veneziani rivolsero

le loro armi vittoriose contro i tedeschi, il destino si poneva di traverso ai condottieri

Gritti e D’Alviano, la vittoria si trasformò in sconfitta e così la barbarie nemica

predominò mentre le fiamme licenziose disonorarono gli altari e questa sacra

dimora (chiesa), dagli abitanti è stato osservato chiaramente che la Beata Vergine

lacrimava di detestazione per il dolore e il disgusto di tanta empietà, come tramandano per i posteri le memorie tratte dai ricordi storici degni di fede del cardinale Cesare Baronio negli Annali e Padre Francesco Barbarano nel suo Direttorio Spirituale”

La cronaca del Buzzaccarini

Di questo scontro, c’è una truce descrizione del Buzzaccarini che arrivò sul posto dopo una settimana e così descrive il campo di battaglia:

Im oto zorni dapoi fato el fati d’arme, foi a vedere i morti. L’è chonsonante che (è opinione comune che) tuti fuse morti in do ore o tre. El ce n’era che era marciti marci e alchuni era intreghi chom se i fuse stati amasati alora alora. Quilli corpi non fu sepulti, fo magnadi da chorbi, chornage, chani, da lovi, per quilli lochi era asai de quisti animale e fo sopra quilli chorpi, fo magnadi tuti da queste bestie. Fo gran manchamente del Vicerè che non li fece sepelire”.

Le conseguenze di una sconfitta così pesante non furono però per la Serenissima così devastanti,  anche perché le truppe spagnole, stanche, indebolite dalle perdite, infastidite dalle piogge invernali e dai terreni melmosi si ritirarono in Este e Montagnana in attesa di tempi migliori.

Il Doge Loredan e la vittoria di Venezia

Dopo qualche anno il Doge Leonardo Loredan dichiarò chiusa la guerra (18 febbraio 1517) con la sostanziale vittoria di Venezia che, da sola contro l’intera Europa (Inghilterra esclusa) riesce a mantenere praticamente inalterati i propri confini.

Ettore Beggiato

 

 

 

 

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