L’assordante silenzio della retorica italiana continua a caratterizzare questo massacro. La rivolta scoppiò il 15 luglio 1917, a Santa Maria la Longa, in Friuli. La Brigata Catanzaro era appena giunta lì, nelle retrovie, per quello che avrebbe dovuto essere un consistente periodo di riposo per riprendere le forze dopo combattimenti terribili in prima linea, dove il giorno prima l’esercito italiano aveva dovuto ripiegare sotto un attacco austriaco a sorpresa. Ma quando a sera si sparse la voce che si doveva tornare in prima linea per contrattaccare immediatamente, scoppiò la rivolta.
Una vera rivolta, con scontri a fuoco con la compagnia di Carabinieri inviati a sedarla. Fu una battaglia sanguinosa, tra i ribelli e i Carabinieri volarono anche bombe a mano e vennero utilizzate anche mitragliatrici. I morti furono almeno dieci, i feriti più di trenta. La battaglia durò ore, nella notte.
Santa Maria la Longa, fu un macello
Ben 86 soldati vennero arrestati. Il giorno dopo, davanti al cimitero di Santa Maria la Longa, fu un macello. In piedi, con la faccia rvolta al muro, per essere fucilati, stavano ben 28 soldati. Un sottotenente e tre sergenti, i più alti in grado. Altri 13 soldati ammutinati, che erano stati presi con le armi in pugno. E poi altri 12 disgraziati, scelti per sorteggio. Il comandante, Attilio Thermes, aveva ordinato la decimazione del reparto.
Dietro al plotone di esecuzione furono piazzati i Carabinieri con le mitragliatrici, e l’ordine di aprire il fuoco se il plotone di esecuzione si fosse rifiutato di ammazzare i commilitoni, i quali urlavano, piangevano, maledicevano l’ingiustizia che subivano. Possiamo immaginare quale fosse l’animo dei loro compagni che dovevano, pena la morte, premere il grilletto.
Inchiodati dalle mitragliatrici
Quando risuonarono gli spari, non tutti i destinati alla fucilazione caddero a terra. Parecchi di loro, soltanto feriti o non raggiunti dalle pallottole, si diedero disordinatamente alla fuga, alcuni tentarono di scavalcare il muro del cimitero.
Fu una cosa selvaggia: in mezzo alla confusione, le mitragliatrici dei Carabinieri entrarono in azione, i soldati in fuga vennero inchiodati dalle raffiche mentre scavalcavano il muro. E un ufficiale dei Carabinieri passò subito dopo, nell’ammasso di corpi ricoperti di sangue, a dare con la pistola il colpo di grazia ai poveretti.
Gabriele D’Annunzio e la retorica italiana
All’esecuzione assistette Gabriele D’Annunzio, che era in quei giorni ospite in una villa a Santa Maria la Longa. Una villa che i soldati avevano tentato di raggiungere, forse per protestare contro l’interventismo di D’Annunzio. Il Vate ne scrisse, di quell’episodio, e raccontò di aver pietosamente ricoperto i corpi dei caduti. Ma sulle decimazioni, nessuna marcia indietro: anzi la rivendicazione dell’origine romana dell’istituto.
Ecco un passo di D’Annunzio sulla decimazione della Brigata Catanzaro, bell’esempio della retorica italiana che ci portò al disastro della Grande Guerra, e sostiene ancor oggi il nazionalismo italiano: “Non voglio sapere se siete innocenti, se siete colpevoli. So che foste prodi, che foste costanti. La legione tebana, la sacra legione tebana, fu decimata due volte. Espiate voi la colpa? O espiate la Patria contaminata, la stessa vostra gloria contaminata? Ci fu una volta un re che non decimava i suoi secondo il costume romano ma faceva uccidere tutti quelli che nella statura non arrivassero all’elsa della sua grande spada. Di mezza statura voi siete, uomini di aratro, uomini di falce. Ma che importa? Tutti non dobbiamo oggi arrivare con l’animo all’elsa della spada d’Italia? Il Dio d’Italia vi riarma, e vi guarda”.
Cadorna approva le decimazioni
Di fronte all’indignazione di molti, militari e non, per la barbarie delle decimazioni, il generale Luigi Cadorna, comandante in capo del Regio Esercito Italiano, non fece mancare la sua solidarietà al colonnello Attilio Thermes, che aveva ordinato le decimazioni.
Pochi giorni dopo, Thermes ricevette da Cadorna un encomio solenne. E pochi mesi dopo, con una circolare, il comandante in capo dispose addirittura che la decimazione dovesse essere praticata quando non fosse possibile individuare i colpevoli di reati gravi. L’esercito italiano fu il solo, tra tutti gli eserciti coinvolti nella Grande Guerra, a praticare e legittimare la decimazione.
Pene miti alla Corte Marziale
Alla Corte Marziale furono deferiti 132 soldati della Brigata Catanzaro. E fu, finalmente, un processo degno di questo nome. Sette di loro furono assolti, gli altri furono condannati alla mitissima pena di due anni di carcere, perché nel processo emersero le ragioni dei soldati, che furono pietosamente riconosciuti come temporaneamente incapaci di intendere e volere a causa delle loro terribili condizioni di vita.
I morti, i fucilati, i decimati, attendono ancora la stessa giustizia.






